UN’AMMINISTRAZIONE DA RIFORMARE. LEZIONI DALL’EMERGENZA CORONAVIRUS

Questo saggio di Salvatore Sfrecola, è stato pubblicato nel Rapporto Nazionale “Italia 20.20” della Fondazione Farefuturo

In questo Paese, nel quale i cittadini sono chiamati assai spesso alle urne per assicurare la rappresentanza popolare nelle assemblee legislative delle istituzioni territoriali, lo Stato, le regioni, i comuni, vincere le elezioni, come ripeto da tempo, può essere relativamente facile, difficile è governare, come dimostra la ricorrente, mancata realizzazione di parti significative dei programmi di governo. Le ragioni vanno ricercate essenzialmente nella inadeguatezza dell’indirizzo politico delineato da una classe politica estremamente modesta che, tra l’altro, non tiene conto della capacità delle strutture amministrative di dare attuazione alle politiche pubbliche. Che è, in ogni caso, responsabilità della politica che detta le regole legislative e amministrative. Infatti, l’amministrazione pubblica italiana, che pure si avvale in ogni settore di riconosciute eccellenze professionali, è, complessivamente considerata, assolutamente inadeguata rispetto al ruolo che dovrebbe svolgere.

L’organizzazione dei ministeri, la normativa sostanziale da applicare, quella procedimentale, la professionalità degli addetti, esigono una profonda revisione. L’esperienza insegna, infatti, che i programmi governativi spesso sono frustrati da normative confuse, delle quali al momento dell’approvazione non sono stati evidentemente simulati gli effetti. Il Parlamento, inoltre, sovente ricorre a leggi di delegazione, spesso generiche («in bianco»), con l’effetto che i provvedimenti di attuazione, i decreti legislativi, tardano ad essere emanati, come dimostra il decreto «milleproroghe», di anno in anno sempre più corposo. Non di rado il giudizio sulla legittimità di quelle norme, spesso scritte male, finisce dinanzi ai tribunali amministrativi o alla Consulta. Ad esempio, il mancato rispetto della delega è vizio di costituzionalità.

Le responsabilità di questa situazione sono diffuse e risalenti nel tempo ma progressivamente aggravate, come dimostra la vicenda attuale dell’epidemia da coronavirus, con incertezze nella individuazione delle attribuzioni e delle competenze tra Stato e regioni, a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione, decisa dalle sinistre nel 2001 con una maggioranza di tre voti, e, a cascata, nell’adozione dei provvedimenti necessari per far fronte all’emergenza. Responsabilità della classe politica, innanzitutto, nella quale sempre più spesso mancano competenze ed esperienze, com’è sotto gli occhi di tutti. Ma anche dei sindacati del pubblico impiego, promotori di ripetute istanze di slittamento verso l’alto di fasce di dipendenti attuato con riconoscimento di «mansioni superiori» quasi mai effettivamente esercitate, ma benignamente «attestate» dai capi degli uffici. Una politica del pubblico impiego che, quanto alla dirigenza, si è basata sulla moltiplicazione dei posti di funzione che ha fatto perdere di vista il senso della funzionalità delle strutture amministrative, quanto a competenze e numero degli addetti, e della stessa responsabilità dei dirigenti. Il loro numero è enormemente cresciuto nel tempo, con l’effetto di parcellizzazione degli apparati con soddisfazione dell’antica aspirazione dei detentori del potere politico al divide et impera, una regola dagli effetti perversi in presenza di una classe di governo estremamente modesta. Ministri che si sentono autorevoli di fronte ad un dirigente dimezzato, che loro hanno nominato e da loro attende la conferma.

Quale indipendenza, dunque, per la dirigenza statale? Inoltre, lo spoil system, immaginato per inserire nei ministeri professionalità «non rinvenibili nei ruoli dell’Amministrazione» (art. 19, comma 6, del d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165), è stata la strada per assicurare un posto di lavoro ai portaborse dei politici o a funzionari «di area» che non erano riusciti a superare il concorso a dirigente. Con l’effetto di mortificare i funzionari vincitori di carriera che hanno visto precluse prospettive che un tempo potevano costituire una importante aspettativa professionale. Insomma, occorre una profonda riforma per governare. Come gli italiani hanno potuto verificare nell’occasione drammatica del contrasto all’epidemia da Covid-19, nell’affrontare la quale il Governo ha dimostrato assoluta incapacità di assumere rapidamente le occorrenti decisioni. È sufficiente qualche breve considerazione sui tempi della risposta all’allarme pervenuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) il 30 gennaio 2020, con la dichiarazione dello stato di «emergenza internazionale di salute pubblica per il coronavirus» (Pheic). E qui c’è la prima falla nella organizzazione statale.

