NON RINUNCIARE AL CORNO D’AFRICA

Questo saggio di Raffaele de Lutio, ambasciatore,  è stato pubblicato nel Rapporto Nazionale “Italia 20.20” della Fondazione Farefuturo

Le scelte di politica estera di ciascun Paese rispondono in primo luogo agli interessi nazionali, contemperati da quelli dei Paesi amici ed Alleati e dai limiti imposti dai principi del Diritto internazionale riconosciuti dalla Carta delle Nazioni Unite. In quanto membro dell’Unione Europea e della Nato, gli obiettivi nazionali italiani vanno quindi inseriti nel più ampio quadro della politica europea di sicurezza e difesa e delle politiche di sicurezza Nato. Inoltre, una politica estera efficace deve essere, per quanto possibile, costante e non sottoposta all’alea del momento o agli interessi contingenti di politica interna.

Tutto ciò premesso, si osserva anche che i governi hanno avuto la tendenza a giustificare le proprie scelte di politica estera alla luce di valori trascendenti: la libertà di navigazione e commercio, l’autodeterminazione dei popoli, la salvaguardia della pace mondiale, l’ingerenza umanitaria ecc. Si tratta in parte del tentativo comprensibile di voler conciliare i propri comportamenti, magari violenti, con principi trascendenti, altre volte invece si tratta di espedienti volti a coprire la propria incapacità politica o morale ad agire come attori indipendenti. Non può stupirci che dalla fine della Seconda guerra mondiale, la politica estera italiana abbia raramente fatto ricorso al concetto di «interesse nazionale» rispetto al richiamo più o meno vago a principi di ordine superiore, quali il rifiuto della guerra, il cercare una mediazione (nella maggior parte dei casi non richiesta), la solidarietà atlantica o quella comunitaria.

Un Paese tradizionalmente diviso in campi contrapposti, come l’Italia, incontra obiettive difficoltà ad identificare il proprio interesse nazionale e, di conseguenza, le aree in cui esplicare la propria azione con la necessaria costanza. Eppure per una media potenza come l’Italia sarebbe relativamente facile mettere a punto una politica estera che salvaguardi l’interesse nazionale: frontiere meridionali ed orientali sicure, un costante approvvigionamento in materie prime e libertà di commercio. In pratica una politica mediterranea e balcanica assertiva, una forte presenza nei fori di dialogo economico/commerciale internazionali. La sostanziale emarginazione dell’Italia dai negoziati per la stabilizzazione della Libia e dal Corno d’Africa sono la conseguenza della mancata identificazione degl’interessi nazionali e della definizione di linee strategiche stabili. Basti pensare al fenomeno migratorio, la cui gestione dovrebbe rappresentare una costante della politica estera italiana, è invece stato sempre affrontato in chiave di politica interna.

Il Corno d’Africa dovrebbe rappresentare un tassello fondamentale in questa azione politica. Si tratta dell’unica 197 regione in cui l’Italia sarebbe tuttora in grado di svolgere una politica estera autonoma, strumentale ad ulteriori azioni in altri scenari in cui operano attori che non siamo in grado di contrastare direttamente: Libia, Medio Oriente, Golfo e nei Balcani. Diviso tra l’azione spregiudicata della Turchia e quella più defilata ma altrettanto determinata dell’Arabia Saudita, l’Islam politico sta conducendo in queste aree una vasta azione di destabilizzazione e in aree di importanza fondamentale per l’Italia, in termini di approvvigionamento energetico e di sicurezza. Anche nel Corno d’Africa si ritrovano le contrapposizioni classiche della società italiana: accuse di «nostalgicismo» e la ripetizione di stereotipi privi di senso. In Italia, il dibattito sull’uso dei gas nel ‘36 e sulle repressioni coloniali sono ancora vivi, mentre in Etiopia il giudizio di condanna è ben radicato, come ovvio, ma si cerca di andare oltre, sollecitando una nuova e maggior presenza italiana come elemento centrale per una reale indipendenza politica ed economica. Pur mantenendo una forte presenza nell’area, grazie anche ad un «sistema Italia» tuttora attivo, non abbiamo mai saputo o voluto elaborare una politica conseguente per la Regione. In brevissima sintesi.

Abbiamo ancora oggi una forte conoscenza anche accademica di queste aree, l’Orientale di Napoli continua a sfornare PhD in linguistica, storia dell’arte, storia del Corno. Altrettanto fanno altre Università in campo linguistico ma anche della fisica terrestre, della geografia, della geologia e vulcanologia. Abbiamo almeno due scuole pubbliche attive, Asmara ed Addis Abeba e, almeno sulla carta, una ulteriore a Mogadiscio. Abbiamo una cooperazione allo sviluppo particolarmente presente, una forte presenza di locali italofoni (almeno tra i 50 enni) e, ancora per pochi anni, un diffuso riconoscimento del nostro ruolo e della nostra capacita di azione. Ricordo solo che in occasione della prima ed unica edizione del Premio Grinzane Cavour per l’Africa, avemmo circa 6 mila presenze e dovemmo aprire una sala di ascolto, tale fu l’affluenza di pubblico! Eppure in seno al SEAE non abbiamo mai ottenuto il posto di Rappresentante Speciale per il Corno, anche perché non lo abbiamo mai preteso, né la stampa ha mai dedicato all’area un’attenzione particolare, al di fuori della grande attualità, carestie, guerre, attentati. Si tratta di una assenza che paghiamo e, soprattutto, pagheremo in altri settori, dove abbiamo interessi economici fondamentali. Benvenuta dunque questa riflessione promossa dalla Fondazione «Farefuturo», soprattutto se svincolata per quanto possibile dall’appartenenza partitica, con l’ambizione di proporre all’opinione pubblica e al Parlamento delle possibili linee guida.

*Raffaele de Lutio, ambasciatore, già direttore centrale per i Paesi dell’Africa subsahariana, presso il Ministero degli Affari Esteri – Maeci