Redazione

Il Politico e la destra. Risposta a Galli della Loggia

I– L’errore più consueto tra gli intellettuali di ogni tempo e schieramento è quello di voler insegnare ai politici ciò che dovrebbero fare, come agire, quali fini perseguire e semmai anche il nome da scegliere per il proprio partito. Sul Corriere della Sera del 29 marzo 2021 si può leggere un editoriale a firma di Ernesto Galli della Loggia (La destra moderna che serve) che sembra ripetere l’errore, anche se in questo caso l’errore è voluto, trattandosi, in fondo, più di una garbata provocazione nascosta dietro un auspicio, etichettato addirittura come utopico, che del solito forbito ma incomprensibile pastone di ricette (“bisogna che”, “si deve”) del professore ‘onnisciente’ che vorrebbe ergersi a consigliere del principe. In un passato nemmeno tanto lontano ricordo almeno uno di questi intellettuali esperti di pratiche politiche altrui, subito rientrato all’ovile (leggi: università) senza essere stato minimamente toccato dalla gloria del campo di battaglia.

Nel caso in questione non si tratta di un ‘consigliere del principe’, ma appunto di un intellettuale che ritiene doveroso, e non solo per riempire qualche colonna di piombo di quotidiano, dire la sua su ciò che potrebbe e dovrebbe essere la destra ai giorni d’oggi, la “destra che serve”, per l’appunto, come la definisce Galli, una destra “moderna”, della quale sembra suggerire anche il nome: PCI, Partito conservatore italiano. Per la verità di partiti che hanno l’aggettivo ‘conservatore’ addirittura nel nome non ce ne sono molti in giro per il mondo ‘moderno’, eccezion fatta per lo storico Conservative ­– and Unionist – Party britannico e un poco noto partito americano che in realtà è solo un ‘pensatoio’ dentro il Partito Repubblicano. Va anche detto che i conservatori britannici sono più conosciuti come ‘Tories’ e quelli americani senz’altro come repubblicani. Il termine conservatore è riservato alle posizioni ideali, alla filosofia politica che si professa e diciamo pure alla ideologia che si difende, un’ideologia che oramai assai più negli Usa che nel Regno Unito resta formalmente legata alle sue premesse d’origine, ovvero “il trono e l’altare”, non necessariamente un trono assolutistico o un altare fondamentalistico (in Gran Bretagna il laicismo ha preso buona parte dei conservatori britannici nonostante il fatto che la religione del paese è molto legata alle istituzioni politiche, essendo Sua Maestà il capo della Chiesa anglicana).

E qui mi piace ricordare che proprio un filosofo inglese tra i massimi del Novecento, considerato di regola un conservatore (ma su ciò altrove ho espresso i miei dubbi[1]), scrisse a metà degli anni Cinquanta un saggio (ora pubblicato anche in italiano[2]) intitolato On being conservative (Sull’essere conservatori). Quando Michael Oakeshott, questo il nome del filosofo inglese (1901-1990), inviò per la pubblicazione il manoscritto a Irving Kristol, direttore di Encounter, una delle più note riviste conservatrici americane del tempo, questi lo respinse con una semplice argomentazione: nell’articolo mancava ogni riferimento alla religione, che per un “vero conservatore” americano costituiva il fondamento naturale e obbligato del conservatorismo. In effetti, era proprio così e ciò non a caso, perché il (presunto) conservatorismo di Oakeshott (idolo della destra inglese prima di Roger Scruton) non conosceva la religione e i suoi dogmi come presupposto necessario dell’essere conservatori, cui attribuiva piuttosto l’opportunità di un sano scetticismo filosofico.

Il saggio di Oakeshott delineava in effetti non il conservatorismo, ma i tratti dell’essere conservatori, lo stile, la propensione ad agire ‘en conservateur’ più che il propugnare gli stilemi di un pensiero che dal suo punto di vista faceva parte, in ultima istanza, di un tipo di politica che in sé non si distingueva da quella apparentemente opposta: l’essere entrambi, il ‘conservatorismo’ e il ‘progressismo’, politiche della fede, cioè fondate su quella che Max Weber chiamerebbe etica della convinzione. Alla politica della fede egli contrapponeva la politica dello scetticismo, in realtà entrambi tipi ideali di azione, che nella concreta realtà storica dovevano affrontare inevitabilmente le rispettive nemesi, essendo di tanto in tanto necessari anche per lo scettico un po’ di fede e per il credente un po’ di scetticismo[3].

Il discrimine stava nella opposizione tra ‘stile conservatore’, modo d’essere conservatore, e ideologismo, dove ideologico è necessariamente anche il conservatorismo, nella misura in cui, appunto, non è solo uno stile di vita, una condotta quotidiana e un modo di pensare e di agire, ma un insieme di dogmi, compresi quelli religiosi, ai quali assimilava i dogmi del progressismo, che guarda solo ad un ‘futuro migliore’ più che al duro ma spesso anche gratificante presente, un presente che non a caso impone obblighi e non cert utopie. In altri termini, se Oakeshott a Londra votava ‘conservative’ questo non significava che non avrebbe preferito un partito con un nome diverso, più pragmaticamente orientato verso le scelte ragionevoli e rispettose dell’ordinato andamento della vita politica secondo le regole del diritto; essendo però il suo stile di vita quello sì scetticamente conservatore (tra corse dei cavalli, libri e belle donne), non avrebbe mai proposto ai Tories che ogni tanto era costretto a frequentare (la Thatcher voleva farlo baronetto, ma garbatamente Oakeshott rifiutò l’onore di essere associato ai Beatles) cambiare il nome al Partito conservatore sarebbe stato un inutile e superfluo cambiamento.

 

II– Questa premessa per dire che suggerire al partito “Fratelli d’Italia” di diventare un “moderno partito conservatore” è un suggerimento discutibile per molte ragioni, alcune delle quali cercherò di argomentare in questa sede, indipendentemente dal fatto che poi ‘consigliare’ il principe qualcosa è sempre la volta buona che il consigliere perda la testa, cosa che nel caso di Galli della Loggia non vale non essendo, né volendo egli essere, il consigliere di Giorgia Meloni. Ma un suggeritore questo sì e i suoi suggerimenti – distinti quindi dai ‘consigli’ – vanno presi sul serio perché tutt’altro d’occasione e forse potrebbero rappresentare l’opportunità per una riflessione ad ampio spettro sulla destra oggi, o, se si vuole, sulle destre oggi.

Galli, infatti, di destre italiane ne individua almeno tre: liberali, populisti e questa cosa in divenire che sarebbe a suo avviso “Fratelli d’Italia”, la cui politica dovrebbe far perno sullo Stato nell’età della globalizzazione al fine di rafforzare coesione sociale e solidarietà. Fin qui la cosa ha senso e giustamente la Meloni ha fatto subito presente (cfr. il Corriere della Sera del 30 marzo 2021: La destra moderna che già c’è) che è proprio ciò che lei fa in Europa e in Italia: difendere l’interesse nazionale italiano contro la finanza globalista e quindi lavorare per la coesione e la solidarietà entro i confini nazionali, da buona patriota. Persino diventare conservatore non avrebbe senso, in quanto è già persino Presidente del raggruppamento dei “conservatori e riformisti europei”, anche se l’unico partito che si dichiara conservatore, dopo l’abbandono dei britannici, è un piccolo partito croato.

Ora l’interrogativo fondamentale che va posto dopo l’intervento di Galli della Loggia è questo: ha senso essere ‘conservatori’ per differenziarsi dai populisti e dai liberali? Come ho già accennato, il conservatorismo è un’ideologia, che può avere molte facce, ma resta un’ideologia ed è certamente a quella cui si pensa di regola quando se ne parla, un’ideologia che in quanto tale non è a mio avviso compatibile con la natura della politica della destra di cui oggi si ha veramente bisogno: una destra che difenda l’interesse nazionale e prenda le mosse da questo come bussola del proprio agire[4] va considerata non come una opzione ideologica, bensì come l’essenza, il nòcciolo, la dimensione propria e autentica del Politico, specificamente di un Politico di destra (nel senso che sta dall’altra parte rispetto alla ‘sinistra’ europeista, mondialista, giusmoralista, buonista). Se il Politico ha una natura polemica, nel senso del conflitto e del rapporto amico/nemico, l’interesse nazionale non è una possibilità tra altre del fare politica secondo i criteri del Politico, ma la forma naturale, spontanea e direi dovuta del Politico in quanto tale. In altri termini, essere conservatori nel senso di un ‘pensiero’ conservatore, non solo non sarebbe consono con uno stile conservatore, ma contravverrebbe ai canoni propri del Politico, che si fonda sul principio della autonomia del Politico in quanto tale, che non è riducibile né all’economico né alla morale né al giuridico. Essere conservatori dal punto di vista ideologico non si addice ad un partito di destra che accetti di essere un movimento squisitamente politico, che all’ideologia e ai suoi ineludibili pregiudizi preferisce l’opportunismo necessario dettato dalla obbedienza ai criteri della autonomia del Politico, una dimensione dell’esistenza che ha i suoi propri diritti e privilegi e naturalmente i suoi obblighi.

Diventare un ‘moderno partito conservatore’, nel momento in cui il conservatorismo è oggettivamente in crisi (giudizio che nulla ha a che fare con i pregi assolutamente possibili degli ideali del ‘conservatorismo’) e soprattutto nel momento in cui le sue premesse classiche, ovvero il nesso con certi dogmi religiosi, non trovano rispondenza nel sentimento popolare, sarebbe a mio avviso un errore politico, così come errore politico sarebbe quello di separarsi in quanto presuntamente ‘conservatori’ sia da ogni forma di liberalismo sia dal cosiddetto ‘populismo’. Per tacere del fatto che modernità e conservatorismo non è che si associno tra loro molto felicemente, se si ricorda che una certa ideologia conservatrice si è individuata come tale proprio contro il Moderno e le sue categorie, a partire dall’ideologia dei diritti e della sovranità dell’individuo.

 

III. – Una destra ‘moderna’ che lotti per la coesione sociale e la solidarietà e rimetta al centro lo Stato può oggi essere considerata come ipso facto il contrario del liberalismo e del populismo? Occorre naturalmente accordarsi sul senso delle parole (la grande rivoluzione propugnata da Confucio era non a caso la “rettificazione dei termini”). Personalmente reputo che il liberalismo di un Marco Minghetti dopo l’unità d’Italia fosse un tipo di liberalismo (certo di tipo conservatore, lo definiremmo oggi), centrato sul senso dello Stato e contro le derive di parte, ovvero dei partiti, nell’amministrazione del potere, di cui oggi avremmo assoluto bisogno. Essendo forse tra i pochi giuristi che da sempre sostengono la non perenzione del concetto di Stato, insieme a quelli classici della filosofia politica, in primis quello di sovranità[5] (comunque ben distinto dal termine, a mio avviso ambiguo, di ‘sovranismo’), dovrei rallegrarmi del fatto che Galli della Loggia metta al centro delle sue proposte proprio lo Stato, anche se andrebbe ricordato il fatto che il liberalismo italiano, almeno quello classico di Minghetti, proprio nello Stato aveva visto una via di tutela delle libertà private e dell’interesse nazionale contro le derive partitocratiche, sicché rinunciare a priori all’idea di un collegamento almeno tra la tradizione di un certo liberalismo italiano, di impronta nazionale (omologo, direi, al liberalismo nazionale di un Max Weber in Germania), e la rivendicazione dell’interesse nazionale e della centralità dello Stato in nome della sovranità politica, costituirebbe a mio avviso esattamente una deminutio per il tipo di destra di cui oggi l’Italia ha bisogno.