L’Italia ha un suo rappresentante nell’O.M.S. Bisognava attendere la dichiarazione ufficiale per un virus denominato n. 19, cioè scoperto nel 2019? Perché il nostro rappresentante non ha allertato il governo? O l’ha fatto e il presidente del Consiglio ed il ministro della Salute hanno sottovalutato il pericolo? Sta di fatto che il 31 gennaio il Consiglio dei Ministri dichiara, per sei mesi, «lo stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili», avendo evidentemente presente che la situazione di pericolo avrebbe avuto una durata almeno corrispondente. Eppure il Governo, che nel frattempo non si è preoccupato di fare una ricognizione delle occorrenze, mascherine e apparati di ventilazione polmonare, presumibilmente occorrenti, per verificarne l’esistenza nelle strutture ospedaliere o per predisporne l’acquisto, attende il 23 febbraio per adottare un provvedimento di urgenza «con forza di legge» con poche norme, al quale seguirà una serie di decreti legge mai vista prima. Mentre le disposizioni di dettaglio vengono adottate dal presidente del Consiglio con propri decreti di dubbia costituzionalità per le gravi limitazioni all’esercizio di diritti personali costituzionalmente garantiti: uno tra tutti, il diritto di circolazione. Decreti «incostituzionali», come li ha bollati Sabino Cassese, giurista insigne ed ex giudice della Corte costituzionale, che non si sa neanche chi li abbia scritti, tra comitati e task force, una pletora di oltre 450 «esperti», come se l’amministrazione pubblica non ne avesse. E non esistesse il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel), organo «di consulenza delle Camere e del Governo» (art. 99, comma 2, Cost.).

Quanto ai decreti legge, vengono convertiti dal Parlamento senza che sia possibile discutere ed emendare il testo, ricorrendo il Governo al voto di fiducia, con evidente emarginazione delle due Camere. E mentre il virus sembra aver attenuato la propria pericolosità e si guarda alla «fase due» per cercare di dare ossigeno all’economia bloccata in tutti i settori, l’incapacità dell’Amministrazione di rispondere alle esigenze del momento apre la strada ad una normativa straordinaria la quale fa intravedere, tuttavia, un nuovo, per certi versi, più grave pericolo: quello che la logica dell’emergenza (niente gare, niente controlli) estenda i suoi effetti oltre il tempo strettamente necessario per proporsi come regola per il futuro. Semplificare necesse est, naturalmente, ma… est modus in rebus. Nel segno della legalità e della trasparenza.

*Salvatore Sfrecola, Presidente Associazione Italiana Giuristi di Amministrazione, già presidente di Sezione della Corte dei Conti

Manifesto contro il proporzionale

Il governo giallo-rosso è nato con due precisi obiettivi. Il primo è controllare l’elezione del presidente della Repubblica nel 2022; il secondo è modificare la legge elettorale per “disinnescare” una futura vittoria della coalizione di centro-destra, maggioranza nel Paese. Partito Democratico e Movimento 5 Stelle stanno già lavorando al ritorno del proporzionale “puro”, senza alcun elemento maggioritario. Una decisa opposizione a questo piano scellerato può costituire, senza dubbio, il primo banco di prova per una rinnovata unità del centrodestra. Il “no” al proporzionale deve essere netto, senza se e senza ma, senza distinguo e postille da azzeccagarbugli: vediamo perché.

  1. Il proporzionale è stato già bocciato dagli Italiani mediante referendum abrogativo. Il 18 aprile 1993 si recò alle urne oltre il 77% degli aventi diritto e ben l’82,74% votò in favore dell’abrogazione di alcune disposizioni della legge elettorale in vigore per il Senato. Questo risultato – combinato con la precedente abrogazione, avvenuta sempre per via referendaria il 9 giugno 1991, di alcune norme relative alla legge elettorale per la Camera – portò il Parlamento ad approvare due leggi (una per ogni ramo parlamentare) che introducevano un sistema elettorale misto basato sull’elezione di tre quarti dei deputati e tre quarti dei senatori con sistema maggioritario a turno unico nell’ambito di collegi uninominali. Solo i restanti seggi venivano attribuiti con il sistema proporzionale.

