Geopolitica, Governo, Istituzioni

G7, L’IMPRONTA ITALIANA

In un contesto geopolitico regionale sul quale gravano nubi pesanti, il 2024 si è tuttavia aperto per il nostro Paese in maniera promettente.
E’ un avvio che lascia ben sperare per quello che potremo conseguire, su una pluralità di versanti, anche come presidenza in esercizio di un G7 che sempre più sta acquisendo un ruolo di “cabina di regia “ del mondo.

Si tratta di un risultato importante e non scontato – sul quale vi è da augurarsi possano essere costruiti ulteriori successi – riconducibile soprattutto a due fattori: da un lato, il credito maturato in quest’anno e poco più dal nostro governo presso le principali capitali europee ed alleate; dall’altro, la credibilità personale che il nostro Presidente del Consiglio, che ha saputo conquistarsi e consolidare presso i suoi principali interlocutori europei e “atlantici” oltre che presso i vertici delle Istituzioni comunitarie.
Valgano, a conferma di questo, tre sviluppi registratisi in un ristretto arco di tempo: vale a dire a partire dalla fine del mese appena conclusosi .

  1. La conferenza Italia-Africa

Il primo è rappresentato dal successo di immagine e di sostanza della Conferenza Italia-Africa tenutasi presso il Senato della Repubblica lo scorso 28 e 29 gennaio.
Un evento che, per numero e qualità delle presenze nonché per il rilievo dei temi trattati nelle diverse sessioni (istruzione e formazione; salute; agricoltura; acqua ed energia: in quest’ultimo caso nel giusto convincimento del nostro governo “che l’Italia abbia tutte le carte in regola per diventare l’hub naturale di approvvigionamento energetico per l’intera Europa”) fa del nostro Paese un attore ormai imprescindibile nell’interazione tra l’Occidente e il Sud globale, a cominciare appunto dall’Africa.

Interazione più che mai necessaria in una fase in cui, com’è noto, l’interconnessione tra i diversi “dossier” non consente soluzioni a problemi globali (siano essi ambientali, economici o geo-politici) che non tengano nel debito conto le esigenze di un continente, come quello africano, che detiene il 30% delle risorse minerarie del mondo, il 60% delle terre coltivabili e il 60% della popolazione di età inferiore ai 25 anni.

Non a caso il Presidente Meloni ha tenuto a evidenziare, nel suo intervento di apertura, come la conferenza abbia rappresentato il primo appuntamento internazionale ospitato dall’Italia quale  Presidente del G; e come ciò sia non sia casuale bensì il frutto di una precisa scelta di politica estera “volta a riservare all’Africa un posto d’onore nell’agenda della sua Presidenza del Gruppo dei Sette”.
Il tutto, ha proseguito ( ed è aspetto di fondo che merita di essere sottolineato) con l’obiettivo di scrivere una pagina nuova nella storia delle relazioni tra l’Italia ( e l’Europa ) e l’Africa.
Quella, ha precisato, di ”una cooperazione da pari a pari, lontana da qualsiasi tentazione predatoria, ma anche da quell’impostazione “caritatevole “ nel nostro approccio con l’Africa che mal si concilia con le sue straordinarie potenzialità di sviluppo”.

Aggiungo che il vertice ha anche fornito al nostro Presidente del Consiglio (che si è espressa in sintonia con il messaggio veicolato ai partecipanti la sera prima dal Presidente Mattarella ) di fornire elementi di dettaglio in merito ad alcuni dei progetti intorno ai quali si articolerà il Piano Mattei.
Si tratta di un piano dotato di cospicue risorse finanziarie, nei 5 prioritari settori di intervento che ho sopra evidenziato, funzionali anche a contrastare il drammatico fenomeno dell’ emigrazione illegale e della tratta di esseri umani.

È dunque un’Italia determinata a porsi davvero come quel “ponte per l’Africa per crescere insieme“, che ha dato il titolo alla Conferenza.
In uno spirito di apertura e sincera condivisione con i nostri partner della “sponda sud” ben sintetizzato nelle parole conclusive della nostra premier: “l’Africa che noi vediamo è soprattutto un continente che può e deve stupire, ma che ha bisogno di essere messo alla prova e di competere ad armi pari nel contesto globale;

  1. L’Ucraina e il superamento del veto ungherese

Il secondo sviluppo che conferma la centralità acquisita in Europa dal nostro Paese risiede nel ruolo cruciale svolto da Giorgia Meloni, in occasione del più recente Consiglio europeo per giungere al superamento del veto ungherese allo sblocco del pacchetto di aiuti europei da 50miliardi di euro a beneficio dell’Ucraina aggredita.
Si è trattato, certo, di risultato ottenuto grazie anche a una stretta concertazione del Presidente Meloni con la von der Leyen, Scholz e Macron, nonché al ventilato ricorso da parte dell’UE al meccanismo di sospensione dalla vita comunitaria di uno Stato membro (nel caso di specie l’Ungheria) previsto, in casi precisi, dall’art.

