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Perché l’Europa deve sanzionare Hamas (e l’Iran)

Sin dalle prima fasi dell’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre si sono susseguite informazioni contraddittorie sul reale contributo dell’Iran alle ostilità. Malgrado le agenzie di intelligence occidentali abbiano provato in più occasioni il supporto di Teheran, la pistola fumante in grado di concretizzare più di un semplice sospetto non si è palesata. Al contrario, la retorica degli Ayatollah e del loro proxy regionale Hezbollah ha segnato il passo davanti all’intensificarsi dei combattimenti e il rischio di un allargamento del conflitto su base regionale appare al momento scongiurato. Nondimeno risulta altrettanto chiaro che Hamas ha potuto contare nel corso degli anni di un supporto economico e militare di tutto rispetto da parte dell’“asse della resistenza”, che ha permesso il vero salto di qualità della leadership del gruppo nell’organizzare e attuare con successo il brutale attacco contro Israele.

La presenza di attori regionali consolidati come l’Iran nel contesto mediorientale impone un ripensamento delle iniziative di contrasto alternative all’opzione militare, tanto nei confronti di Teheran che di Hamas stesso. L’obiettivo principale rimarrebbe quello di evitare una “proxy war” in territorio israeliano, parallela al conflitto a Gaza, con l’acuirsi delle tensioni in Cisgiordania e un possibile nuovo scontro con Hezbollah in Libano. In uno scenario simile l’Unione Europea dovrebbe esplorare parallelamente agli Stati Uniti il ricorso ad una serie di misure sanzionatorie dirette da un lato a prevenire nuovi focolai di tensione regionali, permettendo dall’altro di degradare sensibilmente le capacità offensive di Hamas e delle organizzazioni terroristiche correlate, operanti nei territori palestinesi.

Attualmente i regimi di sanzioni in vigore si distinguono tra i tradizionali di tipo verticale, per la loro capacità di colpire uno Stato specifico e di tipo orizzontale, destinati ad operare contro una pluralità di individui ed entità indipendentemente dal territorio in cui si trovano. I regimi orizzontali sanzionano dunque i soggetti responsabili di attività, come la violazione dei diritti umani, che per il loro particolare disvalore e la natura trasversale sono oggetto di attenzione da parte di buona parte della comunità internazionale.

Sin dagli attentati di Al Qaeda alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania del 1998, le Nazioni Unite e gli USA hanno fatto ricorso a regimi orizzontali contro il terrorismo e la proliferazione di armi di distruzione di massa. Dopo l’11 settembre anche l’Unione Europea ha imposto restrizioni speculari contro Al Qaeda e i Talebani e nel corso degli anni si sono aggiunte misure contro le armi chimiche contro Russia e Siria. L’Iran è destinatario di sanzioni di tipo verticale connesse alla violazione dei diritti umani e agli obblighi di non proliferazione. A seguito del fallimento dell’accordo sul nucleare, gli Stati Uniti hanno ripristinato il duro regime di restrizioni precedentemente in vigore, che prevede il ricorso alle ben note sanzioni secondarie in virtù dell’extraterritorialità del diritto americano.

Dopo l’attacco del 7 ottobre è apparso evidente come Hamas sia stata erroneamente risparmiata dalle misure restrittive imposte le organizzazioni terroristiche. Le peculiarità dell’organizzazione, che opera in un territorio sottratto al controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese e in assenza di un riconoscimento da parte della comunità internazionale, hanno creato una zona grigia che potrebbe tuttavia sfuggire agli strumenti coercitivi tradizionali. Invero, Hamas non solo ha sfruttato al massimo il supporto di storici sponsor come il Qatar e l’Iran sul piano economico e militare, ma è riuscita ad impiegare a proprio vantaggio gli aiuti umanitari provenienti dall’Occidente e diretti al supporto della popolazione civile di Gaza. Questa attività di accaparramento è proseguita nel corso degli anni nonostante la presenza di agenzie delle Nazioni Unite operanti come gestori dei fondi nella striscia. È evidente che un tale scenario presuppone che Hamas si sia dotata di una struttura organizzativa che travalica i confini ambigui del terrorismo, con ramificazioni internazionali in grado di sostenere lo sforzo bellico contro Israele e come tale la espone agli effetti di potenziali misure restrittive.