Il liberalismo non è solo l’ideologia liberale che dubita dello Stato e della politica in nome del mercato autoregolato (non solo un’utopia, ma storicamente una catastrofe), ma anche una certa prassi politica fondata sull’idea di rule of law che si colloca ancora oggi a destra e che merita di essere valorizzata in quanto tale. Il liberalismo di “Forza Italia” dal quale la destra della Meloni dovrebbe distinguersi è un liberalismo molto sui generis (del resto quando tutti sono liberali nessuno lo è più), uno tra i tanti, che spesso di liberale sembra avere poco, se non per quel sospetto dello Stato e per lo Stato (si ricordi il famoso “teatrino della politica” di Berlusconi, in fondo esso stesso una premessa della successiva, finta antipolitica di Grillo) che è proprio della cattiva ideologia liberale, dalla quale una destra politica nazionale deve saper distinguersi, così come dal conservatorismo.

Se, dunque, la destra politica dovrebbe non essere conservatrice se non nello stile dei suoi esponenti, essere sia pure in parte liberale riallacciandosi alla tradizione del miglior liberalismo italiano, dovrà almeno distinguersi dal populismo della Lega o di chiunque altro faccia pratica di ‘populismo’? Anche qui non credo che i suggerimenti di Galli della Loggia vadano nel senso giusto (ma la discussione è aperta). Se indubbiamente destra significa ritorno dello Stato, che cosa si deve intendere oggi per ‘Stato’? Discorso troppo complesso e scientificamente condizionato per essere affrontato qui; mi limito però a sottolineare il fatto che lo Stato, anche lo Stato che conosciamo in quanto apparato-macchina proprio della modernità, espressione massima dello jus publicum europaeum, ha senso sempre e solo in quanto istituto fornito sia di legalità (rule of law) sia di legittimità; ora questa legittimità è data non dai salotti di una certa ‘intellighentzia’ – che possono ‘legittimare’ solo nuovi e astratti diritti dell’uomo –, ma proprio e solo dal ‘popolo’. Contrapporre la destra che dovrebbe essere ‘moderna’ e ‘conservatrice’ al populismo significa dimenticare che la tradizione tipicamente italiana del Politico guarda al senso romano dell’autorità che qualifica legittimo lo Stato, tradizione che altro non era che il Senato e il Popolo di Roma. Una destra all’altezza del tempo storico presente ha l’obbligo di riprendere esattamente quel simbolo, che tiene insieme popolo ed autorità. Una destra ‘moderna’ (dove poi ci si dovrebbe domandare: perché moderna? di quale ‘modernità’?), o, meglio, politicamente attrezzata deve essere per il popolo e per l’autorità che lo difende e ne garantisce l’interesse. Se questo è populismo, la destra non può non essere – anche – populista. Tanto più, va detto, che il populismo è un generico atteggiamento, più che una ideologia, e certamente ha in sé la premessa e il fondamento legittimante di ogni azione politica, a patto, ovviamente, che non venga ridotto a, o confuso con, la demagogia (il M5s non è populista, per esempio, ma puramente demagogico).

 

IV– Del resto ‘Stato’ richiama necessariamente il popolo, altrimenti il concetto di Stato rischia di restare impigliato in quello di nazione, che è una categoria importante, ma storicamente determinata. Se si vuole mettere l’accento sulla Patria e sul patriottismo sarebbe anche importante sottolineare il fatto che ‘Patria’ è un concetto più concreto di ‘nazione’. Sarebbe del resto importante per una destra del XXI secolo riflettere sulle origini del concetto di nazione, che sono a ‘sinistra’, non a ‘destra’: la nazione è il fulcro dell’ideologia robespierrista: la nazione, la virtù, il terrore, in altri termini espressione – almeno inizialmente – di quell’astratto che caratterizza il Moderno e contro il quale il Politico dovrebbe agire in nome dei privilegi del concreto, sia questo l’individuo o la comunità.

Non è un caso che la sinistra, la sinistra dei diritti, dell’umanità, dello ‘Stato di diritto’ dei Trattati europei, della ‘democrazia’ al servizio della finanza, abbia dimenticato completamente il popolo (lo ricordate il ‘popolo lavoratore’ dei comizi comunisti?) a favore dei diritti degli immigrati, degli omosessuali e della competizione economica funzionale al mercato mondiale. Certo, come ‘nazione’ anche ‘popolo’ può essere un concetto astratto, ma se dico popolo italiano o spagnolo mi avvicino a qualcosa di più storicamente determinato, che non a caso suscita immagini rappresentative a volte di stereotipi, spesso di realtà esistenti. La destra deve essere dunque per lo Stato, per uno Stato politico che sia espressione del popolo e miri a tutelarne l’interesse. Bene, ma proprio qui si pone subito un altro problema: la forma di Stato di cui questa nuova destra dovrebbe farsi carico. ‘Stato’ è diventato infatti in sé un termine troppo generico e ambiguo nell’epoca globalista della presunta e decantata “morte dello Stato”, che in realtà è il trionfo delle astrazioni: il denaro, i diritti, il mercato.

L’attenzione al concreto implica necessariamente non solo lo sguardo critico ma attento verso l’alto, verso l’Europa, ma anche un’attenzione nuova alle autonomie territoriali, nella misura in cui siano premesse di una vera e funzionale responsabilizzazione delle periferie. Una destra politica è una destra federalista. Guai a immaginare lo Stato forte e autorevole come uno Stato centralizzato o centralista. Molti difetti dell’ordinamento italiano a partire dall’unità stanno tutti proprio nell’aver rifiutato il modello federale ed essersi appiattiti su un ‘piemontesismo’ burocratico, alle origini di tutti i mali italici. Federalismo non significa quello che è stato spacciato per tale dalla Lega di Bossi, rispetto alla quale andrebbe appunto rialzata, troppo rapidamente e malamente abbandonata dai suoi eredi, la bandiera del federalismo, che al contrario è unità (foedus, appunto) e non divisione, messa in comune delle energie diverse che tali devono essere considerate e conservate, come patrimonio tipico delle ‘nazioni’ stesse, da questo punto di vista intese come contenitori di differenze (chi sa la storia – che la destra deve difendere oggi più che ieri – non conosce solo i ‘tedeschi’, ma anche il prussiano e il bavarese, l’hannoveriano – dove si parla il tedesco più ‘puro’ – e il francone, non solo i francesi ma il normanno e il provenzale, non solo gli italiani ma il pugliese e il lombardo, il veneto e il siciliano). Nella sua replica Giorgia Meloni ha citato Roger Scruton a proposito del patriottismo, ma la Heimat, per usare il termine tedesco, che non è immediatamente il Vaterland, è sempre maledettamente concreta, si riferisce alla comunità direttamente e immediatamente conosciuta, vissuta e vivibile: si parte sempre dal piccolo, come insegna l’idea di sussidiarietà della dottrina sociale cattolica. Solo una forma federale dello Stato (una volta stabilito bene cosa deve intendersi per ‘federalismo’) può essere la base di una forte autorità centrale, rispettosa delle autonomie ma anche delle isonomie necessarie (ben al di là dei formalistici “livelli essenziali di prestazione” del Titolo V della nostra costituzione). Può trattarsi di presidenzialismo, di cancellierato, di premierato, ma ciò che deve caratterizzare la destra è sempre il concreto, il determinato, il ‘confinabile’ entro uno sguardo in grado di dominare l’orizzonte, non di perdersi romanticamente al di là della linea.

 

V– La grande contrapposizione polemica del Politico nel XXI secolo resta quella classica della modernità: la contrapposizione tra chi è per l’essere e chi è per il dover (essere), chi è per il governo politico del presente e chi è per l’organizzazione utopica del futuro. Questa contrapposizione è secondo me assai più essenziale di ogni altra: chi (anche quando pensa di essere di sinistra) guarda umilmente e rispettosamente alla cose che sono e che sono state è di destra, o come altrimenti si voglia chiamare questo ‘luogo’, e il suo atteggiamento è effettivamente ‘conservatore’ perché non vuole buttar giù le statue di Colombo, di Robert E. Lee e di Churchill o finanche di Dante, ma vuole conoscere e capire la storia e il proprio passato.

Tanto più questo è vero oggi, in un’epoca di capitalismo finanziario assoluto. Quando si parla di ‘globalizzazione’ è un errore pensare solo alla Cina e ai fenomeni di immigrazione selvaggia, perché questi sono un epifenomeno rispetto al dato fondamentale rappresentato dalla totale ‘virtualizzazione’ del mondo e dei rapporti umani, che sarà accentuato nei prossimi anni a causa della pandemia (lasciate stare i discorsi lacrimosi che prevedono per tutti noi una universale e reciproca bontà, il punto è la marcata e disperante separatezza sociale e la crescente pauperizzazione generalizzata). L’Ottocento fu l’epoca dell’utopia malsana del mercato autoregolato, che subito dopo la grande guerra produsse le necessarie reazioni ‘sostanzialistiche’ all’idea di un mondo puramente ‘funzionalistico’: il comunismo sovietico, il fascismo italiano, il nazismo tedesco, ma anche – cosa che molti dimenticano – il New Deal americano di Roosevelt. La seconda metà del Novecento ha gradualmente prodotto, anche in virtù della rivoluzione informatica, una ulteriore ‘virtualizzazione’ del modo di produzione e una liquefazione dei rapporti sociali, che sta lasciando fuori dal mercato del lavoro nuove fasce della popolazione. Il rischio è che la fase puramente finanziaria del modo di produzione capitalistico produca alla fine una nuova forma di reazione, di cui oggi è difficile cogliere i confini e la natura, ma che potrebbe essere violenta e tirannica.

Nell’epoca del capitalismo finanziario (in verità ne aveva parlato già Hilferding a inizio Novecento), o forse della finanza capitalistica globalizzata, lontana mille miglia dalla base aurea che ancora nell’Ottocento mitigava le pretese del monetarismo, si tratta preliminarmente di capire dove materialmente si sono collocate e perché le forze politiche o presunte tali. Un indizio significativo è il rapporto con l’Unione europea. Perché la ‘sinistra’ è così cocciutamente europeista? In altri termini, più concreti: chi sono i padroni del mondo e chi sono i loro servitori? Quali sono le politiche funzionali agli interessi dei padroni del mondo, almeno del mondo occidentale? Non vi è dubbio che il liberalismo del laissez-faire, o meglio il liberalismo del “mercato libero e non falsato” (citazione dal fallito Trattato per una costituzione europea) è l’ideologia funzionale ai padroni attuali. Ma questa politica non è solo né tanto il liberalismo di destra cui accenna Galli della Loggia, quanto il liberalismo della sinistra, che è diventata il luogo eletto degli interessi padronali, come si sarebbe detto un tempo, ovvero della finanza globale. Non è certo un caso che molti capitalisti prosperino nel cosiddetto Partito democratico o che certi ex-comunisti pratichino il profitto sulla via della seta divertendosi a fare gli ‘industriali’.

La verità è che le vecchie opposizioni non reggono più: la difesa del libero mercato era una volta di destra, oggi è appannaggio della sinistra in nome dell’umanitarismo mondialista. Certo, il libero mercato, se regolato, resta una pratica della “destra”, ma anche di una certa sinistra che oggi appare utopista, sicché non è facile, partendo dalla ‘struttura’, avere una ‘sovrastruttura’ omogenea ai fondamenti materiali. Il mondo si è girato e occorre prenderne atto, pur considerando prioritariamente che restano comunque in piedi alcune dimensioni ontiche dell’esistere, a partire dalla dimensione conflittuale del criterio del Politico.

