Redazione

“Lascio a casa gli operai No Vax ma li pago lo stesso”

Duilio Paolino imprenditore e componente il Consiglio di amministrazione della nostra Fondazione è stato intervistato dal quotidiano La Repubblica. L’intervista che ha come titolo ” Lascio a casa gli operai No Vax ma li pago lo stesso”, riporta la sua iniziativa che denota il grande senso civico che caratterizza la migliore impresa italiana.

Paolino infatti afferma nell’intervista  “Sono responsabile della salute di tutti i miei dipendenti, anche di chi non si vaccina che è più a rischio. Così, finché la situazione non cambierà e ci saranno protocolli chiari, chi non ha neanche la prima dose del vaccino sarà pagato per stare a casa. Non posso rischiare che si ammalino e che mi denuncino, lo faccio per tutelare le persone e l’azienda. In attesa che chi deve far qualcosa lo faccia: Confindustria deve trovare presto delle soluzioni con il governo per tutelarci“.

“Imprenditore cuneese, scrive Repubblica,  è titolare della Cosmo, azienda di Busca che progetta macchine agricole e le esporta in tutto il mondo. Non ha avuto dubbi  neanche quando a febbraio, prima che fosse obbligatorio, chiese ai dipendenti un’autorizzazione per misurare loro la temperatura prima del turno. O anche quando ha dato la pre-iscrizione come azienda per diventare un hub vaccinale. “Il concetto è semplice: noi mettiamo in campo tutte le misure possibili per tutelare i dipendenti, anche risolvendo da soli le grane, ma se faccio tutto quel che posso non voglio poi rischiare nulla”.

“Così nei giorni scorsi è andato per i corridoi dell’azienda, tra i dipendenti, a chiedere chi fosse vaccinato. Dei 60 dipendenti dell’azienda, “tranne due che per problemi di salute non possono farlo, che sono stati spostati in posti sicuri per lavorare, altri cinque non volevano vaccinarsi. Gli ho chiesto: ci hai pensato bene?”. A quel punto ha deciso di correre ai ripari: “Non posso correre rischi, cinque dipendenti ammalati significa far saltare i turni, i robot e quindi la produzione – precisa l’imprenditore -. Negli ultimi anni abbiamo raddoppiato il fatturato e non possiamo fermarci. Quindi ho chiesto un atto di responsabilità generale”

“Ne ha parlato ai dipendenti, il giorno successivo, scrive ancora Repubblica, due sono andati a dirgli di aver cambiato idea e di volersi vaccinare. Altri tre ancora no. “Sono in ferie, quando torneranno dirò loro di stare a casa, continuando a percepire lo stipendio. Il dipendente è libero di fare la sua scelta ma devo difendere tutti, chi è vaccinato ma soprattutto chi non lo è che viene a lavoro accanto a persone che possono essere potenziali portatori. Noi manteniamo le distanze, garantiamo misure che molti hanno smesso di seguire ma non posso sapere se quando scaricano i container entrano in contatto”.

“Una misura che per quanto provocatoria spera sia anche temporanea fino a ottobre. E che nel giro di poche settimane arrivino dei protocolli per l’imprenditoria. Nell’attesa c’è anche la volontà di evitare che tra i dipendenti nascano dissapori per le scelte personali riguardo al vaccino. “Non è una guerra contro i dipendenti e non voglio che se la facciano tra di loro. L’obiettivo è aspettare che Confindustria prenda in mano la situazione e la risolva. Io, ammetto, ho paura di essere denunciato, quindi finché non mi libereranno da questa responsabilità, o troverò un modo legale che me lo permetta, farò così. Tutto funziona bene se funziona bene per tutti, oggi non possiamo permetterci di rischiare”, conclude il giornale.

 

Multinazionali, mordi e fuggi

Siamo saliti ad oltre mille lavoratori, per la precisione 1164, gettati con le loro famiglie sulla strada solo dalle quattro multinazionali che sono in questo periodo agli onori delle cronache per occupazioni da parte delle rispettive maestranze di autostrade e ferrovie, per presidi, per picchetti dinanzi ai rispettivi stabilimenti, per manifestazioni di proteste anche eclatanti.

L’ultima è la Timken di Villa Carcina in provincia di Brescia che, senza nemmeno far ricorso agli ammortizzatori sociali, ha annunciato ai 110 addetti la chiusura dello stabilimento. Da qualche anno erano in pericolo anche i 400 lavoratori della Whirpool di Napoli, che il primo luglio scorso sono stati licenziati, nonostante il pentastellato Luigi Di Maio nell’ottobre del 2018 e poi il ministro Stefano Petrullo dello stesso partito nell’ottobre del 2019 avessero garantito di aver trovato delle soddisfacenti soluzioni alla vertenza. E’ poi ci sono i 152 dipendenti della Gianetti Ruote di Ceriano Laghetto (Monza). Infine i 422 addetti diretti della GKN, oltre agli 80 indiretti delle ditte appaltanti.

Si tratta di tutte aziende del settore dell’automotive che chiudono e che fanno capo a gruppi esteri che hanno deciso di abbandonare l’Italia e delocalizzare prevalentemente in paesi in via di sviluppo per cercare nuovi mercati dove la manodopera costa meno, dove vi sono meno tutele sindacali, dove c’è la possibilità di ottenere finanziamenti e sussidi a condizioni più vantaggiose e di vedersi praticare agevolazioni fiscali molto appetibili.

Insomma lasciano il nostro Paese solo per guadagnare di più.

Altri motivi non se ne ravvisano, ove si consideri che sono tutte aziende, quelle che dichiarano di essere in crisi qui da noi, che fanno utili, distribuiscono succosi dividendi ai soci, operano e dispongono di un mercato che tira, hanno produzioni di alta qualità molto richieste.

Si prenda ad esempio la Whirpool, che fa capo all’omonima corporation americana produttrice di elettrodomestici. Nel 2020 l’azienda Usa ha fatturato a livello globale 19,5 miliardi di dollari con un margine operativo salito in un anno dal 6,3% al 9,1%. Con un ritorno sugli investimenti record dell’11%, un utile netto da 1 miliardo, mentre nel 2018 subì 183 milioni di perdite. Il gruppo Usa è in piena salute con una produzione di cash flow di ben 1,24 miliardi nel 2020. L’azienda tra l’altro prevede per il 2021 un margine operativo sopra il 10%. La multinazionale Usa ha distribuito nel 2020 dividendi crescenti ai soci per l’ottavo anno consecutivo e 2 miliardi sono stati utilizzati per buy back, cioè si è comprato le proprie azioni, anziché fare investimenti produttivi.

O anche la Timken, anch’essa multinazionale americana, che produce cuscinetti ingegnerizzati e prodotti per la trasmissione di potenza, e grazie a più di un secolo di conoscenza e innovazione, è tra i leader di mercato. Collabora con la Nasa per esplorare Marte, con società di energia rinnovabile per alimentare grandi turbine eoliche, supporta il settore dei trasporti. Nel sito di Villa Carcina, aperto nel 1978 e acquisito da Timken nel 1996, vengono prodotti cuscinetti per il mercato fuoristrada e ferroviario. Nel 2020 la Timken ha registrato vendite per 3,5 miliardi di dollari. La società è operativa in 42 paese ed occupa 17 mila collaboratori in tutto il mondo.

Dal canto suo la Gianetti Ruote, storica fabbrica leader nella produzione di ruote per veicoli, camion, autobus e rimorchi con clienti importanti come Iveco, Volvo e Daimer, acquistata dal fondo americano Quantum Capital Partner, ha chiuso lo stabilimento e lo ha comunicato ai suoi dipendenti con un breve messaggio alla fine del turno pomeridiano. Eppure a Ceriano ci sono professionalità altamente specializzate ed hanno commesse che garantiscono l’80% del giro d’affari; anche in questi giorni consegna i suoi prodotti alla Harley Davidson. Il lavoro dunque non manca e si produce per trattori e camion di marchi come Iveco, Scania, Man e Volvo.

Infine la GKN, multinazionale britannica che fa capo al fondo Melrose, che acquisì lo stabilmento fiorentino con una scalata ostile, come è solito fare spesso, ha licenziato i suoi 422 dipendenti con una semplice comunicazione mail che annunciava la chiusura della fabbrica.

Eppure questo gruppo che opera nel settore automobilistico ed aerospaziale in 30 Stati di tutti i continenti ha registrato, come conglomerato di aziende (Melrose Industries), ricavi per 9,4 miliardi di sterline e 340 milioni di utili e la sua controllata GKN Automotive ha fatturato 3,8 miliardi ed utili per 82 milioni di sterline.

Ecco queste le contraddizioni che subito si possono rilevare anche nelle giustificazioni che le governance di questi gruppi stanno fornendo sia al governo italiano che ai sindacati.

Ma vediamo invece quali sono in realtà le logiche che muovono questi colossi della finanza e dell’industria.

E cerchiamo di indagare quali sono le politiche e le strategie globali di queste multinazionali presenti in tutto il mondo, per tentare anche di far luce sui meccanismi della cosiddetta “globalizzazione”.

La “globalizzazione” è sostanzialmente questo: distinguere il proprio profitto dal ruolo sociale della produzione, disgiungere il proprio tornaconto da leggi, convenzioni ed accordi nazionali, separare la effettiva proprietà, in mano alla finanza internazionale, dalla produzione.

In pratica, si chiude qui da noi solo perché non è abbastanza conveniente sulla scacchiera internazionale restarci ed anche perché occorre “consolidare” la rendita azionaria altrove.

Presso la casa madre di questo tipo di aziende, cioè, si punta per vincere. E per vincere a tutti i costi si getta via il sacrificabile. Ossia l’Italia, che si presenta spesso debole all’interno della stessa multinazionale negli equilibri di potere.

Oggi le potenzialità per ripartire ci sono a patto che si cambi “pelle” e si ripensi ad un nuovo modello di sviluppo attraverso il rilancio delle infrastrutture e dei lavori pubblici, un ricorso più agevole al credito bancario, una burocrazia più snella, una migliore formazione del personale, una giustizia più veloce ed efficiente.

Il caso delle singole multinazionali che delocalizzano dall’Italia pone, dunque, in maniera drammatica il problema di questo tipo di economia globalizzata, nell’ambito della quale i capitali si spostano, secondo convenienza, dove produrre costa meno. (Maggiori notizie e dati possono essere tratti dal Cap. XXVII “Globalizzazione ed un nuovo modello di sviluppo” del libro “Il Salvadanaio. Manuale di sopravvivenza economica” di Riccardo Pedrizzi. Editrice Guida – Napoli).

E davanti ad uno strapotere tanto forte da schiacciare popoli e nazioni, si mettono in tragica evidenza i ritardi culturali dell’Europa e dell’Italia, nonché i limiti delle vecchie ideologie.

Davanti alle legittime proteste dei lavoratori, c’è ancora chi fa appello alla preistorica logica del “lasciar fare”, che appare nel 21° secolo del tutto inadeguata, dal momento che il nuovo capitalismo, (definito da Luttwak “turbo-capitalismo”) è in grado di abbattere addirittura strutture sociali e Stati nazionali.

Il neocapitalismo arriva in un’area in via di sviluppo, le conferisce una momentanea ricchezza, ne indebolisce ulteriormente le strutture statuali già deboli e ne sfrutta il capitale umano. Quando l’area in questione, grazie anche alla accresciuta capacità economica, eleva anche il proprio status culturale e le proprie aspettative sociali, finisce per “alzare il prezzo”, detta condizioni, difende diritti, allora la multinazionale riparte, lasciando solo recessione e crisi. Va in un’altra area, ancora più povera ed abbastanza da accogliere i rappresentanti dell’azienda come “salvatori”, concedendo loro privilegi, contributi, sgravi fiscali. Una politica, questa, che oltre che essere anti-etica, anti-morale, anti-umana, si muove anche contro il vero sviluppo. Le aree abbandonate e desertificate dalle multinazionali si moltiplicano nel mondo (Usa compresi); le fasce di poveri in Occidente si accrescono e con esse i potenziali squilibri sociali.

Ristrettissimi centri di potere finanziario calpestano così l’interesse e la dignità dei popoli: ricchi e poveri, imprenditori e operai, intellettuali e disoccupati. I proprietari delle multinazionali ad esempio spesso sono fondi che raccolgono il risparmio in tutto il mondo, non sono produttori di merci e servizi, ma solo detentori del potere finanziario. Non sanno nemmeno come è fatto il loro prodotto. E nemmeno gli interessa saperlo.

