Esteri

Russia-Ucraina la “lezione” di questa guerra

A poco più di due anni dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin abbiamo (o dovremmo avere) appreso alcune significative lezioni. E utilizzando la prima persona plurale mi riferisco a tutti noi come cittadini, alla classe politica italiana, all’Unione europea nel suo complesso.

 

 

  1. La prima lezione è che la pace è fragile e non possiamo darla per scontata né acquisita a tempo indeterminato. La pace di cui abbiamo goduto per tanti anni su larga parte del nostro continente (con limitate seppur gravi eccezioni nello spazio ex-jugoslavo, al confine tra Ucraina e Russia e nel Caucaso) è andata drammaticamente in pezzi il 24 febbraio del 2022.

 

In altri termini, a partire da quel giorno, il mondo è cambiato repentinamente facendoci destare (questo vale per molti di noi, anche se in Italia e non solo c’è chi continua a non voler vedere e coltiva un “pacifismo” che sa molto di resa…) dall’illusione diffusa in larga parte della “vecchia Europa” – con la sola notevole eccezione della Francia – che l’investimento in Difesa non fosse più necessario. Che ad esso avrebbero comunque pensato gli Stati Uniti (“tanto c’è l’America…”) e che le forze armate dovessero servire ormai quasi solo per missioni di salvataggio e protezione civile.

 

Quanto sta avvenendo da più di due anni alla frontiera orientale del nostro continente ci fa invece comprendere che il tema della sicurezza – e quello correlato della pace in Europa da assicurare appunto, attraverso una credibile capacità di deterrenza – deve invece tornare al centro dell’agenda politica come la presidente Meloni non si stanca di ricordare e sottolineare, al pari della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

 

Tornare al centro dunque del discorso politico, accanto e non dopo altri temi che lo hanno in tutti questi anni dominato: come, ad esempio, la transizione ecologica, le migrazioni, l’aggiornamento dello Stato sociale.

 

L’ esigenza in parola è naturalmente accentuata dal fatto che, come nota Angelo Panebianco sul Corriere della Sera nel suo editoriale dello scorso 4 marzo, “c’è un’America che, Trump o non Trump, non ha più la voglia che aveva un tempo, di tenere in piedi una per lei sempre più costosa egemonia internazionale “. E, aggiungo, un America confrontata a quella che negli USA in maniera sostanzialmente “bipartisan” è ormai avvertita come la sfida principale: vale a dire quella cinese.

 

La domanda cui in via prioritaria si deve a questo punto cercare di fornire risposta è in sostanza, a mio avviso,  la seguente: come costruire in tempi rapidi (e non vanno sottovalutati al riguardo i recenti  inquietanti segnali di mire russe nei confronti di altri Paesi europei, specie ove il Cremlino finisca prima o poi col raggiungere i propri obiettivi in Ucraina….) un sistema di difesa europeo  che – se la NATO dovesse per qualsiasi motivo finire col perdere smalto e rilievo –  funzioni   appunto da  deterrente e ci protegga dal risorgente imperialismo russo.

 

Va detto, ed è segnale senza dubbio incoraggiante, che serie riflessioni al riguardo sono già in atto tanto a Bruxelles (in primis a livello Commissione) quanto nelle principali capitali europee tra cui la nostra.

 

Rivelatrice al riguardo è l’intenzione  di lavorare per un allargamento della base industriale europea nel settore della difesa, così come  per l’acquisto congiunto di equipaggiamenti militari  esplicitata nelle scorse settimane dalla presidente Von der Leyen e dal Commissario all’Industria, il francese Breton; dall’altro, le parole pronunziate lo scorso lo scorso 10 gennaio nell’aula di Montecitorio, durante il question time, dal vice-Presidente e Ministro degli esteri Tajani ( anche se, nel caso di specie, in relazione alla minaccia fatta gravare dagli Houthi sulla libertà di navigazione nel Mar Rosso): “Questa ennesima minaccia alle porte di casa ci ricorda che per giocare un ruolo più decisivo dobbiamo dotarci in prospettiva di un’autentica difesa europea” .

 

Tutti obiettivi il cui perseguimento potrebbe essere finanziato – e per questo ritengo dovrebbe continuare a battersi il nostro governo – se del caso. attraverso il ricorso a debito comune (non diversamente da quanto già fatto dall’UE per l’acquisto dei vaccini in occasione dell’emergenza Covid).

Per chiudere sull’argomento, una conferma della determinazione dell’Esecutivo comunitario nel perseguire il citato obiettivo è stata offerta dalla prima strategia per l’industria della difesa (europea) che l’alto Rappresentante per la Politica Estera Josep Borrell, il vice-Presidente della Commissione Margrethe Vestager e il commissario UE all’Industria  Thierry Breton hanno presentato lo scorso 5 marzo insieme al piano di investimenti da 1,5  miliardi presi dal bilancio UE ( forse pochi rispetto alle necessità ma è pur sempre un inizio) che ha la finalità di incentivare gli acquisti comuni e dunque la capacità di produzione .

