Esteri

La crisi di Gaza e la “terza guerra mondiale a pezzi”

Sullo sfondo della perdurante tragedia ucraina per la quale una soluzione diplomatica continuaad apparire remota, gli orrori perpetrati da Hamas lo scorso 7 ottobre sul suolo israeliano a ridossodella Striscia di Gaza ( immagini di violenza al di là dell’immaginabile, difficili da dimenticare)hanno aggiunto un‘ulteriore nota di drammaticità a un quadro internazionale già denso nubi e dalleimplicazioni geo-politiche ramificate e, allo stato, solo in parte prevedibili.Un contesto geo-politico che, anche per le più o meno evidenti interconnessioni tra le diversearee di crisi, non può non far tornare alla mente quello scenario di “terza guerra mondialecombattuta a pezzi” profeticamente evocato da Papa Francesco.Non vi è dubbio che – anche senza parlare delle perduranti tensioni nell’Indo-Pacifico, il mondostia vivendo una delle sue fasi più cupe e pericolose dalla fine del secondo conflitto mondiale con ilriemergere di vecchie ferite ( come quelle legate al conflitto israelo-palestinese ) che eranoparse alla maggioranza delle dirigenze occidentali non più di stringente attualità eprogressivamente riassorbibili grazie a una modifica in senso positivo, che sembrava in atto, degliequilibri medio-orientali: dagli Accordi di Abramo a una possibile normalizzazione delle relazionitra Israele e l’ Arabia Saudita custode delle due Sacre Moschee.
Tutto questo sembra ora appartenere al passato, a fronte della lacerazione profonda di taliincoraggianti dinamiche come quella prodotta, appunto, dalla feroce incursione dei militanti diHamas nel territorio dello Stato ebraico lo scorso 7 ottobre. Un giorno già carico di simboli ,collocandosi a 50 anni esatti dall’inizio della guerra dello” Yom Kippur”, che più d’uno ha già definito l’11 settembre di Israele.Tanti interrogativi gravano sull’episodio: dai motivi all’origine dell’impreparazione mostrata nell’occasione dai solitamente efficienti apparati di sicurezza e di intelligence israeliani al grado di coinvolgimento nella preparazione e messa in atto del sanguinoso raid di attori regionali tutti appartenenti al cosiddetto “asse della Resistenza” , in primis la Repubblica Islamica di Iran e Hezbollah, al peso rivestito nella sottovalutazione del rischio-Hamas dal sordo contrasto da tempo in atto tra Netanyahu e settori importanti del “deep state” israeliano .