L’area culturale ed ideologica socialdemocratica mondiale tentò di indicare la propria via per affrontare la globalizzazione, circa venti anni fa e si domandò come poter conciliare la libertà dell’economia aperta mondiale con i diritti sociali. A quella domanda nessuno ha dato risposta, finora.

Le letture ideologiche liberali, socialdemocratiche o, per quel che resta, marxiste non sanno dare risposte credibili.

La Dottrina Sociale della Chiesa, invece, offre soluzioni adeguate e sempre valide. E più volte il Magistero ha indicato la via da seguire nel campo economico-sociale.

Per sfidare l’economia globale sul suo terreno, va reso competitivo il nostro territorio, soprattutto riportando la nostra cultura cattolica e solidarista, nazionale e comunitaria, al centro del dibattito culturale e politico europeo.

Le vecchie ideologie non hanno più nulla da dire al proposito, l’economia stessa, per assicurare il proprio sviluppo sente il bisogno di recuperare il fattore umano, il ruolo sociale dell’impresa, il radicamento nella comunità. Per questo il 21° secolo deve vederci protagonisti di una sfida che fronteggi il potere senza volto della finanza speculativa e dia, invece, possibilità concrete ai tanti imprenditori, ai professionisti, ai giovani disoccupati ed ai lavoratori. Se sapremo farlo, saremo noi a giocare questa partita.

 

*Riccardo Pedrizzi, presidente Comitato scientifico nazionale – UCID

La tassa contro la famiglia e la Nazione

Cambia la leadership del Partito Democratico, già Partito della sinistra, ex Partito comunista italiano, ma la musica non cambia: aggravare, cioè, di tasse il popolo, colpire il ceto medio, come quando si volle tassare il settore della nautica, facendo fuggire in Francia, Spagna e Croazia molti proprietari di imbarcazioni.

Enrico Letta, nuovo segretario d’emergenza, richiamato da Parigi, ha lanciato una proposta, che non sta né in cielo né in terra, come vedremo punto per punto e che riportiamo testualmente da una sua intervista pubblicata su Corriere Sette: “Il mio sogno è trattenere i ragazzi italiani in Italia, senza però farli restare in casa con mamma e papà fino a trent’anni. Il problema principale del nostro Paese è che non fa più figli. Ci vuole una dote per i giovani, finanziata con una parte dei proventi della tassa di successione, e un accesso ai mutui-abitazione anche per chi non ha genitori in grado di fornire garanzie”. Questa vera e propria “boutade” ha incassato subito lo stop del presidente del Consiglio, Mario Draghi, che ha dichiarato: “Non abbiamo mai parlato, ma non è il momento di prendere soldi dai cittadini, ma di darli”.

In pratica Letta, che vuole lanciare temi identitari cari alla sinistra, come lo “jus soli”, per dare la cittadinanza a migliaia di figli di immigrati, o come la proposta di legge Zan, propone di intervenire sulle donazioni e sulle eredità superiori ai 5 milioni di euro, recuperando 2,8 miliardi che sarebbero distribuiti, con quote da 10 mila euro ciascuna, alla metà dei diciottenni italiani, sulla base del reddito (Isee). Questa tassa arriverebbe all’aliquota del 20 per cento.

In pratica si tratta della solita logica assistenzialistica, statalistica dei cosiddetti “bonus”, che non risolve nessuno dei problemi a cui fa riferimento il leader del Pd.

Perché: a) non trattiene in Italia i ragazzi che vanno all’estero per il mancato accesso o dell’abbandono dell’istruzione universitaria dei giovani provenienti da famiglie con redditi bassi. Occorrerebbe invece prendere in esame “vere forme di esonero dalle tasse universitarie e di prestito o, come suggerisce la Corte dei Conti, aiuti economici per gli studenti universitari meno abbienti”. Il problema infatti è dovuto “oltre che a fattori culturali e sociali, al fatto che la spesa per gli studi terziari, caratterizzata da tasse di iscrizione più elevate rispetto a molti altri Paesi europei, grava quasi per intero sulle famiglie; b) non incentiva la nascita di cittadini italiani per la quale occorrerebbero politiche per la famiglia, che, ad esempio, agevolino il lavoro delle donne, istituiscano asili nidi in tutte la penisola, che in maniera strutturale sostengano la nascita del secondo e del terzo figlio ed aiutino le famiglie numerose; c) non aiuta le coppie a costruirsi una famiglia ed ad acquistare una prima casa se non si elimina il fenomeno del precariato.

Per tutte queste ragioni il nostro premier, condividendo le analisi di Francoforte sul proseguimento di una politica espansiva, che per essere tale non può prevedere aumenti della tassazione, ha bocciato senza appello la proposta fatta da Enrico Letta di reintrodurre una tassa di successione sui grandi patrimoni, ricordando anche le misure a sostegno dei giovani contenute nel decreto approvato (la casa, i contratti di inserimento, l’intervento per partite Iva e turismo) e soprattutto il Pnrr “in cui i giovani sono ovunque per la clausola di condizionalità”. Su questa posizione negativa è sostenuto anche dal titolare del Mef, Daniele Franco, che in un question time al Parlamento ha ribadito come il governo non sia “entrato nel merito di singole misure” e parlando della delega fiscale, il ministro ha risposto: “La delega verterà sul sistema nel suo complesso: è bene non intervenire sulle singole misure”.

Del resto già tanti anni fa, il prof. Raffaello Lupi, ordinario di Diritto tributario all’Università di Tor Vergata e già rettore della Scuola Centrale Tributaria “Ezio Vanoni” di Roma, scrisse in un suo pregevole libro del 1996 (Le illusioni fiscali, ed. il Mulino) in merito all’imposta di registro, all’imposta sulle successioni e ai tributi connessi: “Si tratta di una fiscalità anacronistica, adatta ai tempi in cui l’economia era agricolo-pastorale, basata soprattutto sulla ricchezza fondiaria, mentre oggi queste imposte sopravvivono a se stesse e riguardano settori, come quello immobiliare e dei conferimenti in società, già pesantemente tassati sotto altri profili, come l’Ici (oggi Imu)”. Più avanti: “Su questa diagnosi tutti concordano da anni, eppure non si fa un passo avanti. Appena si parla di abolire o di modernizzare l’imposta di registro o quella sulle successioni, gli apparati emettono una cortina fumogena di ‘se’, di ‘ma’, di ‘forse’ e di ‘vedremo’, con ostruzionismi tanto più deprimenti quanto più espressi in buona fede. La paralisi blocca la normale attività di ricambio delle imposte e il loro adeguamento ai mutamenti dell’economia. L’anacronismo di tale tributo è di tutta evidenza e non giustifica una reintroduzione di questo autentico ‘pezzo da museo’”.

A suo tempo la tesi dell’abrogazione dell’imposta di successione aveva trovato concorde, del resto, in un primo momento, lo stesso ex sottosegretario alle finanze, prof. Marongiu, successivamente divenuto sostenitore del mantenimento del tributo. Per non parlare dell’ex ministro Visco che l’11 aprile 1997, di fronte ad una platea di commercialisti, a Bologna, aveva affermato: “Quando devo pagare il bollo della patente mi innervosisco: il bollo, come l’imposta di successione, è una tassa da Paese dell’Ottocento, che va superata, compatibilmente con il mantenimento del gettito”. Ma ora pare abbia cambiato idea.

Da parte sua, il centrodestra aveva sempre affermato la necessità di un superamento dell’imposta di successione. Infatti l’ipotesi di abolizione era già contenuta nel Libro bianco del ministro Tremonti del 1994 e venne confermata con la presentazione del progetto di legge Atto Camera n.6062 di Berlusconi ed altri parlamentari.
Non fu quindi, un’iniziativa di tipo elettoralistico, ma una coerente azione di riforma perseguita nel tempo e, semmai, l’adempimento di un impegno preso solennemente con gli elettori.

Sul piano culturale l’imposta sulle successioni tradisce quella radicata diffidenza di una parte della cultura di questo Paese (quella collettivista e marxista) contro l’istituto della proprietà privata e l’autonomia negoziale e contro la famiglia naturale. Il prelievo viene normalmente giustificato con la circostanza che si tratta di attribuzioni patrimoniali non “meritate” e si fonda su una concezione della famiglia atomistica e circoscritta nel tempo e nello spazio, propria della cultura illuministica e rivoluzionaria che dovrebbe essere definitivamente ma che continua ad allignare in ricchi miliardari radical chic, come Riccardo Illy, che considera il patrimonio ereditato “un dono non meritato” e “profondamente diseducativo”.

Tale pregiudizio è in realtà infondato ed irrilevante, poiché l’acquisto per via ereditaria è, invece e tra l’altro, pienamente giustificato dal risparmio accumulato in vita dal testatore e dall’atto di destinazione compiuto dal medesimo (anche nella forma del silenzio nel caso di successione non testamentaria), che di solito è il padre. E non a caso la tassa di successione non vigeva negli Stati e nei regimi che, comunque li si giudichi per tutti gli altri aspetti, e nel bene e nel male, tutelavano la famiglia e ad essa prestavano attenzione e risorse: il Regno delle Due Sicilie ed il Fascismo. E, tale tassazione, come ricorda Stefano Passigli, “fu reintrodotta dalla Repubblica con alterne vicende”.
Inoltre, l’imposta sulle successioni, rappresentando un’ipotesi specifica di imposta sul patrimonio, costituisce un forte disincentivo al risparmio, poiché garantisce un migliore trattamento fiscale per coloro che consumano, se non addirittura dissipano, interamente il proprio reddito.

Su questo tema pagine illuminanti e profetiche si possono leggere nella enciclica Rerum Novarum di Leone XIII: la proprietà cioè deve essere considerata come la continuazione stessa del lavoro e come il suo prodotto naturale. Oltretutto “Quando gli uomini sanno di lavorare in proprio, faticano con più alacrità e ardore: anzi si affezionano al campo coltivato di propria mano, da cui attendono per sé e per la famiglia, non solo gli alimenti, ma una certa agiatezza. Ed è facile capire come questa alacrità giovi moltissimo ad accrescere la produzione del suolo e la ricchezza della nazione. Ne seguirà un terzo vantaggio, cioè l’attaccamento al luogo natìo; infatti non si cambierebbe la patria con un paese straniero, se quella desse di che vivere agiatamente ai suoi figli. Si avverta peraltro che tali vantaggi dipendono da questa condizione, che la privata proprietà non venga oppressa da imposte eccessive. Siccome il diritto della proprietà privata deriva non da una legge umana ma da quella naturale, lo Stato non può annientarlo, ma solamente temperarne l’uso ed armonizzarlo col bene comune. È ingiustizia e inumanità esigere dai privati più del dovere sotto pretesto di imposte”. (Riccardo Pedrizzi e Giovanni Scanagatta,”Una luce sul mondo. Dalla “Rerum Novarum” alla “Caritas in veritate”, Editrice Pantheon).

In via generale, infatti, le imposte patrimoniali indeboliscono il sistema economico nel suo complesso perché ne riducono la capitalizzazione e quindi la capacità di crescita e di sviluppo tecnologico. Ciò è tanto più vero nel caso delle imposte di natura straordinaria, qual è quella sulle successioni, che per loro natura non possono essere assunte all’interno degli ordinari piani di gestione dei titolari dei beni.

Occorre poi osservare che, soprattutto nei casi dei grandi patrimoni, attualmente si ricorre spesso a forme di trasferimento intergenerezionale fiscalmente meno onerose. Tale fenomeno accentua l’ingiustizia complessiva dell’imposta di successione, che finisce per colpire i patrimoni di dimensioni medio-piccole, costituiti da cespiti di natura prevalentemente immobiliare, i quali più difficilmente possono sottrarsi al prelievo. E poiché il tessuto economico del nostro Paese è costituito prevalentemente di piccole e medie aziende, di fatto questo balzello se reintrodotto andrebbe a colpire l’intero apparato produttivo nazionale.