 

  1. Il proporzionale è il simbolo del trasformismo ed esaspera tutte le già evidenti criticità di una repubblica parlamentare. Altro che “cambiamento”: ora si lavora per riportare l’Italia ai tempi della Prima Repubblica, nella quale si ricorreva alle scorciatoie costituzionali per legittimare giuridicamente giochi di palazzo e repentini cambi di casacca. Non deve sorprendere che a farsi promotori del ritorno al proporzionale siano, rispettivamente: un presidente del Consiglio che è riuscito con rapida disinvoltura a cambiare compagni di viaggio (una capacità di adattamento davvero d’altri tempi); un partito (quello Democratico) che per evitare di essere l’eterno secondo ha improvvisamente abbandonato la storica battaglia in favore del maggioritario; un altro partito (Movimento 5 Stelle) che già sogna di essere l’eterno ago della bilancia in Parlamento.

 

  1. Il proporzionale è sinonimo d’instabilità: 66 governi in 73 anni anni di repubblica a quanto pare non sono stati sufficienti per comprendere la dannosità di questo sistema elettorale. L’Italia ha bisogno di stabilità, e questa è possibile solo attraverso una sana alternanza democratica basata sulla volontà degli elettori. Questo è l’obiettivo di una democrazia matura: invece, si mira a mantenere l’Italia nell’eterno limbo di una repubblica transitoria e plasmabile sulla base degli interessi di una minoranza. Una minoranza che senza cambiare le regole del gioco sarebbe destinata a rimanere tale anche nelle aule parlamentari, e che quando si trova all’opposizione non smette mai di preoccuparsi per la credibilità internazionale dell’Italia. Ma quale livello di credibilità può avere un Paese che cambia governo ogni anno sulla base di occasionali convenienze partitiche?

 

  1. Il proporzionale rende più fragile il sistema-Paese: l’impossibilità nel riuscire a dare continuità all’azione dell’esecutivo ha inevitabili e negative ripercussioni sul tessuto socio-economico e sulla qualità delle politiche pubbliche. Il proporzionale impedisce ai governi di disegnare un orizzonte temporale di medio-lungo periodo e di mettere in cantiere riforme strutturali in grado di avere ripercussioni positive sul sistema produttivo. Imprese, lavoratori autonomi e dipendenti, famiglie si trovano così a fare i conti con continui cambiamenti legislativi che si traducono in ben noti labirinti burocratici. Il proporzionale costruisce governi di breve respiro, che spesso hanno come uniche priorità la soddisfazione dei propri piccoli bacini elettorali e la rincorsa di un occasionale consenso utile solo per potersi sedere al tavolo del prossimo inciucio.

 

  1. Il proporzionale crea disaffezione verso le istituzioni e verso la politica. Sarà pur vero che, come prevede la Costituzione, non si vota per eleggere il governo né il Presidente del Consiglio: ma se i cittadini vengono ridotti a meri esecutori di una democrazia di facciata, e la sovranità popolare – da esercitare, certo, nelle forme e nei limiti della Costituzione – è considerata nulla più che un intralcio facilmente superabile dall’ambizione di un manipolo di opportunisti, è naturale che a prevalere siano rabbia e risentimento verso un sistema che anziché auto-riformarsi si preoccupa di cementare le proprie rendite di posizione. Le soluzioni sono due: l’abbandono del parlamentarismo in favore di una repubblica presidenziale con elezioni diretta del capo dello Stato, e l’adozione di una legge elettorale di tipo maggioritario.

*Federico Cartelli, collaboratore Charta minuta

Intervista a Giulio Terzi di Sant’Agata ed Adolfo Urso sui temi del convegno “Il Dragone in Europa: opportunità e rischi per l’Italia”

Intervista a Giulio Terzi di Sant’Agata ed Adolfo Urso sui temi del convegno “Il Dragone in Europa: opportunità e rischi per l’Italia”” realizzata da Massimiliano Coccia con Giulio Maria Terzi di Sant’Agata (ambasciatore, presidente del Comitato Mondiale per lo Stato di Diritto – Marco Pannella), Adolfo Urso (senatore, vice presidente Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, Fratelli d’Italia).