Hamas, metodo e follia

Occorre tentare di comprendere quali motivi possono avere indotto Hamas a un’operazione di tale natura proprio ora e con tali efferate modalità . E’ mia sensazione che il movimento islamista abbia inteso perseguire con la stessa tre principali obiettivi, verosimilmente d’intesa o su ordine ( troppo presto per dirlo ma non da escludere..) del suo grande sponsor regionale: l’Iran degli ayatollah, con la dirigenza di hezbollah che da Teheran strettamente dipende almeno per le scelte strategiche .Il primo motivo – come da più parti si è voluto sottolineare – è quello di far deragliare ilprocesso di graduale riavvicinamento tra Tel Aviv e Riad cui ho sopra accennato. Un positivosbocco di tale percorso diplomatico ( che la dirigenza del Regno sembra peraltro almeno a oggi,ed è dato positivo, avere deciso di congelare ma non definitivamente gettare alle ortiche ) avrebbeinfatti comportato un significativo rasserenamento del clima complessivo nella regione: concorrelato ridimensionamento degli spazi di manovra di un regime come quello iraniano, cheproprio nei contrasti tra Israele e il mondo arabo- musulmano ha trovato, dal 1978 a oggi,terreno fertile per portare avanti la propria opera di destabilizzazione in chiave anti-israeliana eanti-occidentale nell’area .L’arresto , auspicabilmente temporaneo, del processo in questione non può d’altra parte – rilevoper inciso – non risultare gradito a Mosca e Pechino: vale a dire altre due componenti chiave, conl’Iran di Khamenei, del fronte delle autocrazie. Nel primo caso, per i vantaggi oggettivi che ilCremlino può sperare di trarre dall’apertura per Washington di un “secondo fronte “ mediorentale proprio nel momento in cui la compattezza nel sostegno in seno al Congresso all’Ucrainaaggredita comincia a mostrare qualche segno di cedimento.Nel caso della Repubblica Popolare cinese, per il colpo di freno che il ritorno di un clima direlativa freddezza tra Tel Aviv e Riad inevitabilmente comporta per l’avanzamento di quel progettodi collegamento multi-modale tra l’India, il Mediterraneo e l’Europa lanciato su iniziativa di Modial recente G20 di Delhi, con il sostegno del Presidente Meloni, quale efficace alternativa alla “ Viadella seta” così cara a Pechino.Progetto alternativo di collegamento tra l’Oriente e l’Europa ( la cosiddetta “Via del cotone”) cheavrebbe dovuto trovare proprio in uno Stato ebraico finalmente in pace con la potenza sauditauno dei principali snodi operativi e logistici.Il secondo motivo sta nell’obiettivo perseguito da Hamas con il suo devastante attacco a Israele: accreditarsi come unico credibile rappresentante della causa della Palestina in seno alla laceratadirigenza palestinese, a tutto scapito di una Autorità Nazionale Palestinese ( ANP) da relegare(nella visione di Hamas) alla Cisgiordania e già da tempo oggetto di una pesante campagna didelegittimazione a opera dei movimenti palestinesi più radicali: dalla “ Jihad islamica” allo stessoHamas.Il terzo motivo nella strategia di Hamas mi sembra essere quello di una delegittimazione agli occhi delle masse islamiche (dall’Indonesia, al Marocco alla stessa Turchia ) delle dirigenze arabe moderate. In un’ottica di radicalizzazione dello scontro con lo Stato ebraicoe i suoi alleati occidentali funzionale non tanto agli interessi della causa palestinese – dellaqualche ritengo che la dirigenza di Hamas poco si curi se non in chiave strumentale – quanto,piuttosto, a quelli della Fratellanza mussulmana della quale Hamas è comunque una costola edella teocrazia sciita iraniana .Né prova tra l’altro l’ondata di assalti registratasi in questi giorni alle rappresentanze diplomatiche israeliane e /o americane in vari Paesi dello scacchiere medio-orientale ( dal Libanoalla Giordania), ancor più dopo l’asserito bombardamento da parte israeliana ( è la tesi checontinuano a sostenere Hamas e affiliati ) del Baptist Hospital di Gaza City , nonostante le proveche stanno affiorando da fonti attendibili di una esclusiva responsabilità della jihad islamica perl’accaduto.

Gli sforzi diplomatici

Gli sviluppi di queste ultime ore confermano la gravità del momento.E’ gravità testimoniata a livello politico, in primo luogo, dalla densa visita a Tel Aviv lo scorso18 ottobre, con rilevanti risvolti simbolici, dello stesso Biden con tre principali obiettivi in buonaparte parte raggiunti: 1) quello di confermare il forte e trasversale sostegno di Washington alloStato ebraico in uno dei momenti più drammatici (se non il più drammatico) della sua storia; 2) quello di convincere Netanyahu ( amico di vecchia data del Presidente statunitense anche se conmomenti di rapporti difficili) a porre in essere una reazione alle atrocità commesse da Hamas inlinea con il diritto bellico e umanitario e, soprattutto, a non avventurarsi in una nuova occupazionedi Gaza; 3) quello di ottenere , ciò che è poi avvenuto ma non era scontato prima dell’arrivo diBiden , una disponibilità di Netanyahu a garantire infine l’accesso dall’Egitto via valico di Rafah diassistenza umanitaria per la popolazione di Gaza : da tenere ben distinta – come il Presidente USAha opportunamente tenuto a sottolineare – dai terroristi di Hamas e Jihad islamica .Altrettanto rivelatore è poi il discorso alla Nazione tenuto, on tutta la “gravitas” del caso, dalPresidente Biden dallo Studio Ovale al suo rientro a Washington.L’allocuzione gli ha consentito , in un accorto equilibrio, di ribadire i punti qualificanti dellaposizione sua e della sua Amministrazione: dalla certezza che sia ormai in atto un alleanzaoggettiva in chiave anti-americana e anti-occidentale tra Putin e Hamas in quello che definito “asse del male” ( “vogliono annientare le democrazie. Hamas e Putin rappresentano minaccedifferenti ma hanno questo in comune”) al convincimento che, su tale sfondo, gli Stati Unitisiano oggi più che mai la “the indispensable Nation“; alla necessità di “battere ogni strada perriportare a casa gli ostaggi ( tra i quali, si dice, tra i 10 e i 12 americani con la doppia nazionalità);e di assistere in ogni modo possibile la popolazione palestinese vittima essa stessa di Hamas ; all’esigenza che Israele reagisca in maniera proporzionata e compatibile col dirittointernazionale umanitario ( “ non possiamo essere come i terroristi”); da ultimo all’esigenza , dasempre a lui cara, di tenere viva nonostante le apparentemente insuperabili difficoltà del momentola soluzione dei “due popoli, due Stati”.In piena sintonia, merita rilevare, anche su tale ultimo aspetto con quanto auspicato nei giorniscorsi a chiare lettere – e con accenti di forte vicinanza non solo a Israele ma anche allesofferenze del popolo palestinese – dal Presidente Meloni al Consiglio europeo straordinario e dalMinistro Tajani in una recente intervista , nonché dallo stesso Segretario di Stato vaticano,Cardinale Parolin “ ( “ è la soluzione prevista dalla Comunità internazionale . Ultimamente èsembrata ad alcuni , sia da una parte che dall’altra, non più realizzabile . Per altri non lo è maistata. La Santa Sede è convinta del contrario e continua a sostenerla”).