In un suo intervento sulla fiscalità delle piccole e medie imprese, Victor Uckmar, quando si accese il dibattito prima sulla sua abolizione, infatti, ebbe modo di rilevare: “I titolari delle piccole e medie imprese, con tante difficoltà per il passaggio generazionale, hanno l’incubo della imposta di successione, che inevitabilmente viene assolta con mezzi dell’azienda o comunque sottraendo ricchezze che potrebbero essere meglio destinate all’investimento. Da tempo si parla di abolizione dell’imposta di successione, ma anche per ragioni demagogiche passeranno altri tempi. (Uckmar allora non sapeva che sarebbe andata al governo una coalizione di centrodestra!). Eppure – continuava l’insigne giurista – è una imposta regressiva, che viene assolta dai… poveri, e cioè da coloro che non hanno avuto la capacità o la possibilità di operare i trasferimenti in vita senza oneri fiscali o comunque di gran lunga inferiori alla imposta di successione”.

Oltretutto nel mondo globale, in cui i grandi patrimoni sono al sicuro nei paradisi fiscali, reintrodurre la tassa di successione sarebbe l’ennesima ingiustizia ai danni del ceto medio. Ed il ceto medio – scrive Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera – ormai costituisce il nerbo dell’elettorato del Partito democratico, il quale dovrebbe difenderlo con le unghie e con i denti; e invece lo vuole tassare. Ma tassassero Amazon, non solo il commerciante”. Ed aggiunge in un’altra puntata della sua rubrica sempre sul Corriere della Sera. Mi piace conversare con i tassisti, una delle ultime categorie che vive ancora in mezzo alla gente. Tutti quelli con cui ho parlato erano avvelenati. Non credo avessero un patrimonio da un milione o da cinque milioni di euro. Di sicuro non rientrano tra i grandi patrimoni; che peraltro sono quasi tutti al sicuro nei paradisi fiscali. So che erano ferocemente contrari alla tassa. Nessuno di loro si sentiva ricco. Hai visto mai però che, sommando la licenza, la casa, il garage della nonna, il conto corrente, i risparmi, si arrivi a una quota che a Letta e a Orfini possa apparire sospetta… Capisco che la sinistra abbia perso i voti delle classi popolari, e debba recuperarli. Ma non lo farà con nuove tasse. Neppure con tasse i cui proventi dovrebbero aiutare le classi popolari”.

Dalle considerazioni sopra esposte, è possibile quindi concludere che l’esenzione dell’imposta di successione, risponde a criteri di equità, di funzionalità ed efficienza del sistema tributario e si fonda su una riflessione che parte da lontano e che trovò concorde un’ampia platea di esperti, operatori economici ed esponenti politici, anche tra quelli che oggi sembrano soffrire di qualche amnesia.

Ma, soprattutto, l’eventuale reintroduzione di questa imposta si muoverebbe nell’ambito di una strategia di attacco alla famiglia, intesa come corpo intermedio e come strumento di trasmissione non solo di valori e modelli di comportamento, ma anche di patrimoni e risorse economiche.
Riccardo Pedrizzi (Già presidente della Commissione Finanze e Tesoro del Senato)
NOTA 1) L’imposta sulle successioni e donazioni è dovuta per il trasferimento della proprietà o di altri diritti mortis causa o a titolo di liberalità. In particolare: nel caso della successione, il trasferimento avviene in seguito alla morte del titolare (de cuius), in base alla legge (successione legittima) o a un testamento (successione testamentaria); nel caso della donazione, per l’accordo con cui il titolare (donante) dispone di un suo diritto a vantaggio di altri. Sono oggetto di successione o donazione: i beni immobili; le obbligazioni, i crediti, il denaro, le azioni e le quote di partecipazione al capitale di società. L’imposta di successione fu abolita nel 2001 dal governo Berlusconi II, fu ripristinata nel 2006 dal governo Prodi II. Attualmente quindi vi è una franchigia pari a 1 milione di euro moltiplicato il numero dei beneficiari; per il coniuge ed i parenti in linea retta (figli), pari a 100 mila euro moltiplicato il numero dei beneficiari per i fratelli e le sorelle. In pratica con le varie proposte in discussione si vorrebbero eliminare le franchigie e tassare tutti i patrimoni trasferiti al di sopra dei cinque milioni di euro al 20%.

 

*Riccardo Pedrizzi, presidente Comitato scientifico nazionale – UCID

Le origini del virus. Censura e autocensura

Su una cosa vi è consenso nella comunità scientifica internazionale: trovare le origini del virus che ha scatenato la più grande pandemia mondiale nella storia dell’umanità è di primordiale importanza. Ciò nonostante per oltre un anno, tra la censura imposta dal regime cinese sulle indagini internazionali e l’autocensura praticata dal mainstream occidentale, la pista sempre più probabile di una fuga accidentale del laboratorio di Wuhan ed eventuali esperimenti ‘gain of function’ che coinvolgono anche scienziati occidentali rimangano ancora un tabù nel dibattito pubblico allargato. Una storia ancora in pieno sviluppo che mai come prima mette in luce le sfide gigantesche nello scontro esistenziale tra democrazie e regimi autoritari.

La Fondazione Farefuturo è da sempre molto attenta a queste tematiche che non riguardano solo gli aspetti geopolitici ma anche e soprattutto valoriali.

Nei giorno della visita del presidente Xi Jinping  a Roma per la firma degli accordi sulla Belt and Road abbiamo realizzato  il meeting Il Dragone in Europa. Opportunità e rischi per l’Italia  proprio per denunciare i rischi di sottomissione dell’Italia a Pechino.  Ma  la Fondazione si è impegnata soprattutto sul fronte dei diritti umani facendo intervenire in due occasioni il leader di Hong Kong Joshua Wong, attivista e fondatore del Partito Demosito in teleconferenza nella Sala Nassirya del Senato. La prima  il 28 novembre 2019 che tanto rumore a suscitato per la reazione inconsueta e inusuale da parte dell’ambasciata cinese, e la seconda volta il 18 novembre 2020 per una lezione  sul valore della libertà tenuta appunto  da Wong al corso di formazione della Fondazione FormarsiNazione dove manifestò tra l’altro il timore i essere a breve arrestato così come di fatto è avvenuto poche ore dopo. Un impegno continuativo che ha prodotto la pubblicazione del Rapporto dal titolo La sfida cinese e la posizione della Repubblica italiana sull’attenzione all’interno dei Paesi democratici verso le iniziative di regimi autoritari volte a minare la stabilità, nonché i principi e i valori costituzionali, delle democrazie liberali e, ora rivolge la sua attenzione sull’origine del Corona virus e sull’uso politico della pandemia.

Al webmeeting di Farefuturo di venerdì 11 giugno  sono intervenuti lo scienziato Mariano Bizzarri, il sociologo Arnaldo Ferrari Nasi e l’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata, già ministro degli Esteri, i giornalisti Marco Gaiazzi (Fuori dal Coro) e Enzo Reale (Atlantico Quotidiano), ha coordinato i lavori Laura Harth.

Nel corso del meeting è stato illustrato un sondaggio a cura del sociologo Arnaldo Ferrari Nasi sulla percezione che hanno gli italiani sull’origine del virus e sull’uso politico della pandemia.

L’evento  trasmesso sui canali social della Fondazione: facebook,  Instagram e LinkedIn è visibile anche sul canale Youtube di Farefuturo

Imperi: Turchia

Pubblichiamo l’intervento dell’ambasciatore Gabriele Checchia a “FormarsiNazione”, la Scuola di Formazione sul web della Fondazione Farefuturo che ha delineato il “glossario nazionale”per la nuova classe dirigente. Tema della lezione: Imperi-Turchia

 

La Turchia è Paese erede di uno dei più grandi imperi che la storia abbia conosciuto, quello Ottomano che si estendeva dai Balcani al Corno d’Africa, dall’Egitto all’Anatolia all’Asia centrale.

Già questo può definire il peso politico di un impero che peraltro amministrava queste remote province in maniera abbastanza lasca, in quanto non si chiedevano particolari contributi, si esigeva solo il pagamento dei tributi e molte regioni potevano esercitare liberamente il loro credo purché non dessero segnali centrifughi nei confronti della Capitale imperiale.

Che cos’è oggi la politica estera di Erdogan? Sicuramente in essa confluiscono e convivono due componenti: quella neo-ottomana e quella panturca.

Vi è una sorta di tropismo della Turchia a guida Erdogan e AKP ( il “Partito della Giustizia e dello Sviluppo” da lui fondato ) in tali due direzioni . Tropismo del quale egli si è fatto interprete , seppure in maniera progressiva dal suo arrivo al potere nel 2002,  come Primo Ministro conservatore islamico, poi come presidente della Repubblica dal 2014 ( con poteri ancora più estesi a partire dalla riforma in senso “presidenziale” avallata col “referendum”popolare del’aprile  2017).

Questo tropismo neo-ottomano  ha trovato espressione anche in vari eventi di natura interna con ricadute internazionali: da ultimo la trasformazione in moschea di Santa Sofia, così come di quel gioiello di architettura bizantina che era la chiesa di San Salvatore in Cora recentemente riportata anch’essa  a moschea, e la costruzione e inaugurazione  nel maggio 2019 dell’enorme moschea di Camlica sul Bosforo nella parte asiatica di Istanbul ( inaugurazione presentata da Erdogan – tra le critiche dell’opposizione di matrice kemalista  “per lo spreco di denaro pubblico che sarebbe stato più utile destinare alla sanità e all’educazione”) come “momento di riscatto per tutti i mussulmani” a fronte di una asseritamente  dilagante “islamofobia” in Occidente.

Tutto ciò (vale a dire la fusione tra  l’agenda mussulmana e quella pan-turca) non fa altro che  confermare, in realtà, come l’abile Erdogan debba molto non solo al suo elettorato islamico-conservatore ma anche al suo alleato di governo : il partito “nazionalista” MHP ( “Milliyetci Hareket Partisi”)  di Devlet Bhaçeli, formazione, quest’ultima, che coltiva un programma e una visione del mondo riconducibile a quella dei “Lupi grigi” di Alparslan Turkes .

A tale pronunziata attenzione alle istanze incarnate dal MHP  Erdogan è spinto  anche dal non disporre di  una maggioranza assoluta in seno alla “Grande Assemblea Nazionale “( il Parlamento turco) :   ciò che rende indispensabile l’apporto dei 49 deputati  dell’MHP.

Accanto a questa componente neo-ottomana e panturca sussistono tuttavia  anche elementi di continuità, nel posizionamento internazionale della Turchia di Erdogan, con quella di impronta laica e kemalista che cartterizzo’ la Repubblica turca a partire dalla sua fondazione e per molti decenni a seguire ( praticamente sino all’inizio degli anni 2000) . Faccio un esempio: ricorderete che uno degli ultimi atti di politica estera di Ataturk, poco prima della sua morte, fu il recupero del Sangiaccato di Alessandretta (che era sotto mandato francese) . Il ritorno di Alessandretta alla Turchia ( l’odierna Iskenderun , situata nella odierna provincia turca dell’Hatay)  avvenne nel 1939 grazie a  referendum forzoso dopo che l’anno precedente essa era stata occupata militarmente da forze turche.

Il timore di Ataturk era che chi controllava Alessandretta (in mani potenzialmente ostili come quelle della Francia ), potesse poi mirare, a partire di là, al “ventre molle del’Anatolia” e dunque alla stessa Ankara capitale della Repubblica nata sulle ceneri dell’Impero Ottomano. È interessante notare che molti anni dopo, alla metà degli anni 70′, l’operazione turca che portò all’invasione di Cipro e all’insediamento dell’esercito turco a Cipro nord partì proprio da Iskenderun.

Questa proiezione in chiave nazional-difensiva a partire dalla costa mediterranea, è una costante della politica turca, così come c’è continuità di attenzione da parte di Ankara al Mediterraneo orientale inteso come fascia di protezione e proiezione di “potenza”. Ne sono testimonianza  le recenti iniziative del Presidente Erdogan  in tale  scacchiere: dall’acquisizione di fatto del controllo della Tripolitania ( dovendosi all’intervento militare turco il respingimento, nel giugno dello scorso anno,  dell’offensiva lanciata dal Generale Haftar per acquisire il controllo anche di tale metà del Paese) all’assertività e accresciuta presenza mostrata nei mesi scorsi dalla Marina Militare turca  nelle acque intorno a Cipro con chiara rivendicazione di sovranità di  settori importanti delle stesse.