La mia difesa dello Stato si è sempre accompagnata con la consapevolezza che se la morte dello Stato era una ipocrita scusa per fare gli interessi della finanza mondiale, al tempo stesso va detto che lo Stato-nazione dell’Ottocento e della prima metà del Novecento è oggettivamente in crisi, da intendere però più nel senso di una trasformazione che di una dissoluzione. Da questo punto di vista non ho mai accolto la previsione di Carl Schmitt sulla fine dello Stato quale espressione storicamente determinata del Politico. Sarebbe tuttavia dimostrazione di miopia non cogliere il dato oggettivo della crescente dipendenza degli Stati da una contingenza mondiale che determina una riduzione degli spazi di autonomia dei singoli Stati-nazione. È un errore assolutizzare una fase storica determinata e non cogliere l’elemento ultra-nazionale che ha caratterizzato gli Stati in passato e caratterizza oggi gli Stati più rilevanti dal punto di vista geopolitico: non è un semplice Stato-nazione la Russia, né lo sono gli Stati Uniti d’America o la Cina. La stessa Turchia, con la quale fino a non molto tempo fa noi europei avevamo rapporti oscillanti tra guerra e pace, in fondo è una potenza del genere. Voglio dire che un partito di destra che pratichi l’interesse nazionale come sostanza del Politico deve guardare sì allo Stato, ma al tempo stesso al grande spazio (Großraum) che consente una effettiva vitalità sovrana o sovranità vitale a livello mondiale, sia economico sia politico. Un certo scetticismo e relativismo è a mio avviso un modo intelligente di fare politica in questi tempi schiodati, come direbbe Shakespeare, oggi che lo stesso clivage destra/sinistra si è per l’appunto relativizzato (ma lo era già per esempio nella Germania di Weimar) e che paesi deboli come l’Italia si trovano sempre più preda degli interessi altrui[6].

Anche per questo è centrale il rapporto con il progetto di ‘integrazione’ europeo. Contro l’europeismo astratto la destra politica è fautrice di un europeismo concreto, che saldi i legami vitali tra i popoli europei (non esiste un popolo europeo, né al momento una ‘nazione europea’) entro una forte struttura confederale, che salvaguardi un interesse comune e non consideri, come invece fa l’Unione europea, il proprio ordinamento al servizio della pace universale e dei diritti dell’uomo. Una destra all’altezza del nostro tempo storico deve avere l’ardire di contrastare, con piena consapevolezza culturale, l’ideologismo dei diritti dell’uomo le cui carte sono state poste alla base del processo di integrazione, una retorica di stampo teologico che serve solo a nascondere interessi ben più concreti. Non a caso la sinistra più accorta – penso ad un vecchio intellettuale ex-comunista-‘gentiliano’ come Biagio de Giovanni – si rende conto del pericolo di abbandonare il concreto – i ceti medi e più poveri, il lavoro manuale e intellettuale – al dominio dell’astratto: i diritti, l’umanità (“chi dice umanità vuole ingannare”: Proudhon), la pace universale. Così Massimo Cacciari, nel suo recente libro su Weber[7], sottolinea l’esigenza del lavoro intellettuale come premessa per la ricostituzione del Politico nell’epoca dell’impero del capitalismo finanziario: una sorta di nuovo ‘cervello sociale’ alternativo.

Non che i diritti dei singoli non debbano essere difesi, ma nella misura in cui essi, tutelati da uno Stato autorevole e forte, siano il corrispettivo di obblighi. Ecco un altro lemma fondamentale per un partito di destra politicamente responsabile: il dovere, l’obbligo, come fondamento dei diritti, donde il primato del sociale rispetto all’atomismo individualistico. Da questo punto di vista la destra politica di oggi è ancora la migliore ‘destra’ quale già fu in passato, la destra che nel ‘liberalismo’ (quello nato a sinistra, non quello di Minghetti) vedeva la frantumazione dell’organico, ma anche dello stesso individuo, come appare con evidenza nel ribollente laboratorio della modernità rappresentato dalla cultura viennese tra Otto e Novecento. Ovviamente non si tratta di trovare la verità in questo o quel filosofo e tanto meno in qualche cosiddetto ‘scienziato della politica’. La verità sta nell’occasione, nel saper afferrare la domanda che il tempo storico pone al politico. Il Politico sta prima, assai prima, del clivage destra/sinistra, “conservatore”/“progressista”.

[1] Cfr. A. Carrino, Michael Oakeshott filosofo dello scetticismo: liberale o conservatore?, in corso di stampa in Nuova storia contemporanea, 2021.

[2] M. Oakeshott, Sull’essere conservatori, (1956), in Id., Razionalismo in politica e altri saggi, trad. it. a cura di G. Giorgini, Milano, IBLLibri, 2021.

[3] Cfr. M. Oakeshott, La politica moderna tra scetticismo e fede, trad. it. a cura di A. Carrino, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2013.

[4] È quanto ho scritto anche nel Rapporto sull’interesse nazionale della Fondazione Farefuturo.

[5] Cfr. A. Carrino, Il problema della sovranità nell’età della globalizzazione. Da Kelsen allo Stato-mercato, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2012.

[6] Cfr. gli articoli in Limes 2/2021: L’Italia di fronte al caos.

[7] M. Cacciari, Il lavoro dello spirito, Milano, Adelphi, 2020, su cui cfr. A. Carrino, L’altro impero. Max Weber e il lavoro intellettuale come professione, in Lo Stato, 15/2020, pp. 479-492.

EU Strategic Autonomy state of play and possible scenarios

Since 2016 a number of developments have generated uncertainty in Europe and across the globe. Donald Trump’s election to the US Presidency in 2016 – coupled with China’s  growth in economic political and military weight over the last decade –  have been interpreted by a number of analysts and opinion-makers as a calling into question of the Western model,  at least as   it had emerged at the end of WW II. A model  whose victory  over the communist one  in 1989 ( end of the cold war and fall of the Berlin Wall ) was presented by Francis Fukuyama, precisely in 1989,  as representing the “end of history”.

The logical implication of the above said “questioning” of the “traditional” Western model  was that the European Union , which has in the meantime lost the UK after Brexit , would remain alone in defending the very foundations of that model. A model whose main virtue lies ,for  a large number  of  Europeans, in its coherence between its declared values ( “universalism” translated into multilateralism and the primacy of a international law ) and concrete converging interests: given the fact that the EU member states, and the EU as such, are historically the main beneficiaries of globalization , of cooperative relations  and , finally, of an interdependence based on openness to trade and foreign investments.

The sense of “solitude” felt by the EU since 2016 on account of the two above said concurring factors was  perceived in two ways: as a loss of decades-long certitudes but, also, as an opportunity.

A loss for those member states which, like Germany , were afraid these factors might lead in the end to the weakening of a basic pre-condition ( that is a rule – based open multilateral trade) of its contemporary role as a mostly mercantilist and cooperative power .  An opportunity, for other member states like France which felt the moment had come to promote with renewed determination its long-standing vision of the transatlantic relationship :  a vision whereby NATO would see its defensive /military role preserved  but its “political” function –  as the prominent Western body for consultations and decisions on security issues – at least  reduced to the benefit of the European Union.

A vision furthermore whereby a post- Brexit European Union  could finally retrieve margins of political action not only vis-à-vis the American ally but also towards communist China, Russia and other significant players.

Among the symptoms of the unravelling of the old world order many pointed and  point to the emergence, at the border of the European Union, of regional players with an agenda substantially different from the  the European one.

An agenda based on the revision of the current balance of power and on the possession, by these revisionist powers,  of the instruments to implement it  . Instruments  which include, to mention a  few, systems of governance capable of taking decisions rapidly and a readiness to face the risks which  the aforesaid decisions may imply.

In the vacuum determined in some areas by the American disengagement , under the Obama and then the Trump  administrations, Russia and Turkey have managed in a number of cases ( such as , for instance, Syria  ) to act apparently with opposite goals but, in fact, with techniques and approaches allowing in the end for a shared management of international crises. It is what analysts have come to call “competitive cooperation” or “ cooperative competition”.

This has resulted for Ankara and Moscow in an increase in influence and profile in a number of regions  ( including Syria and  Libya)  coupled with a greater  freedom of action: in other words a “win-win” situation.

Within the European Union  these unexpected developments at international level – with the US apparently less ad less ready to engage diplomatically and on the ground ( even though things seem to be changing again with the new Biden administration) – have brought to the forefront, as a possible European forward-looking response,  the concept of “strategic autonomy”.

The discussion on the topic has been taking place – and  is still taking place – at three different levels: 1) at an outer circle , the network of European “think-tanks” where ideas are put forward  anticipating in many cases the political  choices; 2)  the second circle  represented by high – level political communication ( where bold ideas are launched such as the one of a European Army  put forward by President  Macron or the one of a EU Security Council floated by Chancellor Merkel). The third level of discussion is the one represented by the search for concrete , even though may be less ambitious, solutions.

This has resulted for example in the Permanent Structured Cooperation (PESCO) and the Coordinated Annual Review on Defence : a very concrete exercise which may bring results in the medium term but , unfortunately, with a limited political visibility at least as of now.

The most recent among these exercises is the so-called “Strategic Compass” proposed by Germany as an instrument   potentially capable of bringing “under the same roof”   the different processes under way in the field of European  security and defence .  It is an exercise launched last August under the German Presidency of the European Union which should reach its hopefully positive conclusion  under the next French EU presidency  (first half of  2022).

An “autonomous analysis” by the European Union of the strategic scenario/scenarios is one of the novelties envisaged by the “Strategic Compass” : an  analysis which should constitute, once in place, the working basis for  more focussed and operational decisions by the EU in the security field,  as well as in terms of better defining the areas where resources should be allocated in order to reach a really competitive “European Industrial and Technological Basis” in the defence sector.

To quote the EU High Representative  Josep Borrell : ” The Strategic Compass is a way to take into account the whole  series of challenges the EU has to tackle : a way for EU Defence and Foreign Ministers  to finally adopt a global approach.”

That said, even though originated in the frame of the discussions on European defence and security the concept of “strategic autonomy” has been progressively broadened in the Commission thinking to encompass the economic , industrial, commercial and technological aspects.  This has become clear  with the introduction of the formula of a “geo-political Commission” utilized by President von der Leyen in her inauguration speech . The concept of “strategic autonomy” as the “objective of our generation” has also been emphasized by the EU Council President Charles Michel for instance in his speech of last September to the Bruegel think-tank.

This has unfortunately led to a certain degree of confusion because the two bodies ( the European Commission and the European Council ) are somewhat different, in the first place for their roles: a prominent role of the EU member states, and therefore of the Council,  when it comes to security and defence matters and a prominent role of the European Commission when it comes to economic, trade-related , industrial and technological issues.

This  sometimes  confusing interaction between the Commission and the Council provides  us however, at the same time, with significant  elements for a more precise understanding of the most important contemporary international issues:

  • In the first place the more and more visible interconnection between economy and security, so much so that there are those who once again tend  to  consider rightly or wrongly international  trade as one of the areas  of confrontation among powers (“trade war”).
  • In the second place, the reduced capacity of the multilateral system to adopt and implement binding rules on trade – related matters.
  • In the third place, the competition between great powers to secure their access to the resources needed to sustain or increase their pace of economic growth , including energy ,  and to those necessary for the production of technologically advanced goods.
  • The multiplication of the number of regional players with sufficient resources and cynicism to influence in a decisive way a number of aspects of international reality.

It is important to keep all these “interconnections” in mind to fully grasp the importance of the debate underway within the EU on “strategic autonomy”.

In this respect is trying over the to promote a vision of “strategic autonomy” coherent with its NATO commitments but, at the same time , not incompatible with the progresses achieved  by the European  Union and by PESCO as enshrined for instance  in the Global Strategy of 2016.

In other words the Italian view is that – as it emerges also from the debates promoted by a number of Italian      think tanks – a European credible “strategic autonomy” can be pursued in a spirit of perfect complementarity with the commitments towards NATO of the EU members states  ( such as Italy, France, Germany, Spain to quote but a few) which are also part of the Atlantic Alliance.

This kind of “strategic autonomy” could for instance take the shape  of a EU capacity to conduct “out of area” missions -preferably but not necessarily with non EU partners- as a component of a larger set of instruments which would include: preventive diplomacy, stabilization initiatives, peace-building …..: in other words the “peace continuum” as envisaged and presented by the UN Secretary General Antonio Guterres.

As said above  this path towards  “strategic autonomy” would be fully compatible with a NATO membership since, on the one hand, it does not aim to replace the Atlantic Alliance as the cornerstone of “collective defence “ (as enshrined in article 5 of the Washington Treaty) ; on the other, it does not  put into question NATO’s political function as the prominent consultative and coordination body on security issues between the Europe  and the United States.