 

Aggiungo che quella cui si sta lavorando a Bruxelles e in talune capitali UE è una difesa europea che nell’ottica italiana e non solo – come più riprese sottolineato dalla stessa Giorgia Meloni oltre che dai Ministri Tajani e Crosetto – dovrà naturalmente operare in spirito di complementarietà e non certo di alternativa alla NATO.

 

Osserva infatti giustamente il nostro titolare della Difesa   in una recente intervista – con riferimento alle spese che andranno iscritte a bilancio per rendere le nostre Forze Armate in grado di coordinarsi al meglio con quelle dei nostri alleati atlantici ed europei – che, per pervenire all’autentica difesa europea da noi auspicata, sarà necessario “organizzare forze comuni, addestramento comune, far dialogare sistemi di difesa diversi per integrarli”.

 

È infatti, prosegue il Ministro, “nei periodi di pace che si deve lavorare per una difesa solida e che un esercito va rafforzato, anche con l’inserimento di nuove professionalità e nuove tecnologie: da quelle cyber a quelle legate all’Intelligenza Artificiale “.

 

E’, in conclusione, dato positivo e decisamente apprezzabile che all’interno del nostro esecutivo si stia dedicando al tema in esame un’attenzione all’altezza dell’entità della posta in gioco e all’urgenza della questione. Attenzione e riflessioni che, mi preme ribadire, andranno portate avanti anche attraverso una costante e, se del caso, schietta interlocuzione con il nostro principale alleato.

 

Confortante sotto tale profilo è pertanto il buon esito della seconda visita a Washington in un ristretto arco di tempo effettuata lo scorso primo marzo di Giorgia Meloni così come del suo lungo colloquio alla Casa Bianca anche in tale occasione con il Presidente Biden, tanto a titolo bilaterale quanto in qualità di presidenza in esercizio del G7. Presidenza italiana che il nostro Presidente del consiglio sta giustamente cercando di valorizzare in ogni occasione, in uno spirito di sincero e mirato dialogo con tutti i nostri partner in seno al G7 e non solo, dunque, con gli Stati Uniti.

 

Ue e Nato, meriti e carenze

 

  1. Per tornare alle lezioni apprese, la seconda lezione riguarda il ruolo dell’Unione Europea.

L’Unione Europea, quale l’abbiamo conosciuta sinora, ha certo svolto un ruolo importante nel “curare la pace” in una parte significativa del nostro continente. Ma, come osserva il Professor Cotta dell’Università di Siena in una sua recente riflessione sulla materia, “la sua configurazione e le sue capacità di azione si sono rivelate chiaramente insufficienti rispetto alle sfide alla pax europea” insorte nell’ultimo decennio e in quell’area più ampia e difficile che congiunge la parte occidentale e orientale del nostro continente”.

Grazie alle sue innovative istituzioni l’Unione europea ha certamente mostrato una apprezzabile capacità di contribuire all’avvio a soluzione / contenimento di conflitti alle sue frontiere (basti pensare al suo importante contributo nel decollo del dialogo, che resta molto difficile, tra la dirigenza serba e quella kossovara) e alla promozione cooperazione tra un numero crescente di Paesi all’interno dei propri confini.

Tuttavia, nota sempre il Professor Cotta, senza nulla togliere ai meriti di questi successi, dobbiamo sempre ricordare che questo è potuto avvenire solo all’interno di un contesto più ampio “nel quale le esigenze fondamentali della nostra sicurezza sono state garantite dal ruolo degli Stati Uniti e della NATO”.

L’incorporazione nel sistema dell’Unione europea, dopo il crollo dell’URSS, di ben nove paesi dell’area post-sovietica (Bulgaria, Estonia , Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Ungheria) e a oggi di due dell’area post- jugoslava (Croazia e Slovenia), pur con le note difficoltà che ne sono derivate sul terreno della rapidità dei processi decisionali interni alla UE, ha indubbiamente contribuito alla stabilizzazione di una vasta porzione della nostra Europa  contenendone i potenziali conflitti.

 

Anche in questo caso è giusto però ricordare che le serie preoccupazioni di sicurezza di tutti questi paesi sono state prese in carico più dalla NATO che dall’Unione europea.

 

La concentrazione dell’Unione europea sulla dimensione economico- monetaria, e progressivamente anche sulle dimensioni delle garanzie sociali e dello “stato di diritto”, ha lasciato largamente scoperto il campo cruciale della politica estera e di sicurezza.