Accanto a elementi neo-ottomani e pan-turchi, nella politica estera e di proiezione di potenza dell’attuale Turchia,  se ne collocano dunque altri nel segno della continuità con pregresse stagioni (di impronta  certamente non islamizzante)  della vita politica del Paese.

Vi è poi,  nel posizionamento di Erdogan, anche una forte componente interna. In Turchia si voterà nel 2023 sia per le elezioni presidenziali che per le parlamentari. E’ scadenza alla quale l’attuale presidente e il suo partito al governo vogliono giungere in posizione di forza soprattutto alla luce  del timore destato in loro dall’aver perso – come ho sopra accennato- nell’ultima tornata di elezioni amministrative ( primavera 2019)  le più grandi città del Paese:  a cominciare da  Istanbul, che è come dire  il “tesoro della corona” per l’ AKP. Quella Istanbul di cui Erdogan è stato agli inizi degli anni novanta sindaco iniziando proprio cosi la sua folgorante carriera politica.   Aver  perso , con Istanbul ( oltre che Ankara e Smirne) , il cuore pulsante della  economia turca a favore del candidato dell’opposizione socialdemocratica- kemalista ,  Ekrem Imamoglu, è stato dunque per lui un colpo duro  così come lo è  stato per la sua visione di Turchia e per il suo elettorato di riferimento.

Questo dunque il quadro interno che vede Erdogan tentare di recuperare consensi galvanizzando e mobilitando la base tradizionale del suo elettorato  attraverso i segnali di attenzione che ho sopra evocato.

A essi  se ne aggiungono altri sempre di valenza islamico-nazionalista  caratterizzati da un’accorta valorizzazione a livello mediatico  di video che richiamano i “fasti imperiali” con elementi chiaramente islamici quale motivo  di fondo e di “legittimazione” agli occhi del suo elettorato .

Come si colloca questa agenda di ritrovata di proiezione internazionale della Turchia sul piano geopolitico e dei suoi rapporti con l’Europa?

Intanto c’è un dato che non dobbiamo dimenticare: Erdogan, va detto per amore di verità,  ha a lungo tentato soprattutto nei primi anni di mandato di avvicinarsi all’Europa, così come avevano tentato di avvicinarsi all’Europa i suoi predecessori. Basti ricordare che la Turchia è  Paese candidato all’adesione dal 1963. Purtroppo questo processo non è mai giunto a compimento.  L’Europa, è mia convinzione, avrebbe forse dovuto concedere qualcosa di più: un’apertura di credito alla Turchia pre-Erdogan che era quella più laica, e  a noi  a vario titolo più vicina.

Apertura di credito che avrebbe probabilmente anche potuto prendere la forma di un’opzione alternativa alla piena adesione: quella ad esempio di un “partenariato strategico” tra l’Unione Europea e la Turchia .

Opzione che avrebbe potuto all’epoca rappresentare, ritengo, il punto di equilibrio tra i Paesi membri dell’UE ( come l’Italia) decisi a fare il possibile per mantenere il paese anatolico in qualche modo agganciato all’Europa e al suo modello valoriale e quelli , più numerosi , contrari   a un  l’ingresso della Turchia nella UE- seppur nel medio/lungo periodo- per una seri di motivi non sempre esplicitati : che vanno dal peso demografico del Paese al suo essere a schiacciante maggioranza di religione islamica al timore della concorrenza dei suoi prodotti per esempio nel settore agricolo .

Un serio partenariato strategico con Ankara  – con un consistente “volet” di dialogo politico e sui temi della sicurezza – avrebbe tra l’altro probabilmente  consentito , se ben presentato,  di gratificare  comunque  l’”orgoglio” turco: elemento quest’ultimo, osservo,  da prendere  in considerazione in qualsiasi interazione di natura politica e/o geo-politica con quel Paese.

Tutto ciò non è purtroppo avvenuto ed è ora inutile recriminare poiché è chiaro che siamo ormai fuori tempo massimo per un’ iniziativa di tale natura cui la parte turca del resto , almeno con l’attuale dirigenza, difficilmente sarebbe interessata.

Il rapporto della Turchia con l’Europa era e resta dunque difficile sullo sfondo di ambiguità  e non dichiarate reticenze  da ambo le Parti.  I negoziati per l’adesione , iniziati nell’ormai lontano  2005, sono fermi dal 2016 – per motivi riconducibili in larga misura alle violazioni dei diritti umani in quel Paese ( violazioni oggetto di ripetute “condanne” anche da parte del Parlamento europeo).   E nessuno davvero sa se, e quando,  essi potranno riprendere.

Vistasi preclusa , anche se in buona misura per sue responsabilità,  l’opzione europea Ankara ha ripiegato su quelle che erano e restano le sue zone storiche  di influenza ( con un ritorno di attenzione verso talune di esse proprio dell’” epoca Erdogan” dopo decenni di relativo disinteresse delle “leadership“ di ispirazione kemalista  più concentrato sull’estero vicino in linea con il messaggio di Ataturk che invitava i suoi compatrioti a non cercare avventure espansioniste in terre lontane….). Quindi, accanto al Mediterraneo orientale- rimasto sempre al centro delle priorità della turchia post-bellica- l’Africa settentrionale (Libia in primis),l’area del  Golfo -grazie anche a un forte rapporto con il Qatar cementato da un comune più o meno visibile sostegno alla Fratellanza Mussulmana –  il  Corno d’Africa dove la Turchia a guida AKP si sta nuovamente posizionando in Somalia, Sudan, Kenya e Gibuti.

Un ritorno dunque per certi versi di sapore “imperiale” dettato anche , come detto, dal non aver trovato aperta la porta verso la dimensione europea della propria politica estera.

Mi sentirei di affermare  che la Turchia ha scoperto i questi ultimi anni con assertività e senza complessi d’inferiorità, il ruolo che le è forse più congeniale di media potenza regionale, le cui aspirazioni sono evidenti e che Erdogan ha bene espresso in una formula che trovo efficace nella sua laconicità.

Riferendosi alla monopolio di fatto sulle grandi scelte  internazionali dei Paesi membri permanenti del Consilio di Sicurezza,  ha impiegato  questa formula: “il mondo è più grande di cinque, noi Turchia abbiamo tutte le carte in regola per giocarci la nostra partita”. Questo è il lato assertivo della ascesa di Erdogan, ma dobbiamo anche ricordare che nell’inconscio collettivo della popolazione turca  – e questo vale sia per l’attuale classe dirigente islamico-conservatrice, così come per l’opposizione di matrice  kemalista – pesano ancora “complessi” importanti.

Il primo  è quello di sentirsi isolati  e rigettati dall’Europa; l’Europa non vuole la Turchia  – questo è quanto il turco medio pensa – in quanto Paese “islamico” e con una popolazione in forte crescita . E’  sentimento è ben racchiuso nella formula “il miglior amico di un turco è un altro turco”.

L’altro grande non detto ma che pesa nelle scelte della politica turca e il cosiddetto d “complesso di Sèvres” :  trattato dell’agosto del 1920 ancor oggi considerato da quella opinione pubblica, di qualsiasi  orientamento politico , come la quintessenza del male sotto il profilo diplomatico perché è trattato che nella lettura turca – che contiene più di un elemento di verità – intendeva in realtà  sancire la frammentazione definitiva dell’impero turco:  con  un’ Anatolia della quale  larghe parti sarebbero state concesse alla Francia; la Cilicia alla Grecia, all’Italia parte della zona di Antalya e  gli Stretti aperti alle unità navali di tutti i Paesi anche in tempo di guerra; uno Stato armeno a nord-est, e uno Stato curdo da ritagliare nelle regioni sud-orientali della Turchia.

Quello che i turchi allora paventavano è che tale smembramento della Turchia storica avrebbe in realtà sancito la fine della “turchità” nella sua dimensione etnica, linguistica e culturale.

Il complesso di Sèvres incide tantissimo ancor oggi nell’inconscio collettivo turco. Come sapete,  Ataturk riuscì con la vittoriosa “guerra di indipendenza e liberazione ” , conclusasi nel 1923,  a per così dire capovolgere il contenuto dell’intesa di Sèvres .

I nuovi assetti da lui conseguiti –  con un pesante tributo di sangue,  nel corso del conflitto con le potenze occupanti, da parte delle forze della appena nata Repubblica turca-  trovarono la loro formalizzazione nel Trattato di  Losanna ( 24 luglio 1923). Intesa   che , come noto, consentì alla Turchia di salvare il proprio cuore anatolico”, di  recuperare il controllo degli Stretti, evitare lo smembramento del Paese in altre entità statali o protettorati e mantenere la sovranità sulla sua costa mediterranea ed egea.

La “sindrome di Sèvres” continua però a pesare nell’immaginario turco :  l’Occidente, si ritiene non solo a livello popolare ma anche in quei circoli intellettuali,  complotta ancor oggi contro la Turchia ed  complotto, si lascia intendere,  che non terminerà mai…

Dopo il fallito colpo di stato del 2016 Erdogan affermò non casualmente…che se i “golpisti” fossero riusciti nei loro intenti si sarebbe profilata una nuova Sèvres. Nella sua analisi ( o forse sarebbe più appropriato dire  nella sua narrativa..)  uno dei principali  obiettivi  degli autori del   tentato “putsch”  sarebbe stato proprio quello di giungere ad una nuova frantumazione della Turchia.

Per tornare alle direttrici di politica estera della attuale Turchia ci troviamo oggi di fronte a una Turchia  particolarmente assertiva e  e profilata su vari più o meno limitrofi scacchieri. Per quanto riguarda il Mediterraneo orientale, vi è il  contenzioso antico con la Atene e con Nicosia. Contenzioso che scaturisce  dalla percezione turca di essere stata oggetto di condizioni “leonine” nei trattati successivi alla prima guerra mondiale almeno per quanto riguarda la sua proiezione marittima : con uno  sbocco al Mediterraneo di fatto chiuso dalle incombenti acque territoriali greche  e cipriote e un conseguente obbligo di ripiegamento sull’entroterra anatolico.
La dirigenza turca – sia di maggioranza che di  opposizione- contesta in particolare la  “doxa” secondo la quale,  dal punto di vista del  diritto internazionale marittimo, l’isola di Kastellorizo  situata a pochi chilometri dalla costa turca ha diritto a  una piattaforma continentale che la porterebbe  addirittura – ove tale tesi fosse spinta all’estremo -all’interno dell’Anatolia e a poter rivendicare la sovranità su buona parte della costa turca. È una tesi che la Turchia rifiuta di accettare, con buone ragioni dal punto di vista dei diritti storici ma   anche per considerazioni dettate ,direi,  dal buon senso.

Da qui nasce anche il tentativo di sparigliare il gioco attraverso l’accordo con la Libia del novembre del 2019 per giungere  a una delimitazione turco-libica della zona economica esclusiva (EEZ) che interseca la fascia di mare intorno a Cipro e alla Grecia. E’ un modo  per dire, in sostanza,  che non si può tornare ad una spartizione del Mediterraneo senza che i turchi siano parte dell’equilibrio complessivo.

In questo senso mi sembra interessante quella che oggi viene definita la dottrina della “ patria blu” (“Mavi Vatan” in turco)  teorizzata dall’ Ammiraglio in pensione ma molto attivo a livello accademico Cem Gundeniz:  autentico servitore dello Stato privo di affiliazione politica. Egli sostiene in una serie di recenti scritti che la “ patria blu” è  in sostanza nient’altro che la rivendicazione dei “diritti storici” che la Turchia ha sul mare Mediterraneo,  violati dai trattati successivi alla prima guerra mondiale. Soprattutto Ankara intende ancora lanciare così un messaggio forte  alla Francia e alla Grecia: i due Paesi che più avrebbero tratto profitto dal Trattato di Sèvres ove non successivamente superato, almeno in parte, da quello di Losanna.

Il contenzioso tra Francia e Grecia, da un lato,  e Turchia dall’altro ha infatti radici antiche e non è questione di questi ultimi mesi.  Ho già ricordato la problematica della provincia di Alessandretta che vide Ataturk confrontarsi con la Francia ( potenza mandataria sul Sangiaccato).