It would, in substance, represent for the EU a pragmatic and incremental way of moving towards  the agreed objective of a European strategic autonomy .

An approach not too distant after all – even though some fine-tuning may be needed in particular between France and a more NATO-oriented Germany –  from the views expressed by President Macron, on February 19, at the virtual special edition of the Munich Security Conference ( in his speech President Macron said inter alia the following :”.. .I believe  the best possible involvement of Europe within NATO is to be more in charge of its own security and to be much more in charge of its strategic autonomy”) .

Nor would the aforesaid  approach would be substantially different – and this is why it could constitute a  solid common denominator – from the vision put forward last December by The EU High Representative and Commission Vice- President (HR/VP) Josep Borrell: ”…. We are not protectionists but we have to protect ourselves and prevent risks. No matter how we want to call it, European Sovereignty or Strategic Autonomy, we have to find a way to have a stronger EU able to be a credible global player. But this does not mean a decoupling with the US or a weakening of NATO”. On the contrary, Borrell  goes on, “ we are ready to represent the European pillar of the Atlantic alliance”

This is exactly the point: to have Europe become finally able to manage crises of   its direct concern whenever a US involvement or intervention is not feasible .

The following instruments can be envisaged  in order to facilitate and possibly  reach a consensus within the EU on the exact meaning and reach of a European “strategic autonomy” :

  • At European level : a) an increased dialogue and coordination between the European Commission and the European External Action Service (EEAS) on the topic; b) the promotion, within the European Council, of a unitary vision encompassing both the trade/economic dimension and the security / defence dimension of a “strategic autonomy”;
  • At intergovernmental level: meetings at ministerial level in the “2 plus 2” format (Ministers of Foreign Affairs and Ministers of Defence) with agendas including the issue of the  defence industry ( an issue which represents the most immediate connection between the two dimensions of “strategic autonomy”: the economic/trade related one and the security/ defence  related one);
  • A strengthening of discussion on strategic autonomy at parliamentary level ( both at the European Parliament and within national Parliaments) building on the opportunity provided for instance by the envisaged “Conference on the future of Europe : an exercise  officially launched on March 10  by the President of the European Parliament , the current Portuguese Presidency of the  Council and  the President of the Commission and due to involve the largest possible number of  European citizens with a view at collecting their vision on the future of Europe.

To conclude, all the above shows that the debate   on EU “strategic autonomy” is far from over. But also that it is “work in progress” allowing for a substantial contribution and exchange of ideas by and between European think-tanks and citizens , and well deserving the effort. (*)

Gabriele Checchia, direttore relazioni internazionale Fondazione Farefuturo

(*) Articolo predisposto in inglese per illustrare la posizione della Fondazione, di cui l’autore è responsabile delle relazioni internazionali, in riviste di Fondazioni straniere con le quali Farefuturo è in partnership.

 

PRIMA LA NAZIONE. CONTRO L’UNIVERSALISMO GIURIDICO

Questo saggio di Agostino Carrino, è stato pubblicato sul Rapporto Italia 2020 della Fondazione Farefuturo

 

Vorrei cominciare con una premessa: il principio dell’interesse nazionale non è un’ideologia. Esso segnala piuttosto una prassi politica, un modo oggettivo di intendere e fare la politica, la cui scomparsa negli ultimi decenni è alle origini di gravi criticità, a partire dalle crescenti e sempre più insopportabili diseguaglianze sociali, causa anche del cosiddetto «populismo». La prassi dell’interesse nazionale deve significare innanzitutto cura e attenzione per le fasce deboli (nella globalizzazione sempre più ampie e sempre più deboli) della società: la nazione è lo shibbòleth che individua tra le varie possibilità una classe politica e un programma che vogliono garantire un minimo di giustizia sociale per coloro che fanno parte di una nazione (concetto storico) di contro ai «diritti» astratti dei singoli individui generici, diritti che nella loro fase retorica contribuiscono, più che a tutelare i singoli, a sfasciare le comunità, a sfarinare il sentimento di reciproco riconoscimento, a dissolvere il senso del dovere e dell’obbligo. L’idea dell’interesse nazionale è anche il contraltare della presunta «universalità» dei diritti, che si impongono incuranti delle specificità culturali e storiche delle singole nazioni.

La cura dell’interesse nazionale presuppone quindi, non a caso, una visione classica della politica, che ricomprende in primis la politica estera di una nazione. Detto questo, che tipo di organizzazione statuale potrebbe preconizzare una politica fondata sull’interesse nazionale (nel senso sopra precisato)? Parto dalla centralità della decisione e dall’urgenza della concreta capacità di decisione. È oramai almeno un quarto di secolo che l’Italia si avvita e marcisce nella crescente difficoltà di decidere, dove per decisione non intendo certo i recenti «decreti» del Presidente del Consiglio dei ministri relativi anche a libertà fondamentali dei cittadini, la cui legittimità costituzionale è più che dubbia, ma una capacità decisoria organica e legittima sui tempi lunghi e sulla base di princìpi-guida. Non voglio dire che un governo democratico debba fare a meno del compromesso, che resta un carattere distintivo delle moderne democrazie cosiddette costituzionali; ogni sistema politico deve fondarsi però sia sul compromesso sia sulla decisione. Persino un teorico della democrazia liberale come Hans Kelsen ha voluto distinguere nella forma democratico-parlamentare di governo i momenti propriamente «democratici» e quelli «autocratici» (e viceversa anche nelle autocrazie i momenti democratici). Una democrazia sana e funzionante intesa come governo politico ha bisogno di entrambe le fasi. Che la volontà, ma anche la possibilità stessa di decidere siano oggi carenti è evidente. All’imperativo etico di responsabilità della decisione si preferisce l’ipocrisia del rinvio: esemplare l’ennesimo spostamento relativo alle «clausole di salvaguardia», sulle quali un governo degno di questo nome, a mio avviso, avrebbe scelto di aumentare l’iva sui prodotti, distinguendo però tra chi acquista una Maserati per fare colpo sull’amante e chi un litro di latte per il proprio figlio; o anche, più recentemente, le problematiche connesse con i decreti sull’epidemia virale, la quale avrebbe richiesto una più chiara e rapida decisionalità sulle questioni fondamentali relative sia al contrasto alla diffusione del virus sia alla tutela dell’economia.

 

Tutti sappiamo quanto in questa vicenda del Covid-19 ordinanze, decreti e via dicendo siano stati confusi e contradditori tra centro e periferie, regioni e comuni, dove è mancata la chiarezza di una filiera di comando, di legittimazione e di responsabilità. Ma dove la politica manca prevale appunto il rinvio, la nondecisione, l’apertura dei cosiddetti «tavoli», la creazione di decine di comitati di esperti veri o presunti, di «task force» raccogliticce; semmai la furbizia del continuare a prendere surrettiziamente a prestito, come nel caso delle clausole di salvaguardia, o la fede nella provvidenza, come all’inizio nel caso dell’epidemia. Ugualmente emblematica, da più punti di vista, la vicenda del «fondo salva stati», dove si è mentito con spudoratezza anche a livelli alti, quando non si è dato prova di incompetenza e di ignoranza delle norme vigenti. Si diffonde l’idea che si possa «decidere» con una chiacchiera telefonica o via social, con totale dispregio del diritto e delle forme giuridiche. Chiedere una centralità della decisione (fondata sull’etica della responsabilità) impone inevitabilmente una seria riflessione sulla auspicabilità di una Nuova Repubblica e quindi di una nuova Costituente in grado di riformare la struttura dello Stato e il suo sistema di governo, di partecipazione e di amministrazione, un progetto per il quale è tanto necessario lottare quanto, purtroppo, illusorio immaginare che si possa realizzare, se non dopo una catastrofe (può esserlo l’epidemia nella quale ci troviamo, che sembra in alcuni casi aver compattato la nazione?). Tuttavia, essendo la politica anche l’arte del possibile, l’etica politica impone di fare delle proposte che possano aiutare a tenere meno oscillante il timone della nave pubblica. E dunque, a princìpi costituzionali vigenti (volendo operare entro la costituzione del 1948), quali proposte di revisione sono ipotizzabili che possano comunque andare verso una nuova repubblica? Indubbiamente, una prima svolta potrebbe certamente essere costituita dalla elezione diretta del Presidente della Repubblica in quanto Capo dello Stato (modificando l’art. 83 cost.). Già attualmente il Capo dello Stato ha poteri tutt’altro che irrilevanti e soprattutto egli rappresenta l’unità della nazione (art. 87 cost.). Operando su questo attributo, eleggere direttamente il Capo dello Stato significherebbe ristabilire un primo contatto –assolutamente necessario – tra il «corpo elettorale» (la nazione in senso giuridico) e un decisore fondamentale, considerando che la crisi della politica è causa/effetto di uno scollamento oramai insopportabile tra la gente e il «palazzo», tra il paese reale e il paese legale. Ho segnalato altrove alcune possibili criticità di questa riforma, che a mio avviso dovrebbe poi portare a due altre riforme connesse: 1) la riforma della Corte costituzionale e dei poteri attribuiti a giudici che decidono in ultima istanza tendenzialmente sempre più non in base a norme giuridiche positive – che dovrebbero mediare la volontà generale della nazione – ma in base a princìpi (anche sovranazionali o «umanitaristi»); 2) la riforma del bicameralismo. Su quest’ultimo punto credo che l’abolizione del Senato quale camera politicamente legislativa sia urgente, non avendo più senso un organo nato in rappresentanza del potere monarchico di contro al (e di freno del) potere rappresentativo della borghesia rivoluzionaria in ascesa. Ugualmente, di converso, una seconda Camera ha senso in rappresentanza di enti statuali, quindi in uno Stato federale come la Germania o gli Stati Uniti, sicché l’alternativa qui è: un’Italia federale (che si giustificherebbe a condizione di intendere il federalismo come unificazione del diverso e non frantumazione dell’uno) o una rappresentanza non politica, territoriale o categoriale, facendo della seconda camera ciò che originariamente – sul precedente del Consiglio dell’Economia della costituzione di Weimar – doveva essere il Cnel (e quindi trasferendo ad essa le sue competenze). Ciò, semmai, riprendendo le proposte già avanzate al tempo della Costituente da Costantino Mortati, che suggeriva una rappresentanza in Parlamento delle Regioni, intese come «centro unitario di interessi organizzati da far valere unitariamente e in modo istituzionale» (AC IV, 2920).

V’è tuttavia una terza possibilità: partendo proprio dalla crisi della politica, si potrebbe immaginare una seconda camera anch’essa politica, ma senza la funzione di fiducia al governo e con una rappresentanza proporzionale. Una prima camera, dunque, eletta con sistema maggioritario a collegio uninominale e con ulteriore premio di maggioranza per la lista che conquista la maggioranza relativa (al fine di garantire la governabilità e ricostituire il nesso elettore/eletto garantendo la minoranza parlamentare), una seconda camera che non dia la fiducia, ma possa fare proposte legislative in materia economica e istituzionale, sulla base di una discussione ed eletta con metodo proporzionale in modo da garantire e suscitare il confronto delle idee). Come che sia, il principio dell’interesse nazionale, da far valere non solo, come prima della riforma del 2001, rispetto all’attività delle Regioni, ma soprattutto per quanto concerne il ruolo dell’Italia nell’Unione europea (in quella esistente e in una riformata) è un principio dirimente per un’Italia che voglia, in politica interna e in politica estera, tornare ad essere un soggetto rispettato e protagonista. Da questo punto di vista la crisi causata dall’epidemia ha rivelato in tutta la sua gravità lo stato pre-agonico dell’Unione europea, del tutto priva di una linea unitaria in quanto unione e soggetta invece a spinte centrifughe, con la paradossale presenza al proprio interno, per esempio, di Stati (Olanda, Lussemburgo, Irlanda) che sono dei veri e propri paradisi fiscali che a causa del profit shifting fanno perdere all’erario italiano ogni anno quasi sette miliardi di euro, che pure gli spetterebbero. Rivendicare l’interesse nazionale, date queste premesse, non è solo una rivendicazione «particolaristica», ma deve anche significare, a ben vedere, ristabilire un rapporto di equità tra gli Stati che compongono l’Unione europea, nella prospettiva della fondazione di una nuova Europa.