"Prima gli italiani"? Un dovere dello Stato. Parola di immigrato

L’Italia finalmente si fa sentire, in Europa e nel Mondo. La vicenda dell’Aquarius ha mostrato, dopo tanti anni di stallo e “zerbinismo”, come si fa politica estera, come si difendono gli interessi nazionali. Per la prima volta si assiste, da parte dei paesi europei, a passi indietro, giustificazioni confuse e ritrattazioni e, addirittura, autocritiche per non essere stati al fianco dell’Italia.nQuesta fermezza politica è il primo passo, L’Aquarius il fatto scatenante, ma la vera forza del nuovo governo e del parlamento si vedrà a breve, quando si andranno ad affrontare i problemi migratori sotto il profilo giuridico, organizzativo, interno.
Sono stato un immigrato anch’io, forse privilegiato ma pur sempre classificabile come tale. Immigrare significa lasciare la propria terra, le origini, gli affetti, per trasferirsi in un altro Paese. I motivi sono quasi sempre economici e raramente politici. Anche perché in quest’ultimo caso il desiderio non è quello di stabilirsi bensì di fuggire da un pericolo, dalla violazione di diritti, da repressioni, per poi un giorno ritornare a casa. Ed è il mio passato da immigrato, e non la mia cittadinanza italiana, che mi consentono di affrontare l’argomento sentendomi immune da contestazioni e polemiche.
Anni fa avevo raccontato in un romanzo il fenomeno dell’immigrazione clandestina in Italia e, per via delle posizioni prese in una successiva intervista, fui definito “leghista bulgaro” dalle pagine di un noto quotidiano nazionale. Oggi, stante i risultati delle elezioni e le prime azioni messe in atto sull’immigrazione, tale definizione non sembra più un’offesa (forse non lo era anche allora), bensì un complimento verso tutti gli italiani che hanno votato il centrodestra. Perché il vero pericolo per l’Italia è il falso buonismo che ha caratterizzato la politica del passato.
Quando, quasi trent’anni fa, la caduta del Muro di Berlino originava il primo flusso migratorio verso l’Occidente, quello dei cittadini dell’Est Europa, si partiva senza attendere alcuna accoglienza, alcuna solidarietà né tolleranza dal paese ospitante. Si sapeva che, andando in Germania, Austria, Francia, Inghilterra, Italia, Belgio e Spagna, con visti turistici per poi restare lì si violavano le leggi. C’era la piena consapevolezza di essere considerati intrusi, di non essere visti con buon occhio, e si accettava il rischio, senza alcuna pretesa di comprensione e aiuto.
Non esistevano le Onlus e le Ong che aiutavano, nessuno offriva alloggi e diarie, schede telefoniche e quant’altro. A nessun immigrato passava per la mente di avanzare pretese o rivendicare diritti che non aveva.
Ed eravamo europei, cugini, con la stessa cultura, stessa religione e tradizioni, divisi solo da 45 anni di storia sbagliata. Oggi, quindi, da ex immigrato inorridisco nel vedere quello che succede nell’Occidente tollerante e politically correct ad ogni costo, a partire dalle strumentalizzazioni del problema dei clandestini fino alla sua presentazione mediatica quasi come fenomeno irrisolvibile e persino utile (con le cosiddette “risorse”).
Tante firme illustri, da decenni, hanno messo in guardia l’opinione pubblica sui problemi e sui pericoli di questa “invasione”, perché di questo si tratta, da Magdi Allam ad Oriana Fallaci, ma i governi sono rimasti sempre sordi ai loro appelli. Oggi, finalmente, qualcosa potrebbe cambiare. La soluzione esiste e a mio parere è tanto semplice quanto efficace. Quale? Nazionalizzare la gestione dell’accoglienza e dell’intero fenomeno migratorio, estromettendo così gli attuali soggetti coinvolti a favore dello Stato.
Si è capito, ormai, e i fatti lo dimostrano, che alcuni settori sensibili non possono essere delegati. Come non possiamo cedere in outsourcing la polizia di stato o la giustizia, così non si possono affidare a soggetti non statali i servizi relativi all’accoglienza, alla gestione e al controllo di persone che di fatto hanno violato le leggi introducendosi clandestinamente in un paese, eludendo le regole doganali, privi di documenti e perciò con identità difficilmente accertabile e che di fatto non possono circolare liberamente nel Paese.
Presentando in tempi brevi in parlamento una nuova legge correttiva della precedente e più adeguata alle mutate esigenze, si potranno estromettere le Cooperative e le Ong – facendo cessare il lucrare di queste a spese dello Stato e dei cittadini – dalla gestione di un problema così epocale che richiede un intervento diretto e una responsabilità nell’allocazione delle risorse pubbliche ad esso destinate che può competere solo allo Stato. Anche perché parliamo di 5 miliardi di soldi pubblici.
Ecco perché quando si dice Prima gli italiani o Prima l’Italia, questa non è un offesa o razzismo, perché non si escludono gli altri, ma si sancisce semplicemente una giustizia sociale, di rispetto e riconoscenza di uno Stato verso i propri cittadini, verso il lavoro e il sacrificio del proprio popolo che ha combattuto per costruire un paese che il mondo intero invidia. Ed è per questo che ogni cittadino italiano deve avere la prelazione sui diritti e sull’attenzione dello Stato rispetto a chi non ha partecipato a questo lungo percorso storico.
Parola di immigrato.