Come si potrà uscire da questa situazione di confronto che mi sembra però aver conosciuto un qualche attenuazione in queste ultime settimane ( ma che resta comunque delicata e direi imbarazzante….alla luce della comune appartenenza dei tre Paesi alla NATO) ? Quello che mi sento di rilevare  è che non è corretto asserire che la Turchia cerca necessariamente lo scontro. Ho letto con attenzione le riflessioni dell’Ammiraglio  Gundeniz sul numero di “Limes “ dello scorso luglio.

Nella intervista a Marco Ansaldo egli afferma quanto segue:” La mia teoria della “patria blu” non entra nel dettaglio, non vuole regolare ogni problema aperto, ma è soltanto il modo di definire gli interessi marittimi turchi al grado geopolitico strategico”. Egli  spezza quindi una lancia a favore del negoziato con Atene -in quanto Capitale più direttamente interessata – facendosi  espressione di una asserita  disponibiltà della “leadership” turca a una trattativa  che coinvolga tutti gli attori coinvolti a cominciare dalla parte greca.

La vicenda libica ha anch’essa dei caratteri di tipicità che non vanno sottovalutati. In Libia la Turchia cerca infatti  anche il recupero di una  “profondità strategica” che le consenta di libertà di azione anche nello sfruttamento delle ricche risorse energetiche situate nei fondali di antistanti la costa libica. In questo senso appunto va letto il già citato accordo del 2019 per la definizione con la Libia della zona economica esclusiva. Ankara coltiva tuttavia in Libia ( e torniamo alla profondità strategica..) anche ambizioni sulla terraferma , avendo conquistato   posizioni di controllo quasi esclusivo in Tripolitania per esempio con la base aerea di Ghardabiya e quella navale di Misurata.

Si tratta di una  forte proiezione di potenza, cui potrebbe non essere estraneo il forte disappunto determinato in Erdogan  dalla caduta di Gheddafi – con il cui regime regime   le imprese turche  stavano sviluppando una forte collaborazione  economica ed industriale- a seguito di un intervento occidentale mai veramente digerito da parte turca .Vi è chi sostiene , e penso vi sia molto di vero, che la  dirigenza turca – memore appunto di tale precedente – voglia ora giocare di anticipo, sostenendo in Libia il governo ( quello del “premier” al Sarraj) riconosciuto dalla comunità internazionale.

Ho cercato di illustrare il  posizionamento turco sui  vari dossier, in maniera  meno “binaria”  di quanto non faccia certa  stampa italiana  e non solo che veicola a volte analisi sommarie  poco attente – come invece per correttezza e amor di verità dovrebbe sempre avvenire – alle ragioni alla base di talune scelte di Ankara in politica estera.

Noi sappiamo che vi è un progetto di sanzioni europee all’indirizzzo  della Turchia per questa sua marcata assertività nei confronti del Mediterraneo orientale. Sanzioni che non passarono al Consiglio Affari Esteri dello scorso ottobre.

Se ne tornerà a parlare su proposta cipriota e francese il 9 e il 10 dicembre prossimi; ancora una volta è difficile fare previsioni ma al momento non mi sembra sussistano le condizioni per una unanimità su questo tipo di provvedimenti nei confronti di Ankara.

La  Germania della Cancelliera Merkel è perplessa per tutta una serie di motivi e anche il nostro Paese  nutre seri dubbi circa la  opportunità di agire contro la Turchia con meccanismi sanzionatori.

Crediamo infatti che il dialogo con Ankara vada recuperato certo senza rinunciare ai nostri valori sul piano dei diritti e sul rispetto dei diritti internazionali, ma anche proponendo alla parte turca un’”agenda positiva” che consenta a quest’ultima  di comprendere  che in Europa la Turchia non ha solo avversari.

Un’agenda positiva, seppur da subordinare a talune condizioni irrinunciabili per noi europei,  che non offra soprattutto  pretesti a quelle componenti dell’opinione pubblica turca che esistono e che cercano un confronto duro e “ideologico”  con l’Europa. C’è, e questo Ankara deve capire, un’Europa pronta al dialogo ma  a certe condizioni.  E’ un percorso stretto che però esiste e ritengo vada la pena di essere esplorato.

Al di là di quello libico e del Mediterraneo orientale vi è poi il “dossier” siriano.  Anche qui la Turchia vuole giocare in prima fascia; sappiamo che in Siria il principale obiettivo della attuale dirigenza turca – venuta ormai meno la sua aspirazione iniziale alla deposizione di Bashar AlAssad per il pesante intervento di Mosca a sostegno del regime – è tornato a essere quello di evitare a  tutti costi la creazione di uno Stato curdo a ridosso del suo confine sud -orientale .

Su questo la Turchia ha ottenuto un buon risultato con la creazione riconosciuta dalla comunità internazionale e non contestata né da Russia, né da Stati Uniti di una fascia di rispetto di 120 km di lunghezza e 30 di larghezza.

Fascia di sicurezza  che dovrebbe consentire ad Ankara  di tenere a bada il movimento curdo dell’YPG (“Unità di Protezione  Popolare “in lingua curda) che la Turchia interpreta come l’ altra faccia  del PKK ( movimento terrorista per Ankara) , l’unica differenza risiedendo per la Turchia nel fatto che l’YPG  opera a partire da basi collocate in territorio siriano.  Probabilmente la realtà dell’YPG ( formaziona che ha svolto una preziosa opera di supporto delle unità americane impegnate nella lotta allo Stato islamico nel nord della Siria) è ben diversa, ma non è questa la lettura che ne danno i turchi. Questa idea della fascia di rispetto potrebbe essere comunque una soluzione tampone in attesa che maturino le condizioni per una sistemazione più chiara della Siria post-Assad se e quando questo avverrà….

Sicuramente Ankara vuole riservarsi un posto in prima fila al tavolo dove si sta negoziando a Ginevra il futuro costituzionale della Siria, e avere le imprese turche anch’esse in prima fila quando si tratterrà di conferire gli appalti per la ricostruzione.

Con riferimento infine agli interessi dell’Italia nei confronti del “fattore Turchia” vari sono i versanti a mio avviso da  monitorare anche per cogliere e, se possibile evitare che acquisiscano carattere irreversibile, le dinamiche – ivi comprese quelle di natura psicologica – suscettibili di determinare in senso a noi sfavorevole il comportamento di Ankara nella Regione.

Uno dei più importanti tra tali versanti  è quello riconducibile al già citato “complesso di Sèvres”.   Mi sentirei di affermare che l’ effimero  Trattato di Sèvres , che premiava essenzialmente Francia e Grecia e in qualche misura anche l’Italia ( oltre che – come detto- le aspirazioni statuali delle locali comunità curda e e armena), rappresentava nel mediterraneo oriental quello che   l’Accordo Sykes-Picot è stato per i possedimenti imperiali ottomani  in medio–oriente. Si trattava anche in quest’ultimo caso di territori già parte dell’Impero ottomano e allo stesso sottratti alla fine del primo conflitto mondiale :  con Siria e Libano,  nel caso di specie, concessi in mandato alla Francia ;  Iraq e Palestina alla Gran Bretagna.

Due esempi  quindi di accordi tra le potenze vincitrici che mettevano la Turchia nell’angolo.

Certamente Erdogan , da un lato, non vuole che questo si ripeta  ; dall’altro, cavalca l’onda emotiva che tali memorie suscitano ancora in seno all’opinione pubblica turca  per coltivare la sua agenda nazionalista e islamico-conservatrice in vista delle cruciali elezioni legislative e presidenziali del 2023.

Qual è in tutto questo l’interesse italiano? Direi quello  recupero del dialogo con Ankara – capitale di un Paese troppo importante dal punto di vista geo-politico per essere lasciato al proprio destino (o al rischio di  derive filo-russe e/o filo-cinesi)  in particolare sui “dossier”  per noi prioritari.

Prima di tutto la salvaguardia e il completamento del Gasdotto Trans- Anatolico  (TANAP nell’acronimo inglese), così importante per noi come per l’Europa,   che partendo dall’Azerbaijan – attraverso appunto la Turchia Grecia e Albania – si collegherà al Gasdotto Trans-Adriatico (la“Trans-Adriatic pipeline”/TAP) per terminare in Italia nei pressi di Lecce .  E’ destinato a fare della Turchia lo snodo centrale (“hub”) del cosiddetto “corridoio meridionale del gas”) per  apportarci, appunto, quel supplemento di risorse di gas che per un Paese come il nostro – così dipendente dall’estero per i propri approvvigionamenti energetici – è davvero elemento strategico . E ‘ evidente che se andassimo a uno “scontro” con Ankara  una delle “vittime” sarebbe quasi certamente il futuro del Gasdotto Trans-Anatolico con la sua derivazione italiana.

Il secondo elemento di possibile convergenza tra i nostri interessi e quelli turchi –  da vagliare alla luce delle discussioni che si stanno svolgendo in Europa sul futuro della Libia e di quelle che stiamo avendo e dovremo continuare ad avere in materia con Ankara –  risiede nel fatto che sia l’Italia che la Turchia sostengono in Libia  il legittimo governo  di al-Sarraj. Penso che anche su questo versante  vi  possano essere  margini per lavorare insieme;

Una nostra azione  più assertiva a sostegno di Al-Sarraj probabilmente ci consentirebbe di anche di recuperare  posizioni sul terreno in quella Tripolitania  che Ankara tende ormai  a considerare una sorta di dominio riservato; abbiamo visto che cosa è avvenuto con le  nostre unità di pattugliamento costiero ormai con ufficiali turchi a bordo come istruttori. Quasi la Turchia, e non l’Italia,   fosse il  Paese donatore.

Anche nel Mediterraneo orientale abbiamo interesse a convergere per quanto possibile con Ankara: in chiave, ad esempio,  di contenimento della visibile aspirazione  francese a ritagliarsi un ruolo  di decisore di ultima istanza. Non credo ci convenga assecondare queste tendenze anche perché  la Turchia resta comunque  un membro importante dell’Alleanza Atlantica:  abbiamo quindi un obbligo ,da alleato ad alleato, a non consolidare in quel Paese un senso di isolamento e messa ai margini ( da parte, nel caso di specie, di altri alleati quali la Francia ela Grecia con i quali pure dobbiamo continuare a mantenere un dilaogo intenso anche su tali tematiche) .

Senso di isolamento che , per i motivi di ordine storico e psicologico che ho sopra cercato di illustrare , potrebbe produrre ricadute inquietanti sul piano del suo posizionamento geo-politico e securitario della Repubblica Turca.

Il problema Nato è in ogni caso molto complesso e meriterebbe un approfondimento difficile da svolgere in questa sede.

Vorrei ricordare infine  il forte interscambio  e collaborazione industriale  che abbiamo con la Turchia:  restiamo tra i principali partner economico-commerciali europei del Paese anatolico anche in una fase molto difficile della sua economia con una svalutazione della lira turca e un crollo degli investimenti esteri.

Ultimo elemento di riflessione che mi fa piacere condividere con voi è che se isolassimo la Turchia di Erdogan , in assenza di un per ora poco probabile cambio di maggioranza, rischieremmo  di  favorirne un’ulteriore deriva islamica in chiave anti-europea. Scenario certamente non auspicabile e da disincentivare in ogni modo possibile .

*Gabriele Checchia, ambasciatore, già rappresentante permanente d’Italia presso la Nato

 

Israele e la destra, il meeting che aprì la strada

Venti anni sono passati ma purtroppo invano. Ogni tentativo di trovare una soluzione al conflitto che minaccia Israele cade nel vuoto, anche per l’irruzione nel contesto mediorientale di nuovi protagonisti, potenze regionali che vogliono imporre con ogni mezzo la propria supremazia, talvolta usando anche le organizzazioni terroristiche del fondamentalismo islamico. Sono passati appunto venti anni, da quando si tenne un importante meeting nella storia della destra italiana, promosso proprio dalla nostra rivista “Charta minuta” in occasione di un numero monografico dedicato ad “Israele”. Era 14 febbraio del 2001, nella sede dell’Osservatorio parlamentare, il think tank del centrodestra, da cui poi nacque la Fondazione Farefuturo, si svolse un convegno sulla questione israelopalestinese e sugli sviluppi del processo di pace all’indomani dell’esito delle elezioni nello Stato di Israele.