II. Premesso, dunque, che il principio dell’interesse nazionale è elemento costitutivo non di una «ideologia» (che qualcuno definirebbe semmai «sovranista»), ma carattere distintivo di un modo ontologico di pensare e fare la politica, a partire da quella estera, c’è un ambito cui non si pensa con immediatezza, apparendo tema diverso e finanche, semmai, per specialisti: intendo il problema del potere giudiziario e delle «reti giudiziarie», cioè del fatto e della pratica, sempre più radicati, di costruire connessioni tra le corti giudiziarie – ordinarie, supreme e costituzionali – al fine di scambiarsi idee e opinioni, ma anche, di fatto, nella convinzione che possa esistere un «diritto globale» che si ponga al di sopra degli Stati nazionali e alle cui decisioni la politica interna dovrebbe prima o poi adeguarsi e sottomettersi. Evidente, questa tendenza, nella Relazione per il 2020 dell’attuale Presidente della Corte costituzionale, Marta Cartabia. Si tratta di un fenomeno che tutti i giuristi conoscono in particolare per quanto riguarda il diritto di famiglia, ma che si estende sempre più non solo per l’affermarsi di organismi sovranazionali (per esempio l’Unione Europea), ma anche per il moltiplicarsi di «dichiarazioni» e «carte» relative ai diritti dell’uomo (o, meglio, di status: di colore, donna, «migrante», apolide, «diverso», e via aumentando). Qui si afferma in particolare una metodologia sia di indagine sia di redazione che parte pregiudizialmente dall’idea di uomo (si può ancora dire?) e non di cittadino, sicché le conseguenze portano ad un primato del concetto astratto di uomo rispetto alla sua concreta manifestazione quale ente di cultura in determinate, specifiche realtà storicamente e territorialmente determinate. L’ideologia globalista impone che i giudici guardino sempre più non al diritto positivo vigente nel loro paese, ma al diritto quale viene costruito, prodotto, creato dalle corti. Una sentenza della Corte costituzionale tedesca può essere punto di riferimento per una sentenza del Conseil constitutionnel francese, così come la Corte costituzionale del Sud Africa (in questo caso la facoltà è costituzionalmente prevista dall’ordinamento sudafricano) deve adeguarsi ai princìpi «progressivi» posti da corti straniere.

In altri termini, l’ideologia globalista, quello che ho definito «giusumanismo», ovvero un’ideologia giuridica che colloca i diritti non solo al di sopra della politica, ma del diritto in quanto ordinamento positivo, costruisce un complesso di «princìpi» che si vogliono giuridicamente vincolanti. I princìpi, che giuristi come Zagrebelsky, Modugno e altri ritengono – sulla scorta delle teorie del filosofo del diritto americano Ronald Dworkin – essere superiori alle regole, cioè alle norme positive dell’ordinamento quale prodotto sia della storia sia della volontà politica, producono un insieme giuridico fondato sulle decisioni giudiziarie che si pone quale diritto immediatamente valido, fondato sulla morale, un diritto moralizzato, quindi superiore al diritto posto da un legislatore statale (donde la critica alla «statualità» e alla sovranità). Il «dialogo tra giudici» non è dunque solo un omologo «specializzato» dell’Unione Interparlamentare (anche questa ha tra i suoi campi di studio i «diritti umani»), ma qualcosa di più, perché si fonda nient’affatto su una determinata competenza tecnica, bensì su una specifica ideologia politica, rappresentata dal primato del diritto (e specificamente dei «diritti umani») sulla politica. Mi si consenta di citare un autore che ha scritto con competenza sui rischi della «giuristocrazia», non solo a livello domestico ma anche internazionale, R. Hirschl: «L’espansione della provincia delle corti nel determinare risultati politici a spese dei politici, dei funzionari pubblici e/o della popolazione si è allargata non solo più che mai prima d’ora a livello planetario; questa provincia si è anche espansa fino a diventare un fenomeno plurale, dalle molte facce, che si estende ben al di là del concetto ora usuale della politica fatta dai giudici tramite la giurisprudenza dei diritti costituzionali e il disegno dei confini legislativi da parte dei giudici. La giudizializzazione della politica include ora il trasferimento all’ingrosso alle corti di alcune delle controversie politiche più pertinenti e conflittuali che una società politica democratica può contemplare. Quello che è stato genericamente definito «attivismo giudiziario» si è evoluto al di là delle convenzioni esistenti che si trovano nella dottrina costituzionale normativa. Un nuovo ordine politico – la giuristocrazia – si è rapidamente imposto nel mondo» (Towards Juristocracy , 2004, p. 222).

L’ampliarsi del «dialogo tra giudici» a livello internazionale deve dunque allarmare la politica tanto quanto l’attivismo giudiziario a livello domestico. Non si tratta di entrare nel merito delle opinioni, che possono nel concreto essere buone o cattive, ma nelle conseguenze di una metodologia che indebolisce sempre più la politica e la sua autonomia riducendo a niente il principio dell’interesse nazionale. Il problema del ruolo dei giudici è stato posto male a partire da Tangentopoli, perché si è confusa una tendenza propria dello Stato costituzionale di diritto (ma ora, appunto, «post-costituzionale») con un fenomeno contingente determinato da volontà, interessi e maneggi particolari; la questione è radicale e chi oggi voglia non solo rimettere al centro il tema dell’interesse nazionale e della sua difesa deve porsi, insieme con la questione della forma di governo (presidenzialismo, cancellierato o altro), anche il problema del rapporto tra politica e giustizia, questione antica che oggi ha acquistato un rilievo e un’importanza centrali. Non è un caso che l’Unione europea si è costruita, prima di diventare terreno di pascolo di comitati e burocrazie anonime, proprio grazie alla Corte di giustizia, che di fatto ha «costituzionalizzato» un processo che avrebbe dovuto essere prima politicizzato (con una sovranità europea e non con la mera devoluzione delle sovranità nazionali a fantomatiche entità finalizzate poi alla costituzione di un «ordine mondiale») che «giuridificato». Che si tratti della Corte del Lussemburgo o della Corte tedesca di Karlsruhe a questo punto la differenza è irrilevante: c’è sempre un giudice da qualche parte che pretende di essere il depositario non più solo della «giustizia», ma proprio della sovranità politica. Si tratta dunque di porre con serietà e competenza il problema dei limiti della giustizia costituzionale, che significa poi, alla fine, ridare senso e dignità al diritto e ai suoi operatori in quanto tecnici e conoscitori del diritto positivo e non di vaghe e pallide idealità senza storia e senza terra. Ridare senso al diritto significa per me anche ridare dignità alla politica, intesa come governo della polis e quindi della nazione, non mera amministrazione al servizio di entità anonime cosiddette «sovranazionali». Finisco perciò citando un noto esperto proprio della giustizia costituzionale, L. Favoreau (Gouvernement des juges et démocratie, 2001, p. 213): «Ciò conferma che il vero problema del governo dei giudici non si pone a livello nazionale, ma a livello europeo. Dal momento che i giudici europei controlleranno le decisioni delle corti costituzionali nazionali, senza che sia possibile smentirle. Per me, il vero governo dei giudici comincia quando è impossibile smentire la decisione del giudice, quando il potere costituente non può “riprendere la parola”».

Il governo dei giudici è l’antitesi dell’interesse nazionale quale prassi politica, è la fine della politica o anche, se si vuole, l’inizio di un modo cripto-«elitario» di fare politica: emblematica la mossa recente della Corte costituzionale italiana, la cosiddetta «apertura» della Corte alla società civile, che rischia – se non è una mossa intenzionale – di fare del giudice costituzionale il legislatore «sacralizzato» del mondo post-moderno, non più il custode, ma il padrone della costituzione.

Agostino Carrino, professore ordinario di Diritto pubblico Università Federico II, Napoli

LA VARIANTE DI SINISTRA (contro la Meloni)

Un urlo nella notte, il volto della disperazione, lascia un’angoscia nell’animo il dipinto di Munch. Mi rattrista e mi riporta alla memoria un’immagine di anni fa. Una mattina di sole in Costiera Amalfitana. Su un muretto che costeggia un precipizio sul mare un uomo gridava il suo tormento. Inveiva contro la vita o una donna. Minacciava di buttarsi giù. Era disperato, era l’immagine non dipinta ma vivente della disperazione. Quel giorno lo salvarono l’aspirante suicida.

Chissà quale fu poi il suo destino. In lui rimase forse per sempre la disperazione, che è morte, morte dentro. Da allora ho sempre avvertito un senso di cristiana pietà di fronte a chi ha nel volto o nei comportamenti il dramma della disperazione. Così quando ho ha appreso da un post di Lettera22 la sortita di uno storico dell’Università di Siena, pupillo del Pd, già assessore di una giunta rossa. Ebbene questo fine intellettuale si è esibito in una trasmissione radiofonica, assieme ad altri complici consenzienti, con volgari insulti nei confronti di Giorgia Meloni ” Vacca, scrofa, rana dalla bocca larga… ecc.ecc.” Uno dei tanti esempi di odio viscerale da parte di esponenti di sinistra. Odio che genera reazioni. “Ė un pezzo di m….” il mio primo commento nel post. Più tardi l’ho cancellato. No non merita neppure commenti quel povero professore. È in preda alla disperazione, lui come tutta la sinistra. Sono disperati, meritano un cristiana compartecipazione.

Me lo immagino, misero professore, lui che fin da ragazzo aveva creduto magari in buona fede nella sinistra e ora la vede annegare nella melma. E allora urla, si dispera, odia quella donna che contribuisce a mettere in ginocchio quei votati al fallimento. Squallido professore che preso poi dalla paura chiede scusa. Compassionevole professore, che tuttavia ha ha avuto il merito di svegliare Mattarella, il Presidente sempre così attento nei confronti del Pd, questa volta neppure lui ha potuto fare l’indifferente ed ha espresso con una telefonata la sua solidarietà a Giorgia Meloni. La disperazione, appunto, brutta bestia. Quella del professore, del Pd dei CinqueStelle. Pensate che dolore per il buon Zingaretti, per il suo consigliere Bettini, per gli stellati orfani di Conte e per tutti quelli dell’arco incostituzionale contrario alle elezioni. Con un colpo d’ingegno si erano inventato l’Intergruppo della vecchia maggioranza parlamentare senza accorgersi che un eventuale Intergruppo della nuova e vera maggioranza del Paese, quella di centrodestra, avrebbe fatto loro mangiare la polvere. E che dire di Leu? Tre parlamentari, una scissione e un ministro in premio. Un’alchimia che la scissione dell’atomo a confronto sembrerebbe un gioco da ragazzi. La disperazione dei vili trova sfogo sempre in una donna.

Nella vita come in politica. Cosi un altro storico di sinistra, un negazionista delle foibe, anch’egli raffinato uomo di cultura democratica e antifascista ha licenza di definire “zocc…” la Meloni. A proposito, ma la Boldrini non si indigna? Ma no, povera Boldrini, non si è accorta questa volta delle offese a una donna, solo perché stavolta la donna è di destra. Povera Boldrini, forse anche lei è in preda alla disperazione almeno quanto la Gruber come appare ogni sera in tv. Anche la stampa democratica e liberista si unisce al coro facendo ironia becera su una bambina che ha la colpa di essere la figlia di GIorgia Meloni.

Poveracci, sono seminatori di odio a loro insaputa, perché l’odio lo hanno dentro e ora gli si rivolta contro. Non basta nemmeno il Covid a tenerli ancora a galla. Ormai sono in coma colpiti da una variante, la variante di sinistra.