Gestire la crisi

Non può stupire che in situazione fluida come quella sopradescritta ( e col rischio concreto diun’entrata in campo a supporto di Hamas delle milizie hezbollah , ciò che obbligherebbe ladirigenza israeliana a distribuire le proprie forze di difesa/ IDF tra il fronte sud , quello di Gaza, e ilfronte libanese a nord) la diplomazia internazionale – Stati Uniti in primis – si sia immediatamente attivata ai più alti livelli per impedire che la crisi assuma contorni ancora più larghi potenzialmente ingestibili, specie ove le dinamiche di azione- reazione dovessero finire col coinvolgere lo stesso Iran.Un Iran dalla postura aggressiva come testimoniato tra l’altro da recenti dichiarazioni di quelMinistro degli Esteri, Hossein Amir – Abdollaian, al termine delle sue visite nei Paesi dell’areapoliticamente più vicini a Teheran ( Iraq, Siria e Libano). Dichiarazioni secondo le quali seHezbollah si unisce allo scontro “questo costituirà un enorme terremoto per Israele”.Non è del resto un caso che, proprio in concomitanza con il citato attivismo iraniano, la CasaBianca abbia deciso il rischieramento al largo delle coste israeliane delle porterei Ford eEisenhower, affiancate dai rispettivi gruppi navali in una chiara logica di deterrenza nei confronti dimosse avventate da parte del regime degli ayatollah.E’ quanto ha del resto detto a chiare lettere Blinken nel corso del suo denso periplo nella regioneall’indomani dell’incursione di Hamas: Israele (per rassicurare quella dirigenza sull’incrollabilesostegno di Washington pur accompagnato da un fermo invito alla dirigenza israeliana a unareazione in linea con il diritto bellico e a lasciar passare dal valico di Rafah gli aiuti umanitari)Arabia Saudita, Qatar, Giordania , Bahrein , Egitto ed EAU . Il dispiegamento nella regione deinostri due più grandi gruppi di battaglia per portaerei, ha dichiarato il Segretario di Stato-,“ non èinteso come una provocazione (ndr: nei confronti di Teheran) è inteso come un deterrente “. Enessuno, ha aggiunto con riferimento a possibili iniziative di hezbollah a partire dal sud del Libano,“dovrebbe far nulla che possa aggiungere carburante al fuoco in nessun altro posto”.L’obiettivo americano è chiaro: bloccare l’”escalation” prima cha la crisi possa generare unterremoto in tutto il Medio Oriente. Anche se i risultati si sono rivelati purtroppo, almeno sinora ,inferiori alle aspettative visto che la posizione dei Paesi arabi visitati ha mostrato non pochediscrepanze con quella segnata nell’agenda statunitense. C’è chi ha definito la visita di Blinken (lui stesso di religione ebraica) “missione impossibile” dovendo tra l’altro convincere gli alleati delGolfo a non criticare lo Stato ebraico mentre questi gli chiedono di frenare Israele e arrivare a uncessate il fuoco. Tutto questo accade mentre Mosca sta tentando di posizionarsi comeleader del movimento contro il “neocolonialismo” pur apparendo anche Putin preoccupato dellapossibile estensione del conflitto israelo-palestinese ad altri fronti come , stando a fonti stampa,emergerebbe dall’intensa serie di telefonate da lui avuta in questi giorni con vari leader dellaregione: dall’egiziano Al Sisi, al siriano Assad, all’iraniano Raisi al leader dell’Autorità palestineseAbu Mazen.