In quella occasione fu infatti presentato il fascicolo monografico della nostra rivista riprodotto in copertina dal titolo “Israele”. Al convegno parteciparono, con l’on. Urso, animatore del think tank e direttore della rivista, anche esponenti della comunità ebraica, insieme con influenti rappresentanti dello Stato di Israele e con lo storico rappresentante diplomatico di Arafat in Italia, Nemmer Hammad. Con lui vi erano Oreste Bisazza Terracini, Padre Giovanni Marchesi, il Rabbino Chaim Klein, Nemer Hannad e Over Bavli.
Nel fascicolo della rivista, oltre ai protagonisti del convegno, scrissero anche Sergio Romano, Avital Sahar, Emanuele Fiano, Giancarlo Elia Valori, Franco Cardini, Michael A. Leeden, Franco Perlasca, Furio Colombo, Dario Colombo, Giano Accame, Olda Mattera, Federico Eichberg, Roberto Aliboni, Marco Zacchera. L’editoriale di Urso aveva appunto il titolo “Israele”.

L’anno successivo fu proprio Urso, quale viceministro al Commercio estero del nuovo governo Berlusconi, ad essere ricevuto in visita ufficiale, primo esponente della destra di governo in Israele, come ha recentemente ricordato ricordato l’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata, che ha pubblicato in un twitter anche la foto dell’evento con Simon Peres, presidente del partito laburista e poi dello Stato di Israele. Successivamente, il nostro direttore ebbe altre occasioni di incontro in missioni ufficiali di governo a Tel Aviv. La associazione “Alleanza per Israele” ha recentemente ricordato quelle con ArielSharon, quando il padre storico di Israele era capo del governo, e con Ehud Olmert, anche lui Primo ministro di Israele.

L’Europa ci riprova. Contro la biodiversità del nostro sistema bancario

Ancora una volta l’Europa ci riprova e ci ripete che, per superare la crisi che si trascinava fin dal 2011-2012 e che si è aggravata con la pandemia, la ricetta e quindi la cura necessaria per superarla, soprattutto nell’ambito del settore bancario, sarebbe quella di favorire le aggregazioni tra istituti di credito per aumentarne le dimensioni.
In pratica, nonostante la cattiva esperienza del “too big to fail”, si va dicendo ancora che “grande è bello”, perché l’efficienza dipenderebbe appunto dalle dimensioni: le grandi avrebbero più possibilità e chances di superare questa crisi cosi drammatica rispetto alle banche medio-piccole, prevalentemente Banche Popolari e Casse di Risparmio ed, ancor, di più alle piccole Banche di Credito Cooperativo.
Recentemente lo ha detto e ripetuto il nostro Andrea Enria, Presidente del Consiglio di Vigilanza della BCE, che dovrebbe invece tutelare meglio e di più la specificità del sistema economico italiano. E’ lo sollecitò anche Visco, il Governatore della Banca d’Italia. Lo ripetono poi in Europa le varie autorità monetarie e di vigilaza.
Vogliamo sperare che questo atteggiamento pregiudizialmente contrario alla cosiddetta biodiversità del nostro sistema bancario sia dovuto dalle difficoltà delle autorità comunitarie di esercitare un efficace sorveglianza sulla miriade di “less significant institutions” (LSI) e, quindi, dalle malaugurate prospettive di doverne anche gestire le possibili crisi dovute alla pandemia.
Ci sì attesta perciò su tali posizioni difensive che inducono e/o sollecitano le aggregazioni.
In pratica quella che potrebbe essere giustificata – a posteriori – come una politica necessaria per eventuali risanamenti di situazioni di difficoltà e di pericolose insolvenze, che si dovessero verificare, si sta presentando invece come politiche preventive che distorcono artificiosamente il mercato e sopratutto negano le esperienze positive che, non solo nel nostro Paese, si stanno facendo anche in corso di crisi pandemica.
Posto, infatti, che una operatività di orizzonte internazionale richiede adeguate dimensioni e che quindi il “sistema Italia” abbia necessità di alcune grandi banche di dimensioni analoghe a quelle di altri Paesi europei, riesce difficile capire perché il sistema produttivo sia articolato naturalmente in imprese piccole, medie e grandi, mentre il sistema finanziario e bancario debba invece necessariamente articolarsi solo in banche di grandi dimensioni.
In realtà – si dice – il vantaggio dell’azienda di credito di grandi o grandissime dimensioni risiederebbe essenzialmente nelle economie di scala. È questa “un’opinione”, se non “un pregiudizio”, su cui dottrina ed analisi esprimono dubbi.
È fuori di dubbio, infatti, che una dimensione non elefantiaca, più “a misura d’uomo”, consenta una aderenza più efficace al territorio, una migliore compenetrazione e quasi un’identificazione tra banca ed economia locale, un monitoraggio più consapevole delle singole situazioni imprenditoriali inserite nel contesto locale.
Né è automatico e scontato che la minore dimensione della banca comporti inevitabilmente un ritardo culturale ed una lentezza d’innovazione tecnologica e finanziaria.
Così come esistono piccole e medie industrie portatrici di tecnologie avanzatissime, così nel sistema finanziario la dimensione ridotta è perfettamente compatibile con la cultura finanziaria più avanzata e con l’orientamento all’innovazione continua. L’esperienza dimostra anzi che l’innovazione è quasi sempre opera di piccoli “pensatoi” e solo in un secondo tempo essa viene metabolizzata dai grandi gruppi.
In conclusione: quello delle dimensioni più grandi e dei necessari accorpamenti è spesso un falso problema, dietro il quale si cela la volontà espansionistica dei vertici e la sete di potere di grandi gruppi finanziari.
Il sistema creditizio italiano, in definitiva, ha ancora bisogno di crescere, ma in qualità più che in dimensione.

*Riccardo Pedrizzi, presidente Comitato scientifico nazionale – UCID

25 Aprile, con un Paese in ginocchio

25 Aprile, è qui la festa. Di tutti e di nessuno. Giorno di commemorazione e di bandiere, di vincitori e di vinti, memoria di una stagione che cantó la libertà e il sangue. 76 anni dopo, oggi è il 25 Aprile di tutti, di tutti quelli che hanno voglia di liberazione, desiderio di libertà.

Sotto il cielo plumbeo dell’Occidente al tramonto, piegato dal male venuto dalla Cina, che cosa rimane di quel 25 Aprile?

Un Paese in ginocchio, la disperazione dei disoccupati, cinque milioni oltre la soglia della povertà, le interminabili file alle mense della carità, una gioventù smarrita e delusa.

E i morti, tanti morti più di ogni altro paese d’Europa. Trecento in media al giorno, tragedia infinita. Il male che rallenta ma non scompare.

Alle spalle la polvere delle occasioni perdute, i banchi a rotelle accatastati nel nulla, le mascherine del mistero, quelle che non sai se sono buone o col fetore di truffa, il piano antipandemico farlocco e le mille contraddizioni degli incapaci.

25 Aprile di lutto nelle acque del Mediterraneo. Ancora strage di migranti, di disperati che inseguono il miraggio di un’Italia che non c’è più, illusi anche da chi parla di ius soli, parole incomprensibili a chi sfida il destino delle onde, ma che a quegli occhi smarriti appaiono come il luccichio dell’oro. Invece è solo promessa falsa. Porti aperti, illusioni alimentate, scafisti padroni, e la strage continua.

25 Aprile di chiusure e coprifuoco.

Nel luogo dove solo le piazze dello spaccio non temono restrizioni neppure allo scoccare delle ore 22.

Oggi guardi intorno e vedi saracinesche abbassate, luci spente, desolazione.

Vaccinazioni a rilento, fallimento evidente dell’Unione Europea e dei ritardi del governo dei Giuseppi. E se oggi le vaccinazioni finalmente tendono a ingranare va dato atto a un militare, a un valente generale degli Alpini che potrebbe anche essere domani la risorsa di un Paese che risorge.

25 Aprile, accendi la tv e senti parlare ancora di quel comico che recita la parte del matto. Immagini sia un malato da ricoverare. Invece è fondatore, anima e motore di un movimento che esprime il gruppo più forte in parlamento. Anche se il parlamento non riflette più la volontà del popolo. Ma votare non si può, è pericoloso più della pandemia.

Italia triste e amara. Eppure… Eppure “una mattina mi sono svegliato…

con la voglia di cantare la libertà, la liberazione dalle ipocrisie dei politicamente corretti, dalle falsità dei traditori della volontà popolare, dal veleno immesso nel corpo della Nazione.

Una mattina mi son svegliato…

ancora un poco e la liberazione verrà.

 

*Angelo Belmonte, giornalista parlamentare

Il Politico e la destra. Risposta a Galli della Loggia

I– L’errore più consueto tra gli intellettuali di ogni tempo e schieramento è quello di voler insegnare ai politici ciò che dovrebbero fare, come agire, quali fini perseguire e semmai anche il nome da scegliere per il proprio partito. Sul Corriere della Sera del 29 marzo 2021 si può leggere un editoriale a firma di Ernesto Galli della Loggia (La destra moderna che serve) che sembra ripetere l’errore, anche se in questo caso l’errore è voluto, trattandosi, in fondo, più di una garbata provocazione nascosta dietro un auspicio, etichettato addirittura come utopico, che del solito forbito ma incomprensibile pastone di ricette (“bisogna che”, “si deve”) del professore ‘onnisciente’ che vorrebbe ergersi a consigliere del principe. In un passato nemmeno tanto lontano ricordo almeno uno di questi intellettuali esperti di pratiche politiche altrui, subito rientrato all’ovile (leggi: università) senza essere stato minimamente toccato dalla gloria del campo di battaglia.

Nel caso in questione non si tratta di un ‘consigliere del principe’, ma appunto di un intellettuale che ritiene doveroso, e non solo per riempire qualche colonna di piombo di quotidiano, dire la sua su ciò che potrebbe e dovrebbe essere la destra ai giorni d’oggi, la “destra che serve”, per l’appunto, come la definisce Galli, una destra “moderna”, della quale sembra suggerire anche il nome: PCI, Partito conservatore italiano. Per la verità di partiti che hanno l’aggettivo ‘conservatore’ addirittura nel nome non ce ne sono molti in giro per il mondo ‘moderno’, eccezion fatta per lo storico Conservative ­– and Unionist – Party britannico e un poco noto partito americano che in realtà è solo un ‘pensatoio’ dentro il Partito Repubblicano. Va anche detto che i conservatori britannici sono più conosciuti come ‘Tories’ e quelli americani senz’altro come repubblicani. Il termine conservatore è riservato alle posizioni ideali, alla filosofia politica che si professa e diciamo pure alla ideologia che si difende, un’ideologia che oramai assai più negli Usa che nel Regno Unito resta formalmente legata alle sue premesse d’origine, ovvero “il trono e l’altare”, non necessariamente un trono assolutistico o un altare fondamentalistico (in Gran Bretagna il laicismo ha preso buona parte dei conservatori britannici nonostante il fatto che la religione del paese è molto legata alle istituzioni politiche, essendo Sua Maestà il capo della Chiesa anglicana).

E qui mi piace ricordare che proprio un filosofo inglese tra i massimi del Novecento, considerato di regola un conservatore (ma su ciò altrove ho espresso i miei dubbi[1]), scrisse a metà degli anni Cinquanta un saggio (ora pubblicato anche in italiano[2]) intitolato On being conservative (Sull’essere conservatori). Quando Michael Oakeshott, questo il nome del filosofo inglese (1901-1990), inviò per la pubblicazione il manoscritto a Irving Kristol, direttore di Encounter, una delle più note riviste conservatrici americane del tempo, questi lo respinse con una semplice argomentazione: nell’articolo mancava ogni riferimento alla religione, che per un “vero conservatore” americano costituiva il fondamento naturale e obbligato del conservatorismo. In effetti, era proprio così e ciò non a caso, perché il (presunto) conservatorismo di Oakeshott (idolo della destra inglese prima di Roger Scruton) non conosceva la religione e i suoi dogmi come presupposto necessario dell’essere conservatori, cui attribuiva piuttosto l’opportunità di un sano scetticismo filosofico.