*Angelo Belmonte, giornalista parlamentare

Gita fuori porta

“Hai sbagliato Sara a non accodarti alla comitiva, a non uscire con loro. Sono andati a cena insieme e forse si stanno divertendo un mondo. Certo, sono ragazzi e ragazze diversi da te e diversi l’uno dagli altri, probabilmente non vanno d’accordo tra loro, però sai… meglio uscire che starsene a casa”. La telefonata di Marisa è la quarta della giornata, tutte col medesimo tono: stai attenta Sara, ti stai isolando.

Eppure non soffre di solitudine Sara, ha una bella famiglia, amici, persone che la stimano e si fidano di lei. E non capisce perché tanti abbiano da ridire sulle sue scelte di chi vuole frequentare. Si sono mobilitati tutti oggi a darle consigli o avanzare rimproveri. Un conoscente un po’ pettegolo e molto maschilista le ha appena inviato una mail da Torino per dirle che la scelta di stare sola dipende dal fatto di essere una donna, e di essere mamma di una bambina “prodotta in collaborazione”. No vabbè, pensa Sara, si tratta dello scherzo di un buontempone che ha bevuto qualche bicchiere di più, mica posso prendere in considerazione queste cavolate.

Lei, Sara, è una donna tosta, una che crede in quei valori che le persone che parlano bene potrebbero definire non negoziabili. Anche per questo non le andava di andare a cena stasera con una comitiva così tanto eterogenea. Intelligente e fantasioso Teo, ma è capace di affermare tutto e il contrario di tutto, un giorno di fare una cosa e il giorno dopo di disfarla come se non fosse stato lui a crearla. E che dire di Niky? Non eccelle in capacità, fa fatica ad affermarsi, peccato non abbia tentato di fare l’attore, chissà, forse sarebbe riuscito bene come è accaduto al fratello. E così Pino e Rocco, coppia perfetta, disinibita e senza tabù. Che simpatico Gigino, e ancora di più Beppe, uno che ti fa ridere soprattutto quando finge di arrabbiarsi. Un ambiente spumeggiante ed attraente che all’ultimo momento ha attratto anche due vecchi amici di Sara

Nessuno se lo spettava ma i due l’hanno lasciata sola, hanno deciso di accodarsi e andare a cena con i nuovi conoscenti simpaticoni. Cambiare è bello, stimola la vita, dà l’idea di camminare assieme sul nuovo che avanza, fa cadere i muri, aiuta a superare gli ostacoli. Non si capisce davvero perché Sara abbia rinunciato a stare in compagnia.

Sono passate delle ore e il telefono continua a squillare. Stavolta è Maurizio il vecchio zio che fa la morale: “Ripensaci Sara, sei ancora in tempo, non perdere questa occasione, prima di rinunciare alla cena informati almeno sul menù , esci, raggiungili, non ti chiudere in un guscio…”

“Ti ringrazio zio dei consigli che mi dai, ma scusami ti devo lasciare stanno bussando al citofono, non so chi sia, non aspetto nessuno”

“Sara, sei rimasta in casa, meno male. Possiamo salire?”

“Ma chi è a quest’ora?

“Siamo noi, Silviuccio e Matteo”

“E la cena con il gruppo è già finita?”

“No, non è mai cominciata. Appena usciti quelli hanno cominciato subito a litigare tra di loro. Erano in macchina e sono andati a sbattere. Noi ce ne siamo andati via,  Ci vuoi a cena con te?”

*Angelo Belmonte, giornalista parlamentare

Le ragioni di Giorgia Meloni

«Le forme costituzionali non sono, per me, che dei mez­zi tecnici come ogni altro apparato. Sarei stato felice di schierarmi al fianco del sovrano contro il parlamento, se solo egli fosse stato un politico, o avesse dato segno di volerlo diventare».
Max Weber, 1917

I.

Non conosco il Prof. Mario Draghi, economista monetario col quale l’unica cosa che potrei condividere per mia inferiorità è forse la conoscenza del tedesco, ma sono convinto che al di là dei convenevoli e delle cortesie la sola persona, tra quelle incontrate in questi giorni, che può aver riscosso rispetto e comprensione agli occhi dell’allievo di Caffè e di Modigliani sia stata Giorgia Meloni, le cui ragioni nel negare la fiducia al nuovo governo non solo non hanno invece trovato condivisione in molti commentatori – compreso un politologo che ha evocato, con poco senso storico, una presunta “sindrome della fogna”, e con poca eleganza un’altrettanto presunta “lavatrice Draghi” nella quale lavare panni ritenuti evidentemente sporchi –, ma anche in suoi sostenitori o simpatizzanti, quali per esempio i componenti del Comitato scientifico della Fondazione Farefuturo.

Ritengo invece, a titolo del tutto personale, che l’on. Meloni abbia non tanto confermato un percorso di coerenza politica quanto, con molta etica della responsabilità, fatto valere ragioni politiche tese a sanare, sia pure sul medio periodo, una serie di ferite inferte alla democrazia italiana negli ultimi dieci anni e forse più, ferite profonde che riguardano, al di là della decadenza del sistema istituzionale parlamentare nato con la costituzione del 1948, il tema della partecipazione politica, del rapporto tra rappresentanza e corpo elettorale, in sostanza della dignità della politica e direi anche del rispetto del Politico e della sua autonomia dall’Economico.

Ciò che è in gioco con il governo Draghi è infatti un primato: il primato della politica o per lo meno la sua non completa sudditanza alle ragioni dell’economia. Non voglio dire che il prof. Draghi non abbia presente la necessità di dare risposte politiche alla crisi italiana, ma in quanto economista e proprio per la dichiarata mission che gli è stata affidata (redazione del piano di risanamento e piano vaccinale) nessuna prospettiva autenticamente politica potrà caratterizzare il suo governo. Chi parla di “occasione perduta” per la destra, di “ultimo treno” mancato da Giorgia Meloni non ha colto il senso profondo della decisione, credo sofferta, presa dalla leader di FdI, di rinunciare ad una tavola imbandita per tutti in nome di una prospettiva forse anche solitaria, piena di rischi, ma tesa a dare al paese una chance alternativa nel caso che proprio il governo del prof. Draghi si riveli incapace di ricucire le lacerazioni profonde che infettano la vita italiana.

Non si tratta, a mio avviso, di non avere stima per un economista di vaglia, quanto di saper cogliere i limiti oggettivi di una iniziativa che nasce sulla disperazione e sul ricatto, da un lato, e sulla paura, dall’altro: la paura dell’Unione europea e in particolare della Germania di veder fallire il tentativo di legare definitivamente al carro di questa Europa, a egemonia tedesca, l’economia italiana, in una posizione di sudditanza e di servizio; la disperazione delle forze politiche esistenti, che si agitano impotenti per incompetenza e ignavia del tutto al di sotto delle loro spropositate ambizioni, e il ricatto di vedere andare altrimenti al governo i partiti della destra, ritenuti dall’establishment più radicato (quello che si muove per esempio intorno alla Presidenza della Repubblica), disomogenei ad un progetto politico di natura globalista e spacciato come ‘europeista’.

Non è un caso che il governo Draghi sia oggettivamente il prodotto dell’azione di un personaggio che ha inquinato definitivamente i pozzi della politica italiana già a partire da quel progetto di pseudo-costituzione che mirava a dare e a perpetuare tutto il potere nelle mani del governo allora esistente. Non si capisce la decisione di Giorgia Meloni se non si capisce che ci si trova dinanzi ad una strategia politica che coraggiosamente si svincola da una tattica che al momento sembra aver catturato tutti, da Grillo a Berlusconi.  Posso sbagliarmi, ma io non vedo nel governo Draghi il famoso “dittatore commissario” del diritto romano, quanto un agnello sacrificale che deve tappare una serie di buchi aperti dal prevalere dell’interesse privato sull’interesse pubblico. Immaginare che un governo appoggiato da tutte le forze presenti in parlamento, sempre soggette al ricatto del bullo di Firenze, detto non a caso Matteo d’Arabia, possa progettare una rinascita nazionale, in un confronto necessario con tutti i “grillini” che siedono nelle commissioni, è pura utopia. Potrà anche fare qualche “scelta di destra”, ma che senso può avere una gestione – ecco, appunto: gestione – dell’esistente malato quando occorre avere invece una prospettiva politica di lungo respiro per il risanamento sia delle istituzioni sia dell’economia?

Draghi sa quello che sa Meloni e fingono invece di ignorare  o forse veramente ignorano i politologi, che danno lezioni non richieste: sanno che i fondi del “Next Generation EU” non sono regali in moneta (sia i debiti che ci consentono o ci impongono di contrarre, sia anche i cosiddetti “fondi perduti”) bensì una specifica pratica politica mirata a salvare il principale socio economico di fatto della Germania, ovvero l’Italia, che se sprofondasse porterebbe con sé nel baratro anche il sistema produttivo tedesco, come ben sanno e scrivono anche i giornali tedeschi (ne ho parlato tempo addietro in un articolo su La Verità). Il senso del governo Draghi sta tutto in questo intreccio internazionale, che non è in sé perverso, ma esprime nel suo complesso una politica diversa e altra rispetto a quella dell’interesse nazionale: si tratta di una politica che – forse anche a ragione – non solo non ha fiducia nell’Italia come soggetto autonomo, ma punta a sterilizzarla come appendice diciamo così ‘museale’, senza una propria politica industriale, senza una propria politica estera, ma a rimorchio degli interessi, certo legittimi, dei paesi che si sono finora sottratti alla decadenza di civiltà in cui è sprofondata l’Italia. Per questo Draghi potrebbe anche “far bene” sul brevissimo periodo e c’è da augurarselo per esempio sul tema dei vaccini (se riuscirà a mandare a casa l’onnipresente Arcuri: ma ci riuscirà?), ma sul medio-lungo periodo si rischia di rinunciare preventivamente ad ogni piano di rinascita nazionale entro un’Europa rinnovata e caratterizzata in senso politico. Anche per questo Giorgia Meloni ha dimostrato non tanto il coraggio di un azzardo politico, quanto la consapevolezza che in questa fase va conservata al paese una via d’uscita, una sorta di carta di riserva per il futuro dell’Italia. Sono convinto che in ciò ha trovato la comprensione intellettuale dello stesso Mario Draghi.

II.

Ho parlato di pratica politica imposta dall’Europa: trattandosi appunto di pratica politica e non di un gioco sul salvadanaio non aveva senso che a gestirla fossero lasciati Conte, Arcuri e i loro “tecnici”; giustamente il loro piano è sembrato al prof. Giovanni Tria una scenetta da “scherzi a parte”. Occorreva una persona  all’altezza della partita, una persona come Draghi, che ha il compito specifico certo di organizzare un piano vaccinale (questo per qualche mese) ma anche e soprattutto di approntare un Recovery Plan (questo per qualche anno) funzionale al recupero dell’Italia e quindi a garantire l’economia tedesca (o, se volete, europea). Si tratta di una prospettiva alla quale il Presidente Mattarella si preparava da qualche giorno, scommettendo sul fatto che Renzi avrebbe mandato tutto a carte quarantotto, raggiungendo il suo piano: togliere di mezzo Conte e la sua idea balzana di gestire da solo, illustre sconosciuto che aveva vinto una lotteria senza nemmeno aver comprato il biglietto, non solo i 209 miliardi del Recovery, ma anche quelli del Sure e tutti gli scostamenti di bilancio interno, che altro non sono che soldi a debito ma gestiti dagli stessi soggetti (con tutte le fantasticherie note: dai banchi a rotelle alle lotterie ai premi e altre costosissime scemenze del genere).