Attualmente gli Stati Uniti tramite l’OFAC hanno inserito Hamas in tre programmi sanzionatori contro il terrorismo, che prevedono il ricorso alle tradizionali restrizioni soggettive come il congelamento dei beni e di tutti gli asset riconducibili soggetti alla giurisdizione americana. A seguito degli scontri con Fatah nel 2006-2007, che hanno portato al controllo della striscia di Gaza da parte di Hamas, gli USA hanno esteso all’Autorità Nazionale Palestinese un regime autorizzatorio per ogni transazione economica che coinvolge l’ANP effettuata da cittadini o entità statunitensi. Per quanto riguarda l’Unione Europea, Hamas è indicata come organizzazione terroristica da diversi anni, senza che questo abbia implicato l’adozione di misure restrittive ai danni dei vertici e delle società usate dal gruppo per dirottare fondi nella striscia di Gaza. L’Iran rimane sottoposto alle sanzioni già esistenti legate al programma nucleare e da luglio ad un nuovo regime che vieta l’esportazione di componenti a duplice uso utilizzabili in droni e UAV.

Ulteriori misure restrittive contro Hamas e l’Iran dovrebbero tenere conto non solo del reticolo di entità impiegate a vario titolo nel finanziamento dell’organizzazione e attive anche in Europea, ma anche imporne il rispetto ai Partner occidentali nel Golfo come Qatar, Arabia Saudita, Emirati e Bahrein, evitando fenomeni di elusione già appurati nel caso della Russia. Più precisamente, i gruppi bancari mediorientali attivi nella regione, insieme alle filiali degli istituti di credito occidentali, dovrebbero accelerare i processi di due diligence e compliance come già fatto con successo nel caso di Al Qaeda e dell’ISIS. Tagliando ogni fonte di approvvigionamento non ufficiale e permettendo allo stesso modo ad un’autorità centralizzata destinata a subentrare ad Hamas la gestione degli aiuti nella striscia.

Il probabile disaccordo in seno alle Nazioni Unite sull’ampliamento dei regimi orizzontali contro il terrorismo ad Hamas potrebbe essere l’occasione per un’adozione congiunta delle sanzioni da parte di UE e USA, che troverebbero un campo privilegiato di cooperazione, facendo valere la primazia di euro e dollaro nei confronti dei Paesi che non intendono adeguarsi o che ostacolano l’applicazione delle restrizioni. Il coordinamento tra alleati sarebbe quindi fondamentale per garantire l’efficacia delle misure adottate, dimostrando coerenza reciproca nell’affrontare le complesse dinamiche del Medioriente.

In conclusione, data la complessità della situazione attuale, alla comunità internazionale viene richiesto un approccio concertato per affrontare le sfide legate al conflitto tra Israele e Gaza. L’adozione di misure sanzionatorie da parte di Unione Europea e Stati Uniti rappresenta un’esigenza improcrastinabile, tanto più per evitare che gli aiuti umanitari destinati a Gaza vengano distratti a favore di Hamas. L’inclusione dei gruppi terroristici palestinesi nei regimi orizzontali contro il terrorismo, sulla scia di quanto fatto contro Al Qaeda e l’ISIS, potrebbe essere una strategia di deterrenza efficace per prevenire nuovi attacchi, senza infliggere ulteriori privazioni alla popolazione civile. Allo stesso modo, è essenziale che l’azione dell’Occidente non danneggi la reputazione interna dei paesi arabi schierati per la non ostilità verso Israele. Un’opinione pubblica poco avvezza agli accordi di Abramo e corteggiata da leader politici e religiosi desiderosi di apparire come paladini del mondo islamico costituisce un rischio per la stabilità politica di tutta la regione da scongiurare a tutti i costi.

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Giovanni Chessa lavora a Roma, in uno studio legale internazionale. Si occupa di energia, trasporti e comunicazioni.

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