*Kiril Maritchkov, avvocato internazionalista

 

 

A questo governo? Manca un progetto per l’Italia

Lo abbiamo spiegato, nella seduta inaugurale al Senato, al premier Giuseppe Conte: se assicurerà al Parlamento un Governo “leale” e costruttivo nel processo legislativo, il nostro atteggiamento sarà costruttivo e, di volta in volta, lo sarà anche la nostra opposizione che chiamiamo “propositiva” così come a nostra volta tali sono le nostre iniziative legislative – molte già ne abbiamo presentate – indirizzate proprio per colmare le lacune – tante – presenti sia “contratto di governo” sia nella relazione che abbiamo ascoltato. Da parte nostra, come ho ribadito nel mio intervento in Aula, avremo un atteggiamento sempre trasparente e leale, come siamo stati – noi sì – anche nella fase di nascita del Governo. Noi sì, trasparenti e leali con gli alleati e gli elettori: non sempre possiamo dire la stessa cosa degli altri.
Ne sono personalmente convito: quello che ha ottenuto la fiducia è un “Governo Minotauro”, frutto di un amore forse irresistibile ma certamente innaturale perché – come è evidente – per metà è politico e per l’altra metà è tecnico: oltre il 40 per cento dei componenti del Governo è di matrice tecnica. Tecnico è il premier stesso, tecnici sono il ministro degli Esteri, il ministro della Difesa, il ministro dell’Economia, cioè tecnici sono i Ministeri di serie A, salvo il ministro dell’Interno che apprezziamo, perché in salde mani politiche.
Ebbene, a fronte di questo, noi siamo preoccupati per la sintesi che è stata realizzata nella composizione del Governo, e quindi per la possibile esecuzione del programma. A proposito di questo ai nostri alleati della Lega abbiamo chiesto perché hanno lasciato al MoVimento 5 Stelle i Ministeri che determinano la politica per l’impresa e lo sviluppo, la produttività, la crescita e quindi l’occupazione. Già: hanno lasciato ai Cinque Stelle il ministero dello Sviluppo economico e del lavoro, i Trasporti, le Infrastrutture, l’Ambiente, l’Energia, la Comunicazione, il Commercio estero, il Mezzogiorno: tutto quello che crea sviluppo e impresa.
Infatti, non c’è la lettera “i”, non c’è impresa nel programma di Governo: è un contratto privo di priorità, un elenco alfabetico di buone intenzioni, in larga parte condivisibili da tutti, ma a cui manca una visione condivisa e suffragata dal voto degli elettori. È una sommatoria di interessi particolari, forse tutti pienamente legittimi e condivisibili se non fosse che manca l’interesse generale: la sommatoria di interessi particolari non fa l’interesse generale se manca una visione del futuro, se manca un progetto per il Paese.

*Adolfo Urso, senatore FdI