Draghi è stato costretto ad accettare perché pressato, indubbiamente dalla propria coscienza di italiano, ma certo anche dalle insistenze delle presidenze e delle cancellerie europee, spaventate non tanto ora da un governo delle destre, ma dal fatto che l’Italia si apprestava (e al momento ancora di appresta) a precipitare in un burrone. Se questo è il compito, del resto non presunto ma dichiarato dallo stesso Presidente incaricato, la domanda che occorre porsi è: cosa impone di fare l’etica di chi si è messo al servizio del Politico? Badate bene: non dico, come direbbe qualcuno, “al servizio del paese” nel senso che “la politica è servizio” (una betise ritornante), ma proprio del Politico, ovvero di quella dimensione essenziale dell’esistenza irriducibile a tutte le altre dimensioni pure fondamentali dell’esistere: dall’economia alla morale. Se un politico deve essere coerente con l’autonomia del Politico è alla logica interna del Politico che deve rispondere, non ad altre forme di ragionamento, pure legittime entro la loro sfera di competenza,

Secondo me, Giorgia Meloni ha fatto benissimo a dire al Prof. Draghi che non avrebbe dato la fiducia al suo governo, perché non è certo con l’economista esperto che è andata a dialogare, ma con chi era stato investito di una funzione istituzionale mirata a specifici obiettivi e in quella veste aveva già dichiarato quale sarebbe stato il suo compito: organizzare il Recovery Plan. Non si trattava – mi attengo qui alle dichiarazioni di Draghi all’atto di accettazione con riserva dell’incarico – di disegnare un progetto per la società italiana secondo un’idea politica per i prossimi almeno dieci anni, ma qualcosa di molto più limitato, anche dal punto di vista temporale e ciò anche sulla base di quanto detto dal Presidente Mattarella al momento di annunciare la “scelta di alto profilo”. Detto in poche parole: si tratta di partecipare alla decisione su come spendere dei soldi le cui finalità sono state già predeterminate da soggetti diversi dall’Italia. Non voglio dire che queste finalità sono cattive, anzi, probabilmente, sarebbero buone se attuate con intelligenza, ma proprio perché la discrezionalità è per così dire puramente tecnica voler partecipare a tutti i costi non è espressione di una volontà e di un progetto politici “intelligenti”, quanto, piuttosto, di un retropensiero spartitorio dal quale l’on. Meloni si è semplicemente sottratta proprio in nome della autonomia del Politico.

Cosa sarebbe infatti un governo a guida Draghi con “tutti dentro”? Draghi è un Presidente del Consiglio, un primus inter pares, il cui compito è quello di dirigere la politica del governo, che dunque deve essere una politica omogenea e coerente. Io non vedo coerenza nello stare insieme al governo, Meloni, Salvini, Renzi, Di Maio, Boldrini e Zingaretti, quando il governo è dichiaratamente un governo funzionale ad un progetto apparentemente tecnico ma in realtà inevitabilmente politico, dove l’indirizzo politico è però predeterminato da condizioni e rapporti esistenti e quindi si sottrae pregiudizialmente a ciò che caratterizza il Politico e l’azione politica: la scelta responsabile.

A chi critica la Meloni per aver detto “no”, ricordo che in questo “no” ci sono molte altre negazioni: del compromesso deleterio, della rinuncia alle proprie idee, dell’abbandono della politica e anzi del suo sacrificio sull’altare dell’utile momentaneo (che poi alla fine cosa sarebbe: dirigere un ministero e spartirsi qualche finanziamento?), soprattutto della sovranità del popolo italiano. A me non piacciono gli slogans, nemmeno quello sulla sovranità del popolo, ma al di là dello slogan il punto è di sostanza, perché riguarda le forme e le procedure di scelte sostanziali fatte dalla costituzione italiana. Si tratta della decisione politica che sta sotto e a fondamento della costituzione e quindi dell’ordinamento giuridico, una decisione politica fondamentale che non può essere sospesa. La pandemia è un grave problema, ma proprio perché grave deve essere affrontato – come in tutti gli altri paesi europei – da un governo all’altezza della sua natura di governo in quanto esito della volontà popolare.

Sono state avanzate ragioni di merito, sulle quali ho detto quel che penso, ma anche di metodo; qui trovo che ha sempre avuto ragione Meloni a dire che ove manchi una maggioranza coesa che in Parlamento corrisponda minimamente alla volontà espressa, ma anche reale, del corpo elettorale sarebbe necessario tornare alle urne, come avviene in tutte le democrazie parlamentari quando non si riesce a trovare una siffatta maggioranza (tanto più se si considera quel parlamentarismo razionalizzato che è alla base della costituzione repubblicana). Per cui o Meloni ha sempre avuto torto oppure hanno torto quelli che pur essendo d’accordo prima oggi dicono che bisognerebbe invece stare con Draghi e andare al governo con Zingaretti e Di Maio. Cercare di avere ragione tutte e due le volte non risponde ai princìpi della logica, anche in contesti solo apparentemente diversi.

Il governo Draghi sarà un governo tendenzialmente tecnocratico, o almeno con aspirazioni del genere. Non sarà un governo politico nel senso esistenziale del termine, cioè come prodotto di una lotta politica entro il quadro costituzionale, di quella lotta politica che potrebbe portare aria nuova nelle stanze delle ammuffite istituzioni italiche. Indipendentemente dalla volontà e dalle intenzioni di Draghi, il suo governo sarà un governo pregiudizialmente anti-politico, che vorrà fondarsi sui pur evidenti fallimenti della politica per metterla da parte. Rispetto a questo governo, pericoloso proprio dal punto di vista della democrazia, essendo ogni anti-politica, anche la migliore, una cattiva politica, Giorgia Meloni ha fatto valere le ragioni del Politico, di contro a quelle dell’Economico. Per questo io sto apertamente e dichiaratamente dalla parte della Meloni, non contro il Professor Draghi, ma contro quello che egli oggettivamente rappresenta e che se può essere momentaneamente un sollievo per i cittadini e una panacea per i Grillo, i D’Alema e via dicendo porterà alla fine ad un aggravamento della crisi italiana, che da trent’anni si trascina stancamente alla ricerca di una classe politica all’altezza delle sfide.

*Agostino Carrino, professore ordinario di Diritto pubblico, Università Federico II Napoli

 

 

 

 

 

DEMOPATÌA, IL MALESSERE CONTEMPORANEO DELLE DEMOCRAZIE

Da anni – o forse da sempre – la democrazia liberale è considerata un regime in crisi. Il suo essere plurale e aperta la rende facilmente bersaglio di interpretazioni critiche e di profezie nefaste circa la sua prossima fine. Abbiamo letto di “tramonti dell’Occidente” e di democrazie decadenti lungo tutto il Novecento, almeno fino al crinale storico del 1989. Proprio la caduta del muro di Berlino sembrava aver segnato la fine delle alternative, la “fine della storia” per dirla con Fukuyama.

I regimi liberaldemocratici avevano vinto, non c’erano più reali competitor tra i sistemi politici. Eppure, proprio aver creduto che quel prodotto tipicamente occidentale e moderno, quella democrazia liberale e fondata sul libero mercato e sul capitalismo, fosse ormai un regime invincibile e destinato a essere esportato come benchmark per ogni comunità politica si è rivelato un grave errore. Un errore prima di tutto concettuale: quello cioè di aver considerato la politica come un terreno ormai neutro, regno della razionalità strumentale, della governance intesa come better regulation, dei governi come amministrazioni di condominio. Il regno dell’ordinaria amministrazione e delle scelte di policy basate su criteri scientifici. La fine delle polarizzazioni ideologiche e il trionfo del New Public Management. Oggi possiamo dire che non è andata proprio così, non tanto per la comparsa di nemici esterni, quanto per la riproposizione di problemi interni, tutti nostri, occidentali. Esiste un malessere attuale, contemporaneo, delle democrazie occidentali che non era stato previsto in quegli anni. Il malessere di oggi è prima di tutto una crisi di accountability: il gap tra le aspettative del popolo (il demos) e le risposte dei governi (il kratos) tende ad aumentare da diversi decenni. I sintomi di questo malessere sono numerosi.

Recentemente ho provato a isolarne alcuni:1 calo tendenziale della fiducia nei partiti, nei politici di professione e nelle istituzioni rappresentative; riduzione della partecipazione elettorale; aumento della volatilità elettorale; incremento del numero dei partiti; nascita e morte (politica) repentina di innumerevoli nuovi partiti; intensificazione dell’uso dei referendum ad hoc; riduzione della durata media in carica dei governi; diffusione di stile e atteggiamento populisti. Alcuni di questi sintomi sono ambivalenti nell’interpretazione. Ad esempio, una maggiore volatilità elettorale può essere letta come una più ampia libertà di scelta per l’elettore. Allo stesso modo l’incremento dell’uso dei referendum – e delle consultazioni popolari, anche online – sembrerebbe un buon sintomo democratico, non un sintomo di crisi. Tuttavia, anche questi due fenomeni, se letti guardando al big picture, ossia incrociando i dati con quelli degli altri sintomi, ci dicono altro: l’elettore più che libero sembra totalmente disorientato nelle sue scelte, spesso improvvisate, di impulso e “disperate”; i referendum risultano sempre più spesso un modo per ridare “lo scettro al popolo”, da parte di una classe politica progressivamente delegittimata e timorosa di compiere scelte impopolari.

Tutti questi sintomi descrivono una democrazia indebolita (specie sul suo versante liberale), con un demos partecipe a intermittenza, apatico e perennemente insoddisfatto, sempre più spesso mosso da quelle che possono essere definite le tre “i”: istinti, istanti e immaginario. E che sostituisce frequentemente il cosiddetto “voto di opinione” con il “voto di impulso”, una quarta “i”. Nella letteratura politologica recente si possono ritrovare numerosissimi “colpevoli”, gli agenti patogeni del malessere: la crisi dei partiti e della rappresentanza, la mediatizzazione della politica, la personalizzazione/leaderizzazione, la fine delle ideologie, l’arrivo della postverità e dei populismi e tanti altri fenomeni, ognuno dei quali ha ovviamente il suo peso e costituisce un problema reale. Tuttavia, se tutti questi agenti sono reali e sono diffusi praticamente in ogni regime democratico, deve esserci qualcosa di più profondo. E, andando in profondità, si arriva alla base, ossia al popolo. I nostri mutamenti come cittadini sono alla base dei mutamenti del sistema politico. Se la democrazia è malata, lo è perché si è ammalato il demos. In questo senso è una “demopatìa”.

Nello specifico, si tratta di una sorta di patologia autoimmune e degenerativa, nel senso che si è prodotta a seguito di mutamenti fortemente voluti in tutto l’Occidente e che proseguono e si intensificano nella contemporaneità. Il malessere democratico deriva, cioè, dalla lunga transizione alla postmodernità (o, per alcuni, all’ipermodernità): individualizzazione, fine delle grandi narrazioni, perdita del senso sociale, crisi del sapere, delle istituzioni e delle autorità cognitive, nuove percezioni e concezioni del tempo e dello spazio, sindrome consumistica e logica dell’“usa e getta”, crisi delle identità e fine delle comunità solide, narcisismo, incremento dei non luoghi e delle gratificazioni istantanee, ritorno a logiche di “folla” più che di massa. Se la società diventa prima di tutto psicologica, egocentrata e individualizzata, ogni settore della nostra esistenza ne risente: dall’economia, alla cultura, alla politica. Ciò non vuol dire che la politica non sia esente da colpe.

Tuttavia, le sue responsabilità vanno lette all’interno di una riflessione ampia, di una serie di mutamenti sistemici che per certi versi la “obbligano” a essere colpevole. Lo stesso ragionamento può essere fatto per i mass media. Le innovazioni tecnologiche sono i grandi motori di questi cambiamenti antropologici. Ogni innovazione è un medium e ci cambia, a prescindere dall’utilizzo che se ne fa: questa era la tesi di McLuhan, racchiusa nella celebre formula “il mezzo è il messaggio”. Concentrandoci sui mass media, il passaggio dall’era tipografica a quella televisiva ha comportato determinate conseguenze. Quello dall’era televisiva a quella digitale ne comporta altre. Tutte però vanno nella stessa direzione: incrementano la velocità e l’accumulazione di informazioni premiando la sintesi, e riducono conseguentemente la concentrazione e l’approfondimento; valorizzano “istinti e istanti” e allontanano la logica e il ragionamento; esaltano l’immagine e penalizzano il testo scritto; ricercano il sensazionalismo “a frammenti” per catturare l’attenzione e alimentano l’incoerenza nel discorso pubblico; ipersemplificano e banalizzano ogni argomento; elevano a notizia fenomeni irrilevanti (ma pop) e tengono fuori dall’agenda mediatica reali priorità (non pop perché complesse) e così via. In questo senso, la demopatìa ha luogo sia per ragioni storico-culturali (la modernità che produce “inevitabilmente” la postmodernità) che per ragioni tecnologiche (la transizione dall’era tipografica a quella digitale), entrambe legate a doppio filo: tutte le innovazioni tecnologiche recenti e vincenti sono strumentali e funzionali alla filosofia moderna. La accompagnano e ne costituiscono un derivato.