7 paragrafo 2 del Trattato costitutivo dell’Unione con riferimento tra l’altro all’esercizio del diritto di voto.
Ma e’ indubbio – vanno in tale senso anche le valutazioni di qualificati commentatori e “thinktank” non riconducibili al centro-destra – che Orban non avrebbe con ogni probabilità rinunciato alle sue pretese (a quel che consta senza sostanziali contropartite, salvo forse quella -prospettata si dice all’interlocutore dal nostro Presidente del Consiglio – di un futuro ingresso di FIDESZ nel gruppo dei Conservatori e Riformisti/ECR al Parlamento europeo) in assenza dell’opera di “moral suasion” portata avanti con ammirevole determinazione da Giorgia Meloni.

La sua è stata un’azione di convincimento il cui buon esito è stato senza dubbio agevolato dal buon rapporto – basato sulla stima reciproca e su una convergenza su rilevanti temi identitari- che il nostro Presidente del Consiglio ha in questi anni tenuto a mantenere con il suo omologo magiaro.
E questo, nonostante le ripetute sollecitazioni a rompere quel legame, come le viene richiesto reiteratamente dalle famiglie politiche europee più critiche nei confronti delle componenti “sovraniste” come quella di cui Orban e il suo partito sono espressione.

Un atteggiamento coraggioso e coerente, quello di Giorgia Meloni, che ha ora portato i suoi frutti nel superiore interesse dell’Unione Europea e del sostegno alla causa ucraina, in un momento per giunta di particolare delicatezza, nel quale Kiev stenta purtroppo da qualche tempo a ottenere risultati tangibili nella sua coraggiosa resistenza all’aggressione putiniana.
In un recente lucido editoriale sul “Corriere della Sera” Federico Fubini ha ben sintetizzato le lezioni di ordine più generale che si possono trarre dall’accaduto.
La prima è che gli Stati dell’Unione europea non di prima fascia – come appunto l’Ungheria – non possono resistere a oltranza alla massa critica di Germania, Francia e Italia e di tutti gli altri insieme.
La seconda e forse ancora più importante lezione, ha scritto Fubini,  “è che per i principali leader europei – Ursula von der Leyen, Olaf Scholz, Emmanuel Macron e Giorgia Meloni – la sopravvivenza di un’Ucraina indipendente è ormai una questione esistenziale“.

Meglio di una parte dei rispettivi elettorati, i quattro politici più in vista del Continente, ha aggiunto l’editorialista “hanno compreso che una vittoria di Vladimir Putin metterebbe in dubbio il futuro stesso dell’Unione europea”.
In sostanza – ed è difficile non convenire – una “sconfitta dell’Ucraina diverrebbe ancora più devastante per le democrazie europee perché il Cremlino avrebbe così dimostrato che può prevalere contro oltre 230 miliardi di euro di aiuti finanziari e militari già forniti a Kiev dai suoi alleati”.

Di qui,  la valenza (ben più ampia del riassorbimento delle rimostranze del leader di un Paese riottoso) che riveste, da un lato , il venir meno del veto di Budapest al pacchetto di aiuti; dall’altro, il ruolo centrale svolto a tal fine dal nostro Presidente del Consiglio in raccordo con la Commissione Europea e i Capi di Stato e/o di governo di Francia e Germania.
Un’Italia dunque non solo credibile e apprezzata in ambito NATO – nonché attenta a salvaguardare un rapporto privilegiato con Washington chiunque sieda alla Casa Bianca – ma anche entrata ormai a far parte a pieno titolo della ristretta “cabina di regia” di un’Unione europea sempre più chiamata a far fronte a sfide globali.

È un‘Europa che, c’è da augurarsi, riesca quanto prima a dotarsi anche di un ”esercito comune“ e di quel Commissario Ue per la Difesa auspicato nella lettera comune indirizzata nei giorni scorsi ai cittadini europei da Tajani e Weber, figure di vertice del PPE, sulla scia dell’invasione russa dell’Ucraina e delle inquietanti ulteriori mire europee di Vladimir Putin, della guerra di Gaza e degli attacchi alle navi mercantili nel Mar Rosso a opera degli Houthi con la regia iraniana.