Il saggio di Oakeshott delineava in effetti non il conservatorismo, ma i tratti dell’essere conservatori, lo stile, la propensione ad agire ‘en conservateur’ più che il propugnare gli stilemi di un pensiero che dal suo punto di vista faceva parte, in ultima istanza, di un tipo di politica che in sé non si distingueva da quella apparentemente opposta: l’essere entrambi, il ‘conservatorismo’ e il ‘progressismo’, politiche della fede, cioè fondate su quella che Max Weber chiamerebbe etica della convinzione. Alla politica della fede egli contrapponeva la politica dello scetticismo, in realtà entrambi tipi ideali di azione, che nella concreta realtà storica dovevano affrontare inevitabilmente le rispettive nemesi, essendo di tanto in tanto necessari anche per lo scettico un po’ di fede e per il credente un po’ di scetticismo[3].

Il discrimine stava nella opposizione tra ‘stile conservatore’, modo d’essere conservatore, e ideologismo, dove ideologico è necessariamente anche il conservatorismo, nella misura in cui, appunto, non è solo uno stile di vita, una condotta quotidiana e un modo di pensare e di agire, ma un insieme di dogmi, compresi quelli religiosi, ai quali assimilava i dogmi del progressismo, che guarda solo ad un ‘futuro migliore’ più che al duro ma spesso anche gratificante presente, un presente che non a caso impone obblighi e non cert utopie. In altri termini, se Oakeshott a Londra votava ‘conservative’ questo non significava che non avrebbe preferito un partito con un nome diverso, più pragmaticamente orientato verso le scelte ragionevoli e rispettose dell’ordinato andamento della vita politica secondo le regole del diritto; essendo però il suo stile di vita quello sì scetticamente conservatore (tra corse dei cavalli, libri e belle donne), non avrebbe mai proposto ai Tories che ogni tanto era costretto a frequentare (la Thatcher voleva farlo baronetto, ma garbatamente Oakeshott rifiutò l’onore di essere associato ai Beatles) cambiare il nome al Partito conservatore sarebbe stato un inutile e superfluo cambiamento.

 

II– Questa premessa per dire che suggerire al partito “Fratelli d’Italia” di diventare un “moderno partito conservatore” è un suggerimento discutibile per molte ragioni, alcune delle quali cercherò di argomentare in questa sede, indipendentemente dal fatto che poi ‘consigliare’ il principe qualcosa è sempre la volta buona che il consigliere perda la testa, cosa che nel caso di Galli della Loggia non vale non essendo, né volendo egli essere, il consigliere di Giorgia Meloni. Ma un suggeritore questo sì e i suoi suggerimenti – distinti quindi dai ‘consigli’ – vanno presi sul serio perché tutt’altro d’occasione e forse potrebbero rappresentare l’opportunità per una riflessione ad ampio spettro sulla destra oggi, o, se si vuole, sulle destre oggi.

Galli, infatti, di destre italiane ne individua almeno tre: liberali, populisti e questa cosa in divenire che sarebbe a suo avviso “Fratelli d’Italia”, la cui politica dovrebbe far perno sullo Stato nell’età della globalizzazione al fine di rafforzare coesione sociale e solidarietà. Fin qui la cosa ha senso e giustamente la Meloni ha fatto subito presente (cfr. il Corriere della Sera del 30 marzo 2021: La destra moderna che già c’è) che è proprio ciò che lei fa in Europa e in Italia: difendere l’interesse nazionale italiano contro la finanza globalista e quindi lavorare per la coesione e la solidarietà entro i confini nazionali, da buona patriota. Persino diventare conservatore non avrebbe senso, in quanto è già persino Presidente del raggruppamento dei “conservatori e riformisti europei”, anche se l’unico partito che si dichiara conservatore, dopo l’abbandono dei britannici, è un piccolo partito croato.

Ora l’interrogativo fondamentale che va posto dopo l’intervento di Galli della Loggia è questo: ha senso essere ‘conservatori’ per differenziarsi dai populisti e dai liberali? Come ho già accennato, il conservatorismo è un’ideologia, che può avere molte facce, ma resta un’ideologia ed è certamente a quella cui si pensa di regola quando se ne parla, un’ideologia che in quanto tale non è a mio avviso compatibile con la natura della politica della destra di cui oggi si ha veramente bisogno: una destra che difenda l’interesse nazionale e prenda le mosse da questo come bussola del proprio agire[4] va considerata non come una opzione ideologica, bensì come l’essenza, il nòcciolo, la dimensione propria e autentica del Politico, specificamente di un Politico di destra (nel senso che sta dall’altra parte rispetto alla ‘sinistra’ europeista, mondialista, giusmoralista, buonista). Se il Politico ha una natura polemica, nel senso del conflitto e del rapporto amico/nemico, l’interesse nazionale non è una possibilità tra altre del fare politica secondo i criteri del Politico, ma la forma naturale, spontanea e direi dovuta del Politico in quanto tale. In altri termini, essere conservatori nel senso di un ‘pensiero’ conservatore, non solo non sarebbe consono con uno stile conservatore, ma contravverrebbe ai canoni propri del Politico, che si fonda sul principio della autonomia del Politico in quanto tale, che non è riducibile né all’economico né alla morale né al giuridico. Essere conservatori dal punto di vista ideologico non si addice ad un partito di destra che accetti di essere un movimento squisitamente politico, che all’ideologia e ai suoi ineludibili pregiudizi preferisce l’opportunismo necessario dettato dalla obbedienza ai criteri della autonomia del Politico, una dimensione dell’esistenza che ha i suoi propri diritti e privilegi e naturalmente i suoi obblighi.

Diventare un ‘moderno partito conservatore’, nel momento in cui il conservatorismo è oggettivamente in crisi (giudizio che nulla ha a che fare con i pregi assolutamente possibili degli ideali del ‘conservatorismo’) e soprattutto nel momento in cui le sue premesse classiche, ovvero il nesso con certi dogmi religiosi, non trovano rispondenza nel sentimento popolare, sarebbe a mio avviso un errore politico, così come errore politico sarebbe quello di separarsi in quanto presuntamente ‘conservatori’ sia da ogni forma di liberalismo sia dal cosiddetto ‘populismo’. Per tacere del fatto che modernità e conservatorismo non è che si associno tra loro molto felicemente, se si ricorda che una certa ideologia conservatrice si è individuata come tale proprio contro il Moderno e le sue categorie, a partire dall’ideologia dei diritti e della sovranità dell’individuo.

 

III. – Una destra ‘moderna’ che lotti per la coesione sociale e la solidarietà e rimetta al centro lo Stato può oggi essere considerata come ipso facto il contrario del liberalismo e del populismo? Occorre naturalmente accordarsi sul senso delle parole (la grande rivoluzione propugnata da Confucio era non a caso la “rettificazione dei termini”). Personalmente reputo che il liberalismo di un Marco Minghetti dopo l’unità d’Italia fosse un tipo di liberalismo (certo di tipo conservatore, lo definiremmo oggi), centrato sul senso dello Stato e contro le derive di parte, ovvero dei partiti, nell’amministrazione del potere, di cui oggi avremmo assoluto bisogno. Essendo forse tra i pochi giuristi che da sempre sostengono la non perenzione del concetto di Stato, insieme a quelli classici della filosofia politica, in primis quello di sovranità[5] (comunque ben distinto dal termine, a mio avviso ambiguo, di ‘sovranismo’), dovrei rallegrarmi del fatto che Galli della Loggia metta al centro delle sue proposte proprio lo Stato, anche se andrebbe ricordato il fatto che il liberalismo italiano, almeno quello classico di Minghetti, proprio nello Stato aveva visto una via di tutela delle libertà private e dell’interesse nazionale contro le derive partitocratiche, sicché rinunciare a priori all’idea di un collegamento almeno tra la tradizione di un certo liberalismo italiano, di impronta nazionale (omologo, direi, al liberalismo nazionale di un Max Weber in Germania), e la rivendicazione dell’interesse nazionale e della centralità dello Stato in nome della sovranità politica, costituirebbe a mio avviso esattamente una deminutio per il tipo di destra di cui oggi l’Italia ha bisogno.

Il liberalismo non è solo l’ideologia liberale che dubita dello Stato e della politica in nome del mercato autoregolato (non solo un’utopia, ma storicamente una catastrofe), ma anche una certa prassi politica fondata sull’idea di rule of law che si colloca ancora oggi a destra e che merita di essere valorizzata in quanto tale. Il liberalismo di “Forza Italia” dal quale la destra della Meloni dovrebbe distinguersi è un liberalismo molto sui generis (del resto quando tutti sono liberali nessuno lo è più), uno tra i tanti, che spesso di liberale sembra avere poco, se non per quel sospetto dello Stato e per lo Stato (si ricordi il famoso “teatrino della politica” di Berlusconi, in fondo esso stesso una premessa della successiva, finta antipolitica di Grillo) che è proprio della cattiva ideologia liberale, dalla quale una destra politica nazionale deve saper distinguersi, così come dal conservatorismo.

Se, dunque, la destra politica dovrebbe non essere conservatrice se non nello stile dei suoi esponenti, essere sia pure in parte liberale riallacciandosi alla tradizione del miglior liberalismo italiano, dovrà almeno distinguersi dal populismo della Lega o di chiunque altro faccia pratica di ‘populismo’? Anche qui non credo che i suggerimenti di Galli della Loggia vadano nel senso giusto (ma la discussione è aperta). Se indubbiamente destra significa ritorno dello Stato, che cosa si deve intendere oggi per ‘Stato’? Discorso troppo complesso e scientificamente condizionato per essere affrontato qui; mi limito però a sottolineare il fatto che lo Stato, anche lo Stato che conosciamo in quanto apparato-macchina proprio della modernità, espressione massima dello jus publicum europaeum, ha senso sempre e solo in quanto istituto fornito sia di legalità (rule of law) sia di legittimità; ora questa legittimità è data non dai salotti di una certa ‘intellighentzia’ – che possono ‘legittimare’ solo nuovi e astratti diritti dell’uomo –, ma proprio e solo dal ‘popolo’. Contrapporre la destra che dovrebbe essere ‘moderna’ e ‘conservatrice’ al populismo significa dimenticare che la tradizione tipicamente italiana del Politico guarda al senso romano dell’autorità che qualifica legittimo lo Stato, tradizione che altro non era che il Senato e il Popolo di Roma. Una destra all’altezza del tempo storico presente ha l’obbligo di riprendere esattamente quel simbolo, che tiene insieme popolo ed autorità. Una destra ‘moderna’ (dove poi ci si dovrebbe domandare: perché moderna? di quale ‘modernità’?), o, meglio, politicamente attrezzata deve essere per il popolo e per l’autorità che lo difende e ne garantisce l’interesse. Se questo è populismo, la destra non può non essere – anche – populista. Tanto più, va detto, che il populismo è un generico atteggiamento, più che una ideologia, e certamente ha in sé la premessa e il fondamento legittimante di ogni azione politica, a patto, ovviamente, che non venga ridotto a, o confuso con, la demagogia (il M5s non è populista, per esempio, ma puramente demagogico).

 

IV– Del resto ‘Stato’ richiama necessariamente il popolo, altrimenti il concetto di Stato rischia di restare impigliato in quello di nazione, che è una categoria importante, ma storicamente determinata. Se si vuole mettere l’accento sulla Patria e sul patriottismo sarebbe anche importante sottolineare il fatto che ‘Patria’ è un concetto più concreto di ‘nazione’. Sarebbe del resto importante per una destra del XXI secolo riflettere sulle origini del concetto di nazione, che sono a ‘sinistra’, non a ‘destra’: la nazione è il fulcro dell’ideologia robespierrista: la nazione, la virtù, il terrore, in altri termini espressione – almeno inizialmente – di quell’astratto che caratterizza il Moderno e contro il quale il Politico dovrebbe agire in nome dei privilegi del concreto, sia questo l’individuo o la comunità.

Non è un caso che la sinistra, la sinistra dei diritti, dell’umanità, dello ‘Stato di diritto’ dei Trattati europei, della ‘democrazia’ al servizio della finanza, abbia dimenticato completamente il popolo (lo ricordate il ‘popolo lavoratore’ dei comizi comunisti?) a favore dei diritti degli immigrati, degli omosessuali e della competizione economica funzionale al mercato mondiale. Certo, come ‘nazione’ anche ‘popolo’ può essere un concetto astratto, ma se dico popolo italiano o spagnolo mi avvicino a qualcosa di più storicamente determinato, che non a caso suscita immagini rappresentative a volte di stereotipi, spesso di realtà esistenti. La destra deve essere dunque per lo Stato, per uno Stato politico che sia espressione del popolo e miri a tutelarne l’interesse. Bene, ma proprio qui si pone subito un altro problema: la forma di Stato di cui questa nuova destra dovrebbe farsi carico. ‘Stato’ è diventato infatti in sé un termine troppo generico e ambiguo nell’epoca globalista della presunta e decantata “morte dello Stato”, che in realtà è il trionfo delle astrazioni: il denaro, i diritti, il mercato.