Gli sforzi italiani

In questo quadro così confuso e per molti versi drammatico il nostro Governo si sta muovendo bene.L’ immediata forte vicinanza a Israele e al suo popolo, cosi come il chiaro riconoscimento del suodiritto a difendersi, manifestata da Giorgia Meloni nel corso del suo colloquio telefonico conNetanyahu, è stata infatti seguita il 10 ottobre dalla partecipazione della stessa Meloni allariunione “virtuale” in formato Quint ( Stati Uniti, Italia, Regno Unito, Francia , Germania ) promossa da Biden . La riunione si è conclusa con una Dichiarazione congiunta di appoggio a Israele e al suo diritto all’autodifesa nonché di forte condanna del terrorismo di Hamas che i leader hanno opportunamente tenuto a ben distinguere dalle “legittime aspirazioni del popolo palestinese”precisandosi che Hamas non le rappresenta offrendo ai palestinesi “null’altro che terrore esangue”.La partecipazione di Giorgia Meloni al vertice Quint – in un contesto per giunta così grave edenso di incognite – conferma infatti, seppur ve ne fosse bisogno, la credibilità goduta dal nostroPresidente del Consiglio e dal nostro esecutivo a livello internazionale con buona pace di quantiperiodicamente la pongono in dubbio.La coerenza dell’azione del nostro governo ha poi trovato ulteriore espressione nella pressochécontestuale visita nella regione ( Egitto , Israele , Giordania e poi Tunisia ) del Ministro Tajani inun’ottica volta , da un lato, a ribadire ai suoi interlocutori israeliani il messaggio di solidarietàveicolato da Giorgia Meloni al premier Netanyahu; dall’altro, a contribuire – con tutto il peso e ilprestigio di cui gode il nostro Paese nell’area- agli sforzi internazionali per la liberazione degliostaggi, la de-escalation del conflitto , il sostegno alla popolazione civile palestinese e perpervenire più in generale a una stabilizzazione dell’area.Il tutto in una cornice concettuale che Tajani ha voluto ben precisare in una sua recente intervistaal Messaggero della quale credo meriti riportare il passaggio saliente: “ stare , come l’Italia, conIsraele non significa essere contro la Palestina o il popolo palestinese. Anzi loro sono vittime diHamas , che li usa come scudi umani: Israele ha detto loro di uscire, i terroristi impongono direstare . Noi diciamo no al terrorismo, alla malvagità , alle immagini raccapriccianti che abbiamovisto. Ma ovviamente siamo al lavoro per arrivare a una stabilizzazione definitiva dell’area delMedio Oriente”.Se questa è allo stato, e a grandi linee, la cornice entro la quale si sta muovendo la diplomaziainternazionale più difficile appare prevedere quali sviluppi potranno verificarsi sul terreno nei giornia venire, in una fase nella quale non è ancora chiaro se e quando Israele lancerà la più volteannunziata offensiva di terra . E quali conseguenze tale offensiva potrà innescare tanto a Gaza,così fittamente popolata con cunicoli e tunnel dalle ramificazioni ben conosciute dai militanti diHamas, quanto nelle aree a ridosso di Israele .