  1. La scommessa vinta in Albania

Il terzo sviluppo che il governo Meloni può portare a credito in questo inizio del 2024 è di diversa natura ma non per questo meno importante, toccando un aspetto cruciale come quello della gestione e controllo dei flussi migratori.
Davvero “tout se tient ” direbbero i nostri cugini d’oltralpe.

Si tratta della recente pronuncia con la quale la Corte Costituzionale albanese ha convalidato l’Accordo con l’Italia per la costruzione di due centri di accoglienza/rimpatrio nel Paese balcanico.
Per la massima magistratura del vicino Paese l’intesa Meloni- Rama dello scorso 6 novembre “non lede infatti l’integrità territoriale dell’Albania“.
E’ quanto si legge nel comunicato stampa dell’organo albanese che ha così rigettato le istanze di 30 deputati dell’opposizione e di varie ONG, che avevano richiesto e ottenuto la sospensione del processo di ratifica del protocollo che dovrà ora passare ( ma non si prevedono sorprese) al vaglio dei due Parlamenti.

La ricerca da parte di Giorgia Meloni di una risposta al problema dell’immigrazione illegale che veda il coinvolgimento dei nostri partner di area balcanica e nord-africana (vedasi il caso del noto accordo con la Tunisia ) fa cosi registrare un ulteriore passo avanti.
Passo avanti che vi è da sperare possa poco a poco portare a quell’ approccio globale al problema per il quale il nostro Presidente del Consiglio si sta adoperando sin dall’inizio del suo mandato in stretto raccordo, per quanto possibile, con le istanze comunitarie a cominciare dalla Commissione europea a guida von der Leyen.
E la sintonia, consolidatasi in queste ultime settimane, tra quest’ultima e Giorgia Meloni costituisce un altro dei tratti politicamente qualificanti dell’attuale momento politico a livello europeo, con verosimili ricadute sulle scelte non facili (per una pluralità di motivi) cui il nostro governo si troverà confrontato allorché si tratterà di rinnovare i vertici della stessa Commissione dopo le elezioni europee del prossimo giugno.

  1. C’è anche il Mar Rosso

A conferma del positivo momento che sta vivendo la nostra politica estera e della credibilità del nostro governo e Paese sulla scena internazionale vi è poi uno sviluppo più recente.

Mi riferisco al fatto che l’Unione Europea ha deciso di affidare proprio all’Italia il comando tattico, cioè la guida sul campo con un nostro Ammiraglio, della missione aeronavale nel Mar Rosso (che prenderà il via il 19 febbraio) per vigilare sul traffico marittimo messo in pericolo dagli attacchi missilistici con droni da parte degli Houthi .
Eravamo in lizza per la guida di “Aspides” con la Francia e la Grecia .
Alla fine l’abbiamo spuntata noi.

“Si tratta di un ulteriore riconoscimento – ha commentato il Ministro Crosetto – dell’impegno del governo e della Difesa e della competenza e professionalità della nostra Marina Militare “.
Alla scelta in parola non è poi estraneo, come ha opportunamente ricordato il vice-Presidente e Ministro Tajani, il fatto che il lancio della missione sia soprattutto il frutto di “un’iniziativa politica del nostro Paese che ha portato con sé Francia e Germania“.

La missione a guida italiana ( con proprie distinte regole di ingaggio, di natura squisitamente difensiva) affiancherà quella a guida anglo-americana “Prosperity Guardian” che da settimane si scontra con gli Houthi anche colpendo le loro basi in territorio yemenita.

Siamo dunque in presenza, è lecito dire, di una politica estera del nostro esecutivo articolata su vari e interconnessi versanti, innovativa nella scelta delle soluzioni ai problemi che di volta in voltasi pongono e sorretta da una apprezzabile visione d’insieme (quella che la stessa Giorgia Meloni ha più volte esplicitato anche in Aula) che ha fortemente contribuito, in questi mesi, a fare del nostro governo e della nostra Nazione un interlocutore ascoltato e credibile su entrambi i lati dell’Atlantico.
È una visione d’insieme che dovrebbe ora trovare nella nostra Presidenza del G7 un’ulteriore preziosa d’opportunità di esprimersi al meglio, al servizio dei valori dei quali l’Italia e l’Occidente tutto sono espressione.

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È Presidente del Comitato Strategico del Comitato Atlantico Italiano e Direttore per le relazioni Internazionali della Fondazione Farefuturo. Già Ambasciatore italiano n Libano, presso la Nato e presso l’OCSE/ESA/AIE a Parigi.

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