L’attenzione al concreto implica necessariamente non solo lo sguardo critico ma attento verso l’alto, verso l’Europa, ma anche un’attenzione nuova alle autonomie territoriali, nella misura in cui siano premesse di una vera e funzionale responsabilizzazione delle periferie. Una destra politica è una destra federalista. Guai a immaginare lo Stato forte e autorevole come uno Stato centralizzato o centralista. Molti difetti dell’ordinamento italiano a partire dall’unità stanno tutti proprio nell’aver rifiutato il modello federale ed essersi appiattiti su un ‘piemontesismo’ burocratico, alle origini di tutti i mali italici. Federalismo non significa quello che è stato spacciato per tale dalla Lega di Bossi, rispetto alla quale andrebbe appunto rialzata, troppo rapidamente e malamente abbandonata dai suoi eredi, la bandiera del federalismo, che al contrario è unità (foedus, appunto) e non divisione, messa in comune delle energie diverse che tali devono essere considerate e conservate, come patrimonio tipico delle ‘nazioni’ stesse, da questo punto di vista intese come contenitori di differenze (chi sa la storia – che la destra deve difendere oggi più che ieri – non conosce solo i ‘tedeschi’, ma anche il prussiano e il bavarese, l’hannoveriano – dove si parla il tedesco più ‘puro’ – e il francone, non solo i francesi ma il normanno e il provenzale, non solo gli italiani ma il pugliese e il lombardo, il veneto e il siciliano). Nella sua replica Giorgia Meloni ha citato Roger Scruton a proposito del patriottismo, ma la Heimat, per usare il termine tedesco, che non è immediatamente il Vaterland, è sempre maledettamente concreta, si riferisce alla comunità direttamente e immediatamente conosciuta, vissuta e vivibile: si parte sempre dal piccolo, come insegna l’idea di sussidiarietà della dottrina sociale cattolica. Solo una forma federale dello Stato (una volta stabilito bene cosa deve intendersi per ‘federalismo’) può essere la base di una forte autorità centrale, rispettosa delle autonomie ma anche delle isonomie necessarie (ben al di là dei formalistici “livelli essenziali di prestazione” del Titolo V della nostra costituzione). Può trattarsi di presidenzialismo, di cancellierato, di premierato, ma ciò che deve caratterizzare la destra è sempre il concreto, il determinato, il ‘confinabile’ entro uno sguardo in grado di dominare l’orizzonte, non di perdersi romanticamente al di là della linea.

 

V– La grande contrapposizione polemica del Politico nel XXI secolo resta quella classica della modernità: la contrapposizione tra chi è per l’essere e chi è per il dover (essere), chi è per il governo politico del presente e chi è per l’organizzazione utopica del futuro. Questa contrapposizione è secondo me assai più essenziale di ogni altra: chi (anche quando pensa di essere di sinistra) guarda umilmente e rispettosamente alla cose che sono e che sono state è di destra, o come altrimenti si voglia chiamare questo ‘luogo’, e il suo atteggiamento è effettivamente ‘conservatore’ perché non vuole buttar giù le statue di Colombo, di Robert E. Lee e di Churchill o finanche di Dante, ma vuole conoscere e capire la storia e il proprio passato.

Tanto più questo è vero oggi, in un’epoca di capitalismo finanziario assoluto. Quando si parla di ‘globalizzazione’ è un errore pensare solo alla Cina e ai fenomeni di immigrazione selvaggia, perché questi sono un epifenomeno rispetto al dato fondamentale rappresentato dalla totale ‘virtualizzazione’ del mondo e dei rapporti umani, che sarà accentuato nei prossimi anni a causa della pandemia (lasciate stare i discorsi lacrimosi che prevedono per tutti noi una universale e reciproca bontà, il punto è la marcata e disperante separatezza sociale e la crescente pauperizzazione generalizzata). L’Ottocento fu l’epoca dell’utopia malsana del mercato autoregolato, che subito dopo la grande guerra produsse le necessarie reazioni ‘sostanzialistiche’ all’idea di un mondo puramente ‘funzionalistico’: il comunismo sovietico, il fascismo italiano, il nazismo tedesco, ma anche – cosa che molti dimenticano – il New Deal americano di Roosevelt. La seconda metà del Novecento ha gradualmente prodotto, anche in virtù della rivoluzione informatica, una ulteriore ‘virtualizzazione’ del modo di produzione e una liquefazione dei rapporti sociali, che sta lasciando fuori dal mercato del lavoro nuove fasce della popolazione. Il rischio è che la fase puramente finanziaria del modo di produzione capitalistico produca alla fine una nuova forma di reazione, di cui oggi è difficile cogliere i confini e la natura, ma che potrebbe essere violenta e tirannica.

Nell’epoca del capitalismo finanziario (in verità ne aveva parlato già Hilferding a inizio Novecento), o forse della finanza capitalistica globalizzata, lontana mille miglia dalla base aurea che ancora nell’Ottocento mitigava le pretese del monetarismo, si tratta preliminarmente di capire dove materialmente si sono collocate e perché le forze politiche o presunte tali. Un indizio significativo è il rapporto con l’Unione europea. Perché la ‘sinistra’ è così cocciutamente europeista? In altri termini, più concreti: chi sono i padroni del mondo e chi sono i loro servitori? Quali sono le politiche funzionali agli interessi dei padroni del mondo, almeno del mondo occidentale? Non vi è dubbio che il liberalismo del laissez-faire, o meglio il liberalismo del “mercato libero e non falsato” (citazione dal fallito Trattato per una costituzione europea) è l’ideologia funzionale ai padroni attuali. Ma questa politica non è solo né tanto il liberalismo di destra cui accenna Galli della Loggia, quanto il liberalismo della sinistra, che è diventata il luogo eletto degli interessi padronali, come si sarebbe detto un tempo, ovvero della finanza globale. Non è certo un caso che molti capitalisti prosperino nel cosiddetto Partito democratico o che certi ex-comunisti pratichino il profitto sulla via della seta divertendosi a fare gli ‘industriali’.

La verità è che le vecchie opposizioni non reggono più: la difesa del libero mercato era una volta di destra, oggi è appannaggio della sinistra in nome dell’umanitarismo mondialista. Certo, il libero mercato, se regolato, resta una pratica della “destra”, ma anche di una certa sinistra che oggi appare utopista, sicché non è facile, partendo dalla ‘struttura’, avere una ‘sovrastruttura’ omogenea ai fondamenti materiali. Il mondo si è girato e occorre prenderne atto, pur considerando prioritariamente che restano comunque in piedi alcune dimensioni ontiche dell’esistere, a partire dalla dimensione conflittuale del criterio del Politico.

La mia difesa dello Stato si è sempre accompagnata con la consapevolezza che se la morte dello Stato era una ipocrita scusa per fare gli interessi della finanza mondiale, al tempo stesso va detto che lo Stato-nazione dell’Ottocento e della prima metà del Novecento è oggettivamente in crisi, da intendere però più nel senso di una trasformazione che di una dissoluzione. Da questo punto di vista non ho mai accolto la previsione di Carl Schmitt sulla fine dello Stato quale espressione storicamente determinata del Politico. Sarebbe tuttavia dimostrazione di miopia non cogliere il dato oggettivo della crescente dipendenza degli Stati da una contingenza mondiale che determina una riduzione degli spazi di autonomia dei singoli Stati-nazione. È un errore assolutizzare una fase storica determinata e non cogliere l’elemento ultra-nazionale che ha caratterizzato gli Stati in passato e caratterizza oggi gli Stati più rilevanti dal punto di vista geopolitico: non è un semplice Stato-nazione la Russia, né lo sono gli Stati Uniti d’America o la Cina. La stessa Turchia, con la quale fino a non molto tempo fa noi europei avevamo rapporti oscillanti tra guerra e pace, in fondo è una potenza del genere. Voglio dire che un partito di destra che pratichi l’interesse nazionale come sostanza del Politico deve guardare sì allo Stato, ma al tempo stesso al grande spazio (Großraum) che consente una effettiva vitalità sovrana o sovranità vitale a livello mondiale, sia economico sia politico. Un certo scetticismo e relativismo è a mio avviso un modo intelligente di fare politica in questi tempi schiodati, come direbbe Shakespeare, oggi che lo stesso clivage destra/sinistra si è per l’appunto relativizzato (ma lo era già per esempio nella Germania di Weimar) e che paesi deboli come l’Italia si trovano sempre più preda degli interessi altrui[6].

Anche per questo è centrale il rapporto con il progetto di ‘integrazione’ europeo. Contro l’europeismo astratto la destra politica è fautrice di un europeismo concreto, che saldi i legami vitali tra i popoli europei (non esiste un popolo europeo, né al momento una ‘nazione europea’) entro una forte struttura confederale, che salvaguardi un interesse comune e non consideri, come invece fa l’Unione europea, il proprio ordinamento al servizio della pace universale e dei diritti dell’uomo. Una destra all’altezza del nostro tempo storico deve avere l’ardire di contrastare, con piena consapevolezza culturale, l’ideologismo dei diritti dell’uomo le cui carte sono state poste alla base del processo di integrazione, una retorica di stampo teologico che serve solo a nascondere interessi ben più concreti. Non a caso la sinistra più accorta – penso ad un vecchio intellettuale ex-comunista-‘gentiliano’ come Biagio de Giovanni – si rende conto del pericolo di abbandonare il concreto – i ceti medi e più poveri, il lavoro manuale e intellettuale – al dominio dell’astratto: i diritti, l’umanità (“chi dice umanità vuole ingannare”: Proudhon), la pace universale. Così Massimo Cacciari, nel suo recente libro su Weber[7], sottolinea l’esigenza del lavoro intellettuale come premessa per la ricostituzione del Politico nell’epoca dell’impero del capitalismo finanziario: una sorta di nuovo ‘cervello sociale’ alternativo.

Non che i diritti dei singoli non debbano essere difesi, ma nella misura in cui essi, tutelati da uno Stato autorevole e forte, siano il corrispettivo di obblighi. Ecco un altro lemma fondamentale per un partito di destra politicamente responsabile: il dovere, l’obbligo, come fondamento dei diritti, donde il primato del sociale rispetto all’atomismo individualistico. Da questo punto di vista la destra politica di oggi è ancora la migliore ‘destra’ quale già fu in passato, la destra che nel ‘liberalismo’ (quello nato a sinistra, non quello di Minghetti) vedeva la frantumazione dell’organico, ma anche dello stesso individuo, come appare con evidenza nel ribollente laboratorio della modernità rappresentato dalla cultura viennese tra Otto e Novecento. Ovviamente non si tratta di trovare la verità in questo o quel filosofo e tanto meno in qualche cosiddetto ‘scienziato della politica’. La verità sta nell’occasione, nel saper afferrare la domanda che il tempo storico pone al politico. Il Politico sta prima, assai prima, del clivage destra/sinistra, “conservatore”/“progressista”.

[1] Cfr. A. Carrino, Michael Oakeshott filosofo dello scetticismo: liberale o conservatore?, in corso di stampa in Nuova storia contemporanea, 2021.

[2] M. Oakeshott, Sull’essere conservatori, (1956), in Id., Razionalismo in politica e altri saggi, trad. it. a cura di G. Giorgini, Milano, IBLLibri, 2021.

[3] Cfr. M. Oakeshott, La politica moderna tra scetticismo e fede, trad. it. a cura di A. Carrino, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2013.

[4] È quanto ho scritto anche nel Rapporto sull’interesse nazionale della Fondazione Farefuturo.

[5] Cfr. A. Carrino, Il problema della sovranità nell’età della globalizzazione. Da Kelsen allo Stato-mercato, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2012.

[6] Cfr. gli articoli in Limes 2/2021: L’Italia di fronte al caos.

[7] M. Cacciari, Il lavoro dello spirito, Milano, Adelphi, 2020, su cui cfr. A. Carrino, L’altro impero. Max Weber e il lavoro intellettuale come professione, in Lo Stato, 15/2020, pp. 479-492.