Questo mutamento è totale perché cambia il nostro modo di percepire le cose, di pensare e di comportarci. Quella che oggi definiamo digital transformation è a tutti gli effetti una transizione antropologica, fondata sulle innovazioni tecnologiche e sorretta dalla società dei consumi. In sintesi, potremmo dire che oggi il consumatore ha sostituito il cittadino, anche in politica. Il pubblico è sempre più individualizzato; è composto da elettori-consumatori via via più insoddisfatti e alla ricerca di nuovi stimoli forti e spiazzanti (che è esattamente la logica di base della società dei consumi), di istanti pieni di dopamina, di gratificazioni immediate e di acquisti d’impulso. Ciò che noi chiediamo alla politica di oggi non è più un modello di riforma sociale (tipico dell’era del voto ideologico, del Novecento pieno, del “secolo breve”) o un insieme di soluzioni di policy che riteniamo praticabili e vincenti (come era previsto invece subito dopo il 1989, nell’era del presunto voto di opinione). Noi cerchiamo fondamentalmente emozioni forti e conferme delle nostre convinzioni, peraltro sempre più instabili. Cerchiamo sintonia emotiva, pillole psicoterapeutiche per le nostre insicurezze, storie da comprare che siano il più possibile tarate sulla nostra. Eroi individuali come appigli salvifici, come nuove scorciatoie cognitive che hanno sostituito i simboli, le ideologie e la rappresentanza “solida” del Novecento. Ciò fa sì che la politica performante, in un’ottica di cattura del consenso, sia sempre più quella che plasma la propria offerta in base ai desiderata della domanda, cioè del pubblico. Ecco perché si può definire la leadership contemporanea come followship: i leader vincenti di oggi sono quelli che meglio degli altri si sintonizzano sulle oscillazioni continue dell’opinione pubblica. Non ci guidano verso idee loro, convincendoci che siano le migliori.

Ci vendono idee nostre come fossero loro. Questo facilita l’ottenimento del consenso, ovviamente. Specie nel brevissimo periodo, che è ormai l’unico che conta, in un diluvio di stimoli quotidiano che finisce per favorire l’oblio immediato e l’incoerenza come virtù. Tuttavia, nonostante questi accorgimenti tattici e funzionali, i governi durano mediamente meno di prima e l’insoddisfazione del demos continua a crescere perché entra in gioco quella che Christian Salmon ha definito la “cerimonia cannibale”. Per catturare la nostra attenzione e il nostro consenso, i leader-follower sono costretti a seguire la logica dei media: devono fare sensazione, altrimenti non li percepiamo neanche, all’interno dell’oceano di informazioni nel quale siamo immersi. Per fare sensazione devono promettere “mari e monti” e farlo con un piglio fortemente volontaristico (voglio dunque posso, volere è potere) e con un taglio personale (quasi biopolitico, di intimate politics). Quando però si è chiamati a mettere in pratica le promesse (ossia una volta al governo), subentrano tutte le difficoltà: la complessità del reale e dei fenomeni che si affrontano; le risorse limitate; le opposizioni che hanno carta bianca per riposizionarsi su ogni tema, mentre chi governa deve decidere e dunque essere più coerente e lineare, per definizione; le cose buone che non fanno notizia, mentre quelle negative sì e dunque l’opinione pubblica fatica a percepire cambiamenti positivi e spesso li considera come “atti dovuti” e magari tardivi; la personalizzazione che rende i governanti di turno più precari di un tempo, perché l’immagine di una persona è più vulnerabile di quella di un’ideologia o di un partito (basti pensare a quanto oggi sia un attore politico decisivo la magistratura inquirente); la neofilia, la voglia di novità del consumatore che semplicemente si stanca e ha bisogno di nuovi stimoli. E dunque cestina in tempi sempre più rapidi l’ultimo leader di turno che gli ha fatto battere il cuore. L’eroe diventa presto capro espiatorio, prima di sparire nell’oblio totale. E il volontarismo (impotente) si trasforma in velleitarismo e continua ad alimentare l’insoddisfazione verso la politica in generale perché questa “cerimonia” si situa in un inevitabile vortice, in un trend necessariamente crescente di stimoli, promesse, sensazioni, emozioni.

Quello che si configura, in termini di rendimento democratico, è indubbiamente un vicolo cieco. Perché tutti i settori e le variabili coinvolte spingono verso la stessa direzione: società (dei consumi), mass media, opinione pubblica e politica sono avviluppate entro logiche tra loro coerenti, ma che conducono esattamente nel punto in cui siamo. Ecco perché a oggi nessuno possiede una terapia valida. Ogni ipotesi che provi a cambiare singoli pezzi del puzzle, per quanto ambiziosa, non può funzionare. Perché la malattia è più profonda, riguarda ognuno di noi nel suo quotidiano, nel suo essere cittadini, consumatori, elettori, persone. Tuttavia, prendere coscienza della profondità del malessere, per quanto a suo modo deprimente, può già costituire un punto di partenza “terapeutico”. Per dirla con Giorgio Agamben, «contemporaneo è colui che tiene fisso lo sguardo nel suo tempo, per percepirne non le luci, ma il buio». Chi vede solo le luci – invertendo per certi versi il mito platonico della caverna – è solo accecato da una quotidianità febbrile e satura di stimoli, da cui di fatto è agito. Per salvare la democrazia, dobbiamo fare i conti con noi stessi. A partire dal nostro buio, individuale e collettivo.

*Luigi Di Gregorio, docente di Comunicazione politica, pubblica e sfera digitale all’Università della Tuscia, Viterbo

Ripresa e Resilienza

Tema centrale dell’agenda economica e sociale: ripresa e resilienza trattato dal prof. Giuseppe Pennisi durante la lezione tenuta alla Scuola di Formazione della Fondazione Farefuturo.

“Una crisi finanziaria sommata alla recessione potrebbe spazzare via non solo singole imprese ma anche interi comparti e rendere più facile individuare potenziali resistenti campioni nazionali.

La strategia da seguire è lineare. Da un lato, massimizzare il supporto del resto dell’Unione europea, utilizzando bene le risorse specialmente quelle dello sportello della Banca europea degli investimenti dedicato alle piccole e medie imprese e promuovendo l’attivazione di uno sportello per le imprese nel costituendo Recovery Found. Dall’altro lato, difendere in via normativa il nostro capitale imprenditoriale da acquisizioni straniere”.

IL NUOVO POTERE MONDIALE CHIAMATO”SOCIAL MEDIA”

L’assalto a Capitol Hill da parte dei sostenitori del Presidente uscente americano Trump ha concentrato l’attenzione dei media, degli analisti politici e dell’opinione pubblica mondiale su una molteplicità di argomenti come la fragilità della democrazia USA, la violenza usata per scopi politici e così via.
Anche se la notizia è stata riportata dalle principali testate, è passata in secondo piano la censura da parte di Zuckerberg (Facebook e Instagram) e di Twitter dei profili di Donald Trump. Un fatto su cui, spero, si tornerà a parlare in quanto rappresenta, a mio avviso, un avvenimento ben più eclatante dalla rivolta di qualche migliaia di esaltati supporters del presidente uscente, che va ovviamente e comunque condannata alla pari di qualunque violenza politica chiunque la professi e per qualunque motivo.
Il blocco, si temporaneo ma comunque “fino alla fine del mandato”, dei profili social di Trump, fatto con una spiazzante semplicità e corredato solamente da un comunicato dello stesso Zuckerberg sul proprio profilo Facebook, di fatto fa capire che un nuovo potere, che spesso esula da ogni regola scritta e legislazioni nazionali, è arrivato nelle nostre vite e, in modo quasi impercettibile, si è impossessato della comunicazione (e della manipolazione) geopolitica mondiale.
Non c’è stato uno scontro tra Trump e Zuckerberg & Co., non ci sono stati avvertimenti o quant’altro, ma c’è stato semplicemente il gesto di una manciata di giovani (e ricchissimi) nerd proprietari dei social più utilizzati al mondo che hanno “bannato”, premendo un pulsante, l’uomo più potente del mondo. Escludendolo, così, dall’utilizzo di quell’incredibile strumento di libera comunicazione che sono i social media. Strumento che, a differenza di quelli tradizionali dove parole e notizie vengono modificate e adattate all’orientamento politico, offre tutta l’immediatezza, la “sincerità” e la “veridicità” del messaggio che si vuole trasmettere.
Trump lo sapeva bene, tant’è che aveva impostato parte della propria campagna elettorale del 2016 e successivamente gli annunci politici durante il mandato presidenziale proprio sui social e su quei “Tweet” che gli davano la libertà di scrivere e dire quello che voleva sfuggendo ai network come CNN e FoxNews con cui è entrato in conflitto.
Cosi, la censura di Zuckerberg e compagni pone due domande entrambe caratterizzate da un limite sottile tra l’inquietante ed il rassicurante.
La prima: i fondatori di Facebook e Twitter, non sottoposti a vincoli di alcun genere nè rientranti nelle regole dei mezzi di comunicazioni tradizionali, si sono trasformati – grazie alla nostra assuefazione verso i social – negli uomini più potenti del mondo, surclassando persino il presidente degli Stati Uniti d’America? Visto che questa manciata di ragazzi, geniali ma pur sempre degli imprenditori in jeans e felpa che seguono le logiche del mercato per incrementare i profitti e le quotazioni delle proprie aziende, oggi possono con un semplice click influenzare (a pagamento o meno) elezioni, cadute di governi, persino rivoluzioni.
La seconda domanda, in chiave positiva, è se non sono proprio i social media – Facebook, Instagram, Twitter – a rappresentare oggi quel tanto rimpianto bilanciamento di potere, in versione 2.0, andato perso dopo la fine della Guerra Fredda. Perché, come da sempre teorizzato dagli studiosi di geopolitica, il nostro mondo funziona solo quando c’è un equilibrio tra leader, quando non esiste una supremazia assoluta di qualcuno bensì una contrapposizione tra diverse forze, siano esse politiche, sociali o economiche. Negli ordinamenti di ogni democrazia tale equilibrio è dato dalla separazione dei poteri dello Stato. Mentre su scala globale l’equilibrio deriva da nazioni in conflitto, da minacce alla sicurezza, da guerre economiche, dall’alta finanza. Così, il Novecento si reggeva sul conflitto tra Comunismo ed Capitalismo. Poi, dopo il 1989, c’è stato un decennio dove la supremazia mondiale era detenuta solamente dagli USA, con una Cina crescente ma non tanto da fare da equilibratore. Gli attentati dell’11 settembre 2001 fecero si che il Terrorismo divenisse l’equilibratore (e anche l’alibi) di molte dinamiche mondiali, per poi arrivare all’avvento dei Social media che, in pochi anni, hanno acquisito una forza sociale mai vista prima. Ed oggi forse sono proprio loro ad essere diventati, a nostra insaputa, il nuovo bilanciamento dei poteri, capaci di censurare persino l’uomo più potente del pianeta.
I Social e con loro Zuckerberg &Co. sono saliti sul podio degli equilibratori mondiali. Paladini di una nuova libertà o una nuova dittatura.
*Kiril K. Maritchkov, Comitato Scientifico Fondazione Farefuturo