Esteri

Tutti i guai di Joe Biden

Le primarie presidenziali repubblicane sono ai blocchi di partenza. E il futuro appare difficile da decifrare. Dal 15 gennaio, è in libreria “Joe Biden. Tutti i guai del Presidente”: volume edito da Ares e scritto dal giornalista della Verità, Stefano Graziosi. Lo abbiamo intervistato per cercare di capire lo stato di salute dell’attuale Casa Bianca e per tentare qualche previsione in vista delle elezioni statunitensi di novembre.

 

Charta Minuta: “Joe Biden. Tutti i guai del Presidente”: è questo il titolo del suo ultimo libro. A quali guai si riferisce?

 

Graziosi: Biden è un presidente fortemente impopolare. Anche la maggioranza del Partito democratico preferirebbe un candidato diverso per le prossime elezioni presidenziali. Gli elettori americani non sono soltanto preoccupati per l’età avanzata ma risultano anche insoddisfatti dalla gestione economica e migratoria dell’attuale Casa Bianca. Senza infine trascurare che la crisi di Gaza ha creato delle notevoli spaccature nella base del Partito democratico, la cui ala sinistra è storicamente su posizioni filo-palestinesi.

D: A che cosa è dovuta questa serie di difficoltà in cui versa il presidente americano?

R: Nel mio libro cerco di risalire alle cause strutturali di questa situazione. Innanzitutto Biden, durante la campagna elettorale del 2020, aveva la necessità di tenere compatto l’Asinello e di evitare defezioni alla sua sinistra. Un elemento che lo ha spinto ad alimentare speranze che ha poi puntualmente deluso una volta insediatosi alla Casa Bianca. Questo è vero soprattutto per quanto riguarda il dossier dell’immigrazione clandestina. Ma vale anche per l’ambientalismo e alcune questioni di politica economica. Il grande problema del presidente è sempre stato quello di dover gestire le varie correnti del Partito democratico. L’assenza di leadership e carisma certo non gli ha giovato.

D: Ma questi problemi non erano già in qualche modo prevedibili nel 2020?

R: Certo che sì. Il cuore della mia tesi è proprio questo. L’establishment dem, su input di Barack Obama, decise di puntare su Biden alle primarie del 2020 proprio in quanto si trattava di una figura debole e priva di carisma. Può apparire paradossale. Ma non è così. Il tema è che occorreva una figura che consentisse alle varie correnti dell’Asinello di “lottizzare” i posti chiave in una nuova eventuale amministrazione a guida dem. Se guardiamo con attenzione, scopriremo che i ruoli più importanti in quella attuale non sono stati affidati ad alleati politici di Biden ma ad alleati o di Obama o di Hillary Clinton.

D: E allora perché, secondo indiscrezioni circolate negli ultimi mesi, Obama si mostrerebbe adesso freddo nei confronti di Biden?

R: Perché ha capito che il gioco riuscito nel 2020 potrebbe non riuscire nel 2024. All’epoca, la strategia dei dem è stata quella di puntare sulla “Santa Alleanza” contro Trump: una linea che Biden ha di fatto recentemente rispolverato (basti pensare alle sue accuse di nazismo contro il predecessore). Il problema è che, stavolta, gli elettori dovranno giudicare Biden sulla base del suo operato alla Casa Bianca. E, come abbiamo visto, i sondaggi per lui appaiono particolarmente inclementi.

D: Dobbiamo quindi aspettarci un secondo mandato di Trump?

R: È troppo presto per dirlo. L’ex presidente è sicuramente il favorito alle attuali primarie repubblicane. Tuttavia su di lui aleggiano le incognite giudiziarie: dai processi ai ricorsi contro la sua candidabilità. Inoltre, se vuole veramente tornare alla Casa Bianca, Trump dovrebbe evitare anche alcuni errori politici commessi in passato, come quello di personalizzare eccessivamente la campagna elettorale, rendendola un referendum su sé stesso. Tuttavia, come sostengo anche nel libro, è fuori dubbio che, se un anno fa la sua leadership appariva appannata, oggi l’ex presidente è tornato pienamente in pista. E a rivitalizzarlo sono state soprattutto le quattro incriminazioni piovutegli addosso nel corso del 2023.

D: Per concludere, a novembre ci attende un nuovo duello tra Biden e Trump?

R: Forse. Ma non è detto. Sul futuro politico di entrambi aleggiano numerose incognite. E, per quanto paradossale possa sembrare, le loro candidature sono legate a doppio filo. L’uno ha in qualche modo bisogno dell’altro. Se uno dei due dovesse abbandonare la corsa per qualche ragione, non è escludibile un passo indietro anche dell’altro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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