Riflettori su Iran e Siria

Sotto tale profilo individuo, in prospettiva, due ordini di problemi.Il primo è quello delle quasi certe reazioni che un’operazione di terra a Gaza comporterebbe daparte degli sponsor di Hamas nella regione: Iran in primis o direttamente ( con un suo attaccomissilistico a Israele ma mi sembra poco probabile) o iniziative mirate a opera di Hezbollah -grazie al suo vasto e diversificato arsenale ben più imponente di quello di Hamas – contro obiettivinel nord di Israele ( e già si sono registrate inquietanti avvisaglie ) se non contro la stessa Tel Avivalla portata, almeno stando ai dirigenti di hezbollah, dei missili della milizia sciita.Ma da monitorare attentamente credo sia anche il quadrante siriano , in particolare le zone delPaese a ridosso delle strategiche alture del Golan, occupate da Israele nel 1967 ( al termine della“guerra dei Sei Giorni” ) e “annesse” dallo Stato ebraico nel 1981. In Siria il regime degli Ayatollahpuò infatti contare sulla perdurante lealtà di Bachar Assad e del suo regime così come sull’ormaisolido radicamento e libertà di manovra del “Partito di Dio “ ( appunto hezbollah) nelle zone aridosso del Golan che la formazione sciita potrebbe tentare , su richiesta iraniana, di strappare aIsraele con Damasco già pronta a rivendicarne nuovamente il possesso.Problemi seri di gestione dell’ordine pubblico potrebbero però scaturire per Israele daun’eventuale operazione di terra anche in Cisgiordania e nella parte araba di Gerusalemme , connon impossibili azioni violente contro i “coloni” e le forze di sicurezza israeliane da parte dellacomponente palestinese e , in taluni casi, arabo-israeliana. Ne deriverebbe tra l’altro la necessitàper Tel Aviv di rischierare parte delle IDF appunto in Cisgiordania ( oltre che, per i motivi di cui alprecedente paragrafo, nel nord e nord-est del Paese) con conseguente riduzione delle forzemobilizzabili per giungere alla eradicazione di Hamas e delle decine di migliaia di suoi combattenti.

Il futuro di Gaza

Il secondo ordine di problemi , dando per certa un’operazione di terra e qualora essa abbia abbiasuccesso, è come gestire Gaza “il giorno dopo” .Poco plausibile apparendomi una nuova diretta presa di controllo e gestione della Striscia daparte di Tel Aviv, sia alla luce delle pregresse esperienze in materia che dell’appello ad astenersida una scelta di tale natura rivolto da Biden e da Blinken ai loro interlocutori israeliani.Sarà certamente necessario un periodo di raffreddamento delle tensioni , prima di ritornare allapresa in esame, se mai ciò avverrà, di una soluzione politica equa e sostenibile nel lungo periodocome quella sin d’ora apertamente auspicata da Giorgia Meloni e da Antonio Tajani oltre che dallaCasa Bianca e altre capitali occidentali.Le ipotesi allo studio per tale fase di “decantazione”/stabilizzazione sono molteplici e in partesovrapponibili. Esse vanno dall’idea di dar vita per Gaza ( impresa che appare invero ardua) a un“protettorato “ sotto egida onusiana sulla falsariga del modello a suo tempo adottato per il Kossovo, fino al dispiegamento nella Striscia di una forza composta per lo più di Paesi arabi ( è quantoprospettato tra gli altri dall’ex Primo Ministro Ehud Barak, il cui peso è ancora di un certo livelloall’interno dell’establishment israeliano ) in grado di cedere a termine il controllo della Strisciaall’ANP di Abou Mazen ( “ è un’idea bella a anche se non so se fattibile”, ha dichiarato Barak alquotidiano “El Pais”) ; alla costituzione di una “coalizione di volenterosi” – del genere di quellamessa in piedi dalla Comunità internazionale in Afghanistan dopo l’11 settembre – che riunisca adesempio USA, UE, Arabia Saudita e Autorità Nazionale palestinese ( è quanto prospetto, adesempio, dallo storico israeliano Yuval Noha Harari).E’ chiaro che si tratta solo di ipotesi da vagliare , quando sarà, alla prova dei fatti.Ipotesi certo ragionevoli per una via di uscita politica al dramma in atto – e il conseguente rilanciodi formule come quella dei “due popoli, due Stati” che potrebbe però difficilmente prescindere ,secondo la maggioranza degli analisti, da un ricambio ai vertici sia in seno a Israele che allaAutorità Nazionale palestinese .

Il rischio piu’ grande

Tutte tale ipotesi verrebbero naturalmente a cadere – per lasciare spazio a scenari imprevedibilie ancora più inquietanti- ove lo scontro in atto tra Israele e Hamas dovesse, per qualsiasi motivo,finire col coinvolgere altri attori di peso della regione e non solo.Attori quali la già citata Repubblica Islamica di Iran, gli Stati Uniti e la stessa Russia di Putindella quale a nessuno sfuggono gli stretti legami sviluppati con Teheran in relazione al conflitto inUcraina nel segno di una comune avversione all’Occidente e ai valori di cui i nostri Paesi sonoespressione . Senza dimenticare la “variabile” Turchia: Paese membro della NATO e con unesercito potente ma con una opinione pubblica in larga maggioranza sensibile alle ragioni diHamas . E un Presidente , Recep Tayyp Erdogan, spintosi ad accusare Israele di star “rasentandoil genocidio” con le operazioni avviate nella Striscia di Gaza e che notoriamente aspira alla“leadership” del mondo sunnita anche cavalcando , con spregiudicatezza se non cinismo , lacausa palestinese .E’ su tale complesso e mutevole sfondo che si è svolta al Cairo la Conferenzaper la Pace promossa dal Presidente egiziano Al Sisi. Un appuntamento – al quale haopportunamente partecipato Giorgia Meloni, tra i pochi leader europei presente con gliomologhi di Grecia e Spagna e del Presidente del Consiglio europeo Charles Michel – conclusosicome era nelle previsioni senza una Dichiarazione finale .Troppo grandi le distanze tra i Paesi europei e i Paesi arabi partecipanti. : dallo stesso Egitto alla Giordania presente col re Abdullah, al Sultano dell’Oman, allo stesso AbouMazen. Un vertice , in sostanza , delle buone intenzioni. Grandi assenti Israele e l’Iran e con gli USA rappresentati soltanto dall’Incaricato d’affaridell’ambasciata , il che ha ulteriormente indebolito le possibilità di una reale svolta diplomatica .Presenti comunque anche Russia e Cina: per la prima il viceministro degli Esteri; per Pechinol’inviato per il Medio-Oriente.Il nostro Presidente del Consiglio – che ha avuto al Cairo due bilaterali, una con Al Sisi e una conAbou Mazen- ha tenuto a veicolare due importanti messaggi in sintonia con quelli trasmessi aivertici israeliani dal Presidente Biden in occasione della sua recente visita a Tel Aviv.Il primo: obiettivo di Hamas era il processo di normalizzazione di alcuni Paesi arabi con Israele. Hamas non difende la causa palestinese ma la “jiyhad” islamica , vogliono creare uno scontro diciviltà , ma non lo deve diventare perché non lo è. Il secondo: Israele è pienamente legittimatoalla sua esistenza e alla difesa dei confini ma la reazione non può mai essere motivata dasentimenti di vendetta , dove fondarsi su ragioni di sicurezza , commisurando la sua forza etutelando la popolazione civile.
Lo stesso messaggio ha tenuto ha trasmettere nel corso della sua successiva tappa a Tel Aviv (dove ha avuto una conversazione telefonica col presidente Herzog e un incontro di quasi un’oracon Netanyhau) con una significativa postilla : “Occorre lavorare per scongiurare una guerra direligione, per un’iniziativa politica che contempli la soluzione di due popoli e due Stati, con unatempistica definita e concreta, perché i palestinesi hanno diritto a uno Stato e a governarsi da soliin libertà e gli israeliani hanno diritto all’esistenza e all sicurezza”.Nessuno può ptevedere che piega prenderanno gli eventi nei prossimi giorni, se nonnelle prossime ore…., tante essendo le variabili in gioco. Si può solo sperare (“spes contraspem” avrebbe detto Paolo di Tarso) che il sottile filo di dialogo tra l’Occidente, del quale Israele apiù di un titolo è parte, e il mondo arabo moderato non si spezzi e che possano prima o poiricrearsi le condizioni perché il percorso politico-diplomatico delineato dal nostro Presidente delConsiglio possa ritrovare linfa e ragione di esistere.

Autore

  • Gabriele Checchia

    È Presidente del Comitato Strategico del Comitato Atlantico Italiano e Direttore per le relazioni Internazionali della Fondazione Farefuturo. Già Ambasciatore italiano n Libano, presso la Nato e presso l’OCSE/ESA/AIE a Parigi.

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È Presidente del Comitato Strategico del Comitato Atlantico Italiano e Direttore per le relazioni Internazionali della Fondazione Farefuturo. Già Ambasciatore italiano n Libano, presso la Nato e presso l’OCSE/ESA/AIE a Parigi.

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