 

Aree di attività della UE le cui politicamente rilevanti potenzialità, come chi scrive ha avuto modo di osservare in precedenti contributi a “Charta Minuta”, sono fortemente condizionate anche dalla perdurante vigenza della regola dell’unanimità per l’adozione di qualsivoglia decisione in materia. Regola il cui superamento, nonostante gli sforzi posti in atto in atto da talune capitali come Roma, l’Aja e Parigi – continua a scontrarsi con le resistenze di un certo numero di Stati membri di più recente adesione di area est-europea.

 

Le aree grigie ai confini orientali

 

  1. La terza lezione è che nel nostro continente le aree grigie – non inserite cioè chiaramente in un quadro di integrazione e sicurezza- scaturite dal collasso dei due sistemi politici comunisti (Unione sovietica e Jugoslavia) si sono rivelate in molti di casi focolai di tensione e poi di aperto conflitto.

Questo vale per i paesi del Caucaso, per l’Ucraina e per i Balcani centrali.

 

Queste aree di incertezza avrebbero avuto bisogno, notano vari analisti, di   lungimiranti accordi internazionali e di solide istituzioni (in molti casi, vedasi il caso della Bosnia-Erzegovina, a oggi carenti o assenti) in grado di gestirne per quanto possibile le tensioni interne e proteggerli da interventi bellici dall’esterno.

 

Questo non è purtroppo avvenuto per una pluralità di ragioni che non possono essere approfondite in questa sede. Tale dato di cose ha comportato prezzi molto alti soprattutto per le popolazioni direttamente interessate ma anche il quadro europeo nel suo complesso ne è stato per certi versi condizionato.

 

Rimettere insieme i pezzi richiede e continuerà a richiedere, ma credo ne valga la pena, sforzi diplomatici e finanziari elevati.

 

L’inquietante fattore Putin

 

  1. La quarta e ultima lezione risiede nella mancata o tardiva comprensione da parte della maggioranza della classe politica culturale europea dell’emergere nell’entità statuale più cospicua sopravvissuta al collasso dell’Unione sovietica, cioè la Russia di Putin, di una stretta associazione tra autoritarismo interno e pulsioni espansionistiche.

 

Ciò ha fatto sì che l’aggressione all’Ucraina avviata da Putin il 24 febbraio dello scorso anno abbia trovato largamente impreparati i centri decisionali europei nonostante i segnali di allarme ripetutamente pervenuti da Washington.

 

Per altro verso, la legittimazione a livello popolare del disegno autoritario di Putin (invano contrastato da figure dal coraggio e dignità ammirevoli come quella dello scomparso Navalny e di altri intellettuali/resistenti  che vogliono continuare a credere e sperare… in una Russia diversa ) è venuta appoggiandosi in questi anni in maniera sempre più evidente su un nazionalismo accoppiato a un aggressivo revanscismo da grande potenza: binomio davvero  inquietante per la sicurezza e la pace in Europa che sarà però con ogni probabilità uno dei fattori alla base della prevedibile riconferma di Putin alle imminenti elezioni presidenziali in Russia .

 

L’Ucraina ha patito per ora le conseguenze più gravi del disegno autoritario/revanscista del Cremlino. Bene ha fatto dunque la Presidente Meloni a guidare nei giorni scorsi proprio da Kiev – in video-conferenza e con un vibrante omaggio al coraggio del popolo ucraino e ai valori “europei” che l’Ucraina aggredita oggi incarna – la prima riunione al più alto livello del G7 sotto presidenza italiana.

Ciò detto, finché il disegno di Putin non fallirà (ciò che, a oggi, non sembra purtroppo alle porte) parlare ed eventualmente negoziare con Mosca deve richiedere una chiara comprensione del perverso disegno del Cremlino.

Se queste sono le lezioni di questi due anni la classe politica dell’Europa occidentale dovrebbe studiarle con serietà (cosa che, come sopra accennato, sta su taluni versanti già avvenendo) per poter gestire al meglio il contesto attuale e costruire negoziati di pace non illusori e non alle spalle di Ucraina impegnata in una eroica guerra di resistenza all’aggressore russo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore

  • Gabriele Checchia

    È Presidente del Comitato Strategico del Comitato Atlantico Italiano e Direttore per le relazioni Internazionali della Fondazione Farefuturo. Già Ambasciatore italiano n Libano, presso la Nato e presso l’OCSE/ESA/AIE a Parigi.

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È Presidente del Comitato Strategico del Comitato Atlantico Italiano e Direttore per le relazioni Internazionali della Fondazione Farefuturo. Già Ambasciatore italiano n Libano, presso la Nato e presso l’OCSE/ESA/AIE a Parigi.

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