Raimondo Fabbri

Ma il CNEL è già la task force Italia

Nell’epoca segnata dal virus che purtroppo ha stravolto la vite di centinaia di milioni di uomini e donne del nostro pianeta, è divenuto usuale il ricorso al linguaggio bellico nell’approcciare i discorsi che riguardano il contrasto del Covid-19. In Italia dall’inizio della pandemia non sono mancati appelli e messaggi che non abbiano richiamato nei termini e nelle citazioni storiche, la guerra e gli accostamenti all’ultimo conflitto mondiale. Tale linguaggio tuttavia non riesce a descrivere quella in maniera più realistica può essere classificata come una crisi sanitaria che giorno dopo giorno si sta tramutando in una crisi economica, come certificato dal Fondo Monetario Internazionale. Per fronteggiare quest’altrettanto grave minaccia, abbiamo assistito alla recente nomina dell’ennesimo comitato di esperti con elevate e qualificate competenze dovrà suggerire al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, le misure necessarie alla ripresa delle attività economiche e produttive. Il provvedimento però, ed è bene puntualizzarlo senza nessuna volontà polemica, si presta ad alcune considerazioni e valutazioni rispetto alla effettiva necessità di un altro gruppo di personalità, ancorché di altissimo profilo, che andrà ad accrescere la nutrita schiera di comitati e task force già costituiti e che rischiano di rendere ancora più macchinosi i processi decisionali, soprattutto a causa dell’assenza di un effettivo coordinamento. Osservando la mission dei 17 esperti guidati dall’ex amministratore delegato di Vodafone, Colao, appare difficile non coglierne le assonanze con l’organo costituzionalmente destinato ad occuparsi delle materie affidate alla task force per la fase 2: stiamo parlando del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. Proprio quel CNEL tanto vituperato e certamente poco amato organo ausiliario cui l’art.99 della Carta conferisce funzioni di consulenza e di proposta per il Governo e le Camere, il quale nonostante le alterne fortune vissute nel corso della sua esistenza repubblicana, sta resistendo da almeno un decennio, ad una serie di tentativi che ne decretino la scomparsa in quanto ritenuto, molto superficialmente, come un’inutile orpello o perché considerato come un eccessivo cedimento alla cultura corporativa. Eppure in una fase come quella che stiamo vivendo, così delicata anche per gli inevitabili risvolti economici e sociali, un strumento come il CNEL poteva risultare molto utile per sciogliere alcuni dei nodi che Giuseppe Conte dovrà districare nei prossimi giorni. Infatti nel disinteresse generale quest’ultimo, già da qualche tempo, stava offrendo dei contributi per affrontare la crisi, ad esempio con un approfondito documento di osservazioni e proposte al disegno di legge di conversione del decreto recante le «Misure di potenziamento del Servizio Sanitario Nazionale e di sostegno Economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza Epidemiologica da covid-19» in cui oltre a sottolineare correttamente come l’Italia sia l’unico Paese dell’Unione ad aver conseguito ininterrottamente per 29 anni un avanzo primario nel suo bilancio, consigliava l’emissione di titoli di Stato a lunga scadenza per finanziare il Sistema Sanitario Nazionale. Oppure l’iniziativa di analisi della situazione e delle conseguenze economiche nel breve e nel medio periodo, per fornire al decisore politico un quadro d’insieme riguardo il sistema produttivo, le ricadute occupazionali e gli strumenti da poter mettere in atto per sostenere l’economia, sia immediatamente che una volta esaurita l’emergenza sanitaria. Questa attività insieme all’avvio di uno stress-test sugli effetti della pandemia, in collaborazione con le parti sociali e articolato in dieci macro aree (dal sistema bancario all’infrastruttura digitale, dalla logistica all’agricoltura ed al turismo, passando per la scuola e l’industria) fa parte di un lavoro mirato a valutare l’impatto sul sistema Paese della crisi economica, tenendo ben presente che la pandemia ha completamente paralizzato i due pilastri sui quali l’Italia ha retto l’urto della grande recessione 2008-2015: le esportazioni e la filiera del turismo e dell’agroalimentare, che ha nella ristorazione interna ed internazionale il suo punto di forza. Soprattutto per tali ragioni risulta incomprensibile la mancata considerazione di un organo di rilevanza costituzionale, con ruoli e una struttura ben definite e consolidate, che ha tra le proprie attribuzioni quelle materie assegnate al neonato comitato per la fase 2. La presenza nel Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro delle rappresentanze delle forze sociali del mondo dell’impresa, del lavoro autonomo e del lavoro dipendente oltreché di alcune organizzazioni dell’associazionismo sociale e del volontariato, potrebbero senz’altro essere un valore aggiunto in grado di contribuire ad elaborare un vero e proprio progetto per l’Italia, di cui si sente tremendamente bisognio. Il Presidente del Consiglio dimenticandosi di questa camera dalla dottrina definita come “camera di compensazione” o “terza camera” in cui le istanze del lavoro incontrano quelle del capitale, ha forse perduto un’occasione per evitare quel pregiudizio che lo vorrebbe in difficoltà nel gestire situazioni delicate in cui sono necessarie notevoli capacità di sintesi e finalizzazione. Come è stato correttamente notato proprio dal CNEL, le azioni che si metteranno in campo nelle prossime settimane per far ripartire gradualmente il Paese dopo il lungo lockdown, lo disegneranno per i prossimi 10 anni. Pertanto non si può improvvisare oppure navigare a vista. E per tenere la rotta il CNEL potrebbe tornare utile al Governo.

Le campagne elettorali viste da Hollywood

Comprendere le elezioni Usa attraverso il cinema

 

Recensione a

Luca Mencacci

The best man. Le campagne elettorali viste da Hollywood

Rubbettino 2016

 

Lettura consigliata particolarmente in quest’anno che, al netto di quali saranno le conseguenze e la persistenza dell’epidemia di Covid-19, culminerà nell’elezione del Presidente degli Stati Uniti d’America. L’autore, docente di Scienza Politica e Analisi delle Politiche Pubbliche all’Università Guglielmo Marconi, indaga la produzione cinematografica hollywoodiana di genere elettorale e pur con il sostegno di solide basi scientifiche, non nega tuttavia come il processo elettorale, per sua natura intrinseca, presenti una sua singolare «cinematografibilità». Nelle dense pagine del saggio infatti, il lettore troverà alcune chiavi di lettura e spunti efficaci che il cinema di Hollywood fornisce per comprendere le dinamiche elettorali d’Oltreoceano. Evitando sia l’approccio sociologico quanto quello storico, Mencacci tenta un’operazione culturale complessa indagando la democrazia statunitense attraverso alcune categorie che costituiscono i capitoli del volume. The best man permette così di avventurarsi nei labirinti di una materia ostica per la scienza politica contemporanea, attraverso la cultura popolare dei film che ne hanno raccontata la storia dal secondo dopoguerra ad oggi. Una serie di titoli cinematografici, che in questo periodo di clausura obbligata dall’emergenza sanitaria possono risultare ut, ili al lettore, permettono di affrontare, tra gli altri, l’irresistibile richiamo al cambiamento attraverso l’analisi di Last Hurrah (1958) di John Ford interpretato dal mostro sacro Spencer Tracey che pone l’accento sulle macchine elettorali (political machines) caratterizzanti la politica statunitense, oppure sul ruolo decisivo acquisito sin dagli anni ’80 del novecento dagli spin doctor, come fatto nel film Power (1986) di Sidney Lumet ed interpretato da Richard Gere nei panni dell’esperto di marketing politico e consulente d’immagine. Del resto il candidato, come mostra egregiamente anche The candidate (1972 premio Oscar per la sceneggiatura) con l’inossidabile Robert Redford come protagonista, è un prodotto come gli altri, che deve sottostare a precise regole e a determinate dinamiche, abbandonando l’ingenuo idealismo, per raggiungere il successo. Non manca neanche il thriller fantapolitico, The Manchurian Candidate (2004) di Jonathan Demme, rifacimento di un film del 1962, in cui il protagonista Denzel Washington tenta di contrastare una pericolosa multinazionale che attraverso il lavaggio del cervello vuol far giungere alla presidenza degli Stati Uniti un proprio uomo, per indagare il sempre vivo, quando si parla di Stati Uniti, filone complottistico. Così di film in film e di capitolo in capitolo sarà possibile per il lettore (e perché no anche spettatore se deciderà di associare la visione di qualche pellicola richiamata nel libro) sedersi comodamente in poltrona e, per utilizzare la citazione di Alexis De Tocqueville riportata nell’introduzione «cercare l’immagine della democrazia stessa, con le sue inclinazioni, il suo carattere, i suoi pregiudizi e le sue passioni, allo scopo di apprendere che cosa dobbiamo temere o sperare nel suo sviluppo»

La Cina è (davvero così) vicina?

«Mantieni il profilo basso e aspetta il tuo tempo» Deng Xiaoping

Con l’aggravarsi della crisi causata dalla diffusione del Covid-19, la Repubblica Popolare Cinese ha attivato una poderosa macchina propagandistica attraverso i suoi megafoni mediatici ed i canali diplomatici, abilmente orientati a minimizzare le colpe dell’Impero del Centro esaltandone i gesti simbolici come quello di inviare aiuti e personale medico in Italia per contribuire a fronteggiare l’emergenza, nel tentativo evidente di distogliere l’attenzione sulle cause e soprattutto sulle responsabilità cinesi nella mancata condivisione delle informazioni circa la diffusione del virus che già a  novembre 2019 si era manifesto Whuan, successivamente cogliendo di sorpresa l’Europa ed il nostro paese in particolare. Senza tacere degli errori che il governo ed alcuni esponenti politici italiani hanno comunque commesso in una prima fase, quando sottovalutando la pericolosità del Corona Virus invitavano a prendere aperitivi nei centri cittadini oppure ad andare a mangiare nei ristoranti cinesi, l’assenza di dati e la scarsa trasparenza nella gestione delle informazioni, emblematicamente rappresentata da Zhang Jixian, medico dello Hubei che dopo aver riscontrato un caso di Covid-19 il 27 dicembre si è visto vietare dalle autorità la diffusione della notizia. Di questo passo si è giunti alla giornata del 22 marzo con l’ennesimo colpo di scena sfoderato dal Global Times (quotidiano cinese in lingua inglese molto vicino agli ambienti governativi) che ha comunicato in un tweet, senza verifiche ne riscontri oggettivi, che in Lombardia vennero segnalati già a novembre del 2019 alcuni casi sospetti di polmonite che apparivano molto simili, per i sintomi manifestati, alle infezioni da Covid-19. Utilizzando in maniera subdola l’intervista a Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto ricerche farmacologiche Mario Negri ad un’emittente americana (NPR), il quotidiano a cosa voleva alludere? Al fatto che il virus fosse presente in Italia prima che in Cina?

Nulla di nuovo sotto il sole dato che è dal principio dell’emergenza che Pechino sta tentando di modificare la percezione della pubblica opinione rispetto all’origine della pandemia, facendo  circolare degli articoli in cui i primi casi venivano ricondotti agli Stati Uniti ed in alcune versioni sostenendo addirittura di come il virus fosse stato portato a Whuan dagli americani. E’ oramai comunemente accettato, tranne che nei palazzi della politica nostrana a quanto pare, di come la Cina stia sfruttando la crisi provocata dal Corona virus come una straordinaria occasione propagandistica. Omettendo sistematicamente di essere stato l’epicentro del contagio, Xi Jinping continua a sfidare l’ordine liberale e l’egemonia USA attraverso tutti gli strumenti caratteristici del soft power cinese: un’informazione rigidamente controllata, il basso profilo adottato e soprattutto il supporto di alcune sponde istituzionali in tutto l’Occidente cui far giungere aiuti umanitari. D’altronde questa strategia dimostra la propria validità se il mantra “facciamo come in Cina” ha completamente fatto trascurare a chi lo pronuncia alcuni dettagli, peraltro discutibili, sui metodi utilizzati nella Repubblica Popolare per far fronte all’epidemia. Altrettanto indubbiamente il corona virus avrà delle ripercussioni geopolitiche visto lo sforzo cinese per confermare l’efficienza cinese e per rilanciare la proiezione del paese oltre i confini nazionali, mirando a restituire una nuova immagine del Dragone, uscita indubbiamente indebolita da tutta questa vicenda. Risulta pertanto singolare subire le illazioni della stampa contigua al governo comunista cinese senza che né da parte del Governo italiano, né tantomeno dal Presidente della Repubblica si siano levate critiche o decise richieste per ristabilire l’ordine della cose, evitando così che la credibilità del nostro paese e della sua classe politica italiana, già in evidente affanno,  vadano completamente a fondo. Annunciandosi mesi difficili sia dal punto di vista economico che sociale, sarà quanto mai necessario mantenere la calma ma anche dimostrare di non cedere all’improvvisazione affinché non prevalga il sentimento di sfiducia per l’assenza di una linea politica chiara che nel lungo periodo faccia uscire l’Italia da